di Emma Dante
visto al Piccolo Teatro di Milano_dal 28 febbraio al 19 marzo 2017

Quando il pubblico entra, sono già tutti lì, sul palco, immersi nel loro habitatteatrale a portare avanti, come se niente fosse, i loro esercizi. Una schiera di uomini e donne in cattività, bestie di scena intente nelle proprie occupazioni attorali quotidiane, fatte di training fisico, di attività propedeutiche alla concentrazione, al sentirsi gruppo, coro, all’occupare lo spazio e così via. Passano i minuti ma le luci in sala non calano, lo Strehler rimane un gigante di poltrone di fronte alla scatola nera della scena, eppure nessuno tra i quattordici attori si distrae, né diminuisce l’intensità del campionario ginnico offerto: semmai iniziano ad intuirsi delle variazioni di ritmo, di formazione. Il gruppo si sfalda, si scinde, si spoglia; emergono facce, dettagli dei corpi, sempre più nitidi, sempre più nudi: gambe, toraci, piedi, genitali. Eccolo. L’uomo, l’attore, lo strumento (im)puro.

Emma Dante costruisce l’incipit di Bestie di scena come una dichiarazione programmatica: ciò a cui stiamo per assistere non è una narrazione tout court, né un vero e proprio racconto, ma un saggio su un metodo, su una prospettiva teatrale che diventa materia spettacolare, facendosi riflessione e, in un certo senso, bilancio di un percorso. Acclarata l’importanza della preparazione fisica e l’efficienza del mezzo, si passa quindi ad esaminarne le specificità, le caratteristiche che possono trasformare il singolo essere umano in rappresentante dei molti. I corpi nudi diventano così evidenze di varietà, di consistenze umane differenti che vengono sottoposte – come del resto accade nel quotidiano – agli stimoli del mondo esterno: dalle quinte viene lanciato un pallone, una bambola, dei petardi e gli attori reagiscono, si lasciano modificare, in una parola, interpretano.

È così che il susseguirsi delle scene procede più per accumulo che secondo qualsiasi ipotetico filo narrativo, tanto da apparire come una sequenza di improvvisazioni formalizzate, brani di un personalissimo percorso scenico che vengono riproposti quasi in maniera enciclopedica. Si riaffacciano allora la ferinità-umana de la Scimia (ancora una volta interpretata da Sabino Civilleri), le dinamiche corali di Odissea a/r, le bambole che pervadono da sempre l’immaginario della regista siciliana (da Le Pulle fino ad Operetta Burlesca) e che ben rappresentano la sua concezione dell’attore-marionetta. La Dante non teme l’autocitazione anzi la cerca, quasi a fare il punto, a dimostrare che la bontà di un metodo si fonda anche sulla sua replicabilità, sul suo essere universale e, al contempo, essenziale. Come molti grandi chef, la regista palermitana si affida alla materia prima, a un comparto di attori di straordinaria generosità e dedizione che non fanno altro se non offrirsi completamente, quasi (letteralmente) senza fiatare: perché perfino la parola rischia di essere condimento superfluo nell’esposizione di un magistero a cui, per farsi carne, basta l’agire scenico, il cui esempio è un fluire fisico e concreto.

“Affinché si crei qualcosa di qualità è necessario che si crei uno spazio vuoto” diceva Peter Brook ed Emma Dante sembra averlo preso in parola, tanto che, alla vigilia del debutto di questa sua prima produzione targata Piccolo Teatro, dichiarava di essere partita da un fallimento: “Bestie di scena ha assunto il suo vero significato nel momento in cui ho rinunciato al tema che avrei voluto trattare. Volevo raccontare il lavoro dell’attore, la sua fatica, la sua necessità […]”. In realtà è proprio grazie a questa supposta “rinuncia”, più simile alla sprezzatura castiglioniana che a un effettivo far tabula rasa, che lo spettacolo acquista il suo significato più complesso, meta-teatrale, di “studio critico spettacolare”. Attributi poco allettanti sia per una parte della critica, pronta a rimproverare allo spettacolo di non essere né carne né pesce, risultando troppo prosaico e ripetitivo, sia per una parte del pubblico poco disposta ad accettare (come recentemente accaduto con Latella) una forma teatrale “atipica”, dove il paratestuale e l’apparato prendono il centro della scena.


E invece a conferma della sana audacia auto-critica dell’operazione basterebbe guardare come Bestie di scena non si accontenti di chiudere con il compitino, mettendo cioè in mostra la grande scena corale, che raccogliendo e mettendo insieme tutti gli esercizi inanellati, segna l’esito finale del percorso creativo (la sua fase spettacolare) ma, con un ulteriore scarto, porta agli estremi la propria riflessione. Sotto una pioggia di vestiti che invita a riappropriarsi della propria normalità, gli interpreti si rifiutano di indossarli, rimanendo nudi e immobili. “Indietro non si torna”, sembrano dire. E nemmeno può farlo il teatro della Dante, giunto ormai a una sua piena e consapevole maturità. La vera domanda è allora: dopo questo spettacolo, dove andrà?

Corrado Rovida