“È come se questo spettacolo l’avessero scritto per me!”. Tra i molti commenti che fioccano all’uscita dei lavori di Deflorian/Tagliarini, questo è sicuramente uno dei più ricorrenti. E non si tratta certo soltanto di addetti ai lavori o di una fanbase entusiasta. Era stato così infatti qualche mese fa tra i solitamente compassatissimi spettatori del Piccolo Teatro di Milano all’uscita de Il cielo non è un fondale, accade lo stesso quando si esce in piazza Ganganelli dopo Scavi, ultima fatica presentata dalla compagnia in quel di Santarcangelo.

Non è un caso. Se si volesse infatti tracciare un minimo comune denominatore metodologico tra gli ultimi lavori del duo romano – che qui, come nel Cielo, si avvale della preziosa collaborazione di Francesco Alberici, co-autore e interprete – certo si dovrebbe porre attenzione alla capacità di elaborare efficacissimi meccanismi di identificazione. A cominciare da quel clima informale, quasi confidenziale, a cui “Daria e Antonio” ci hanno ormai abituati da anni, quando si introducono al pubblico come se stessero ricevendo ospiti in casa loro. “Benvenuti! Vogliamo fare un po’ di teatro insieme, vi spiace?” sembrano dire. Un patto di complicità quasi del tutto esplicito, a cui è difficile sottrarsi e che a Santarcangelo trova nella location un ulteriore facilitatore: l’aula della scuola elementare Pascucci dove il pubblico viene fatto accomodare trasforma da subito la comitiva di spettatori in classe, riattivando tutto il portato psicanalitico-sentimentale del caso. Anche la disposizione delle sedute favorisce il processo relazionale: apparecchiate con calcolatissimo disordine, invitano gli spettatori a entrare in contatto diretto col vicino, col dirimpettaio, ma soprattutto con i tre interpreti, primi inter pares, che gravitano tra le sedie mischiandosi con gli astanti, si fermano loro accanto, talvolta poggiano perfino una mano su qualche spalla.

Daria Deflorian in Scavi

Ciò che ci raccontano sono alcuni aneddoti legati alla produzione filmica di Michelangelo Antonioni (Scavi del resto è una tappa intermedia di Quasi Niente, progetto incentrato su Deserto Rosso che debutterà in autunno) ma anche, e soprattutto, brani del proprio vissuto privato, episodi di un passato personalissimo che riaffiorano insistenti.
A prima vista sembrano questioni ordinarie (la fine di una storia d’amore, scoprire di invecchiare, la malattia che trasforma i parenti) ma sotto l’apparente normalità si nasconde qualcos’altro – un po’ come avveniva per Reality – di estremamente significante e urgente. Qualcosa di molto difficile da comunicare attraverso una verbalizzazione diretta. Meglio piuttosto esemplificare con un aneddoto che restituisca come una perifrasi tutta la specificità di un’atmosfera, di una sensazione precisa, oppure scoccare una citazione-simbolo acutamente allusiva. “Mi fanno male i capelli!” esordisce Deflorian ricalcando una battuta di Monica Vitti/Giuliana in Deserto Rosso. Ed ecco che tutto prende lentamente forma: il malessere che affiora inafferrabile, incomunicabile, attraverso i ricordi, altro non è che la nevrosi, la presa di coscienza dell’inadeguatezza, talvolta dell’alienazione con cui il genere umano, specialmente quello della società del benessere, deve fare i conti quotidianamente.

Francesco Alberici e Antonio Tagliarini in Scavi

I personaggi-verità portati in scena da Deflorian/Tagliarini e Alberici sono allora nevrotici e ossessivi alla maniera – prima ancora di Antonioni – dei protagonisti dei film di Woody Allen con cui condividono una certa dose di ironia e la tendenza, tipicamente borghese, a psicanalizzare e commentare tutto. A ben vedere infatti il loro monologare serrato è uno strano mix che trasforma l’esternazione da lettino del terapista in una sorta di stand-up comedy esistenzialista.
Il punto di contatto tra Scavi e Deserto Rosso non è da cercare tanto nei personaggi, piuttosto nella regia, nel taglio, nella volontà di costruire una visione allargata e condivisa con gli spettatori (dal privato al pubblico e viceversa). È quell’uso della “soggettiva libera indiretta” di cui parla Pasolini in Empirismo eretico relativamente all’opera di Antonioni e che consente una sovrapposizione di sguardi tra attore e spettatore: una prospettiva senza dubbio mediata e arbitraria, ma capace di innescare un’identificazione profonda.

Michelangelo Antonioni e Monica Vitti sul set

Usare i procedimenti cinematografici per ingaggiare il pubblico non è una novità per la compagnia che già nel Cielo chiedeva di tanto in tanto agli spettatori di chiudere gli occhi, nel tentativo, più o meno manifesto, di far loro comporre il montaggio delle sequenze narrative con un “stacco a nero”. Se in quel lavoro però la componente cinematografica rimaneva minoritaria rispetto a quella musicale, vero terreno di scambio su cui instaurare la comunicazione col pubblico, in Scavi si fa dimensione preponderante, giacimento condiviso da sfruttare fino all’ultima goccia: nei contenuti, nei suoi aspetti formali e tecnici, ma anche in quelli “extradiegetici”. Nei loro carotaggi Deflorian/Tagliarini e Alberici penetrano allora con intelligenza anche il “dietro le quinte” dell’opera di Antonioni: ciò che accadeva sul set, alle premiazioni, nei processi creativi, facendo leva con la consueta grazia sull’innegabile pulsione voyeuristico-gossippara dello spettatore. Il sodalizio professionale e sentimentale Vitti-Antonioni offre dal canto suo il modello perfetto di quel connubio vita-arte che la compagnia indaga da sempre, regalando aneddoti invitanti, sufficientemente retrò da sembrare appropriati sotto ogni prospettiva.

Monica Vitti ne l’Elcisse (1962)

Del resto l’obiettivo a cui sembra mirare Scavi non è quello di un’indagine prettamente intrinseca al meaning di Deserto Rosso, quanto a un ri-uso strumentale dell’opera di Antonioni, facendo della sua significance e della sua ricezione il grimaldello con cui accedere al groviglio esistenziale di ciascuno di noi, costringendoci a riflettere su alcune questioni cardine del nostro vivere contemporaneo. È possibile fissare o addirittura riconfigurare la propria identità attraverso l’uso dell’immaginario? Trovare nell’opera il filtro con cui guardare dentro noi stessi? La risposta rimane naturalmente inevasa. Eppure lo spettacolo chiude coi i tre che, riprendendo un gesto ossessivamente presente nelle opere di Antonioni (si pensi a l’Eclissi ma anche a l’Avventura) vanno alle finestre, le aprono e si mettono a guardare fuori. Un modo come un altro per trovare una nuova prospettiva sul mondo, ma soprattutto far entrare nuova luce nei propri, buissimi, appartamenti interiori.

Corrado Rovida

Scavi
un progetto di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini
scritto ed interpretato da Francesco Alberici, Daria Deflorian e Antonio Tagliarini
consulenza letteraria di Morena Campani
organizzazione di Anna Damiani
foto di Elizabeth Carecchio
coproduzione A.D. e Festival di Santarcangelo
in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Parigi
residenza produttiva Carrozzerie | n.o.t Roma

Visto a Santarcangelo di Romagna nell’ambito di Santarcangelo Festival_13-14 luglio 2018