Qualche mese fa, tra le iniziative confluite a Milano in occasione di Expo, la città è stata spettatrice di un’evento che ha letteralmente invaso alcuni suoi spazi storici restituendoli alla cittadinanza ancora più carichi di quanto non fossero per significato, Storia e storie vissute. Forse ricorderete le centinaia di magliette giallo sole che si muovevano nel fossato del Castello Sforzesco, dando origine ad un gioioso corteo fino in Duomo; stiamo parlando di Eresia della Felicità, un progetto pensato da Marco Martinelli per ragazzi provenienti di molteplici culture, dialetti, linguaggi ed età, nato dalle non-Scuole del Teatro delle Albe e portato a Milano grazie all’associazione Olinda (qui il reportage video di Stratagemmi). In quell’occasione è emersa con grande chiarezza la forza generata per numero e qualità artistica dai giovani interpreti, una forza che ha travolto chiunque abbia assistito anche solo per poco o per caso a quella grande festa teatrale. Il titolo del progetto è in questo senso particolarmente significativo. Airesis greco designa o designa una decisione, una pretesa: quella di poter essere artista, di poter essere felice, di vedere riconosciuta la propria umanità (si leggano a questo proposito le parole dello stesso Martinelli nel recente Farsi Luogo: “il teatro come luogo dell’eresia, parola che etimologicamente conserva in sé un’altra parola, meno ambigua, la sua fonte, e la fa brillare: scelta”).

Da simili pressupposti è partita anche Monica Morini, animatrice del Teatro dell’Orsa: per sentire pulsare la propria umanità basta voler prendersi una serata e recarsi, magari, a teatro. O in una serra. Sì, perché la festa a Milano non si è fermata a giugno scorso; è ripresa con almeno altrettanto vigore da ottobre, mese in cui nella favolosa cornice della periferica Serra Lorenzini è iniziata la rassegna teatrale Gemme e Tempesta organizzata dalla Cooperativa Sociale I Percorsi con l’aiuto di Teatro dell’Orsa, e diretta della stessa Morini.

In accordo con la vocazione della Cooperativa I Percorsi – impegnata ogni giorno nell’aiutare persone colpite da disabilità acquisita in seguito a incidenti, traumi o malattie – la rassegna si è concentrata sui temi dell’esclusione e della fragilità. Lo spettacolo proposto dall’Orsa, Questo è il mio nome (con Bernardino Bonzani, co-regista dello spettacolo accanto alla Morini) si è discostato solo apparentemente dal focus della disabilità. In realtà lo spettacolo offre una riflessione non scontata sull’essere umano, offrendo un sorprendente ed efficace ribaltamento delle prospettive comuni. È logica corrente che gli adolescenti che si trovano a vivere in contesti difficili, di degrado, ristrettezze economiche o disagio sociale, siano destinati a replicare un modello di insuccesso e infelicità, proprio come i disabili assistiti giorno dopo giorno da I Percorsi sono condannati ad essere tragicamente privati e privi di bellezza.
Il palco può invece divenire luogo di condivisione e di sovversione del luogo comune, un pulpito da cui gridare: “non è vero!” (proprio in questi giorni, dall’Ariston, ha provato a farlo anche Ezio Bosso).

Anche gli interpreti di Questo è il mio nome hanno deciso di condivere generosamente con il loro pubblico la loro “eresia della felicità”, benché non siano nelle condizioni più agevoli per essere felici o generosi. Si tratta infatti di sette tra richiedenti asilo e rifugiati, Ogochukwu Aninye, Mamoudou Camara, Djibril Cheickna Dembélé,Ousmane Coulibaly, Ezekiel Ebhodaghe, Mouaz Keita Mandjou, Baye Niase, Lamin Singhateh, coordinati in scena dal mediatore culturale Abdoulaye Conde. Le loro esperienze di vita sono pesanti, ma ognuno di loro nell’atto teatrale è leggero: il loro è un canto universale in grado di attraversare confini geografici e storici, giungendoci direttamente dalle nostre antiche radici (come ci ricorda Schmitt, Odisseo viene da Bagdad!). Il testo, firmato da Morini-Bonzani, indaga le ragioni profonde che hanno spinto gli artisti ad avvicinarsi inesorabilmente verso un’Europa che non li vuole portando con sé i saperi, le storie e la cultura del loro mondo.

E se le parole non sono in dizione, i movimenti tecnicamente imperfetti, i ritmi qua e là sgranati, ci si rende conto presto che si tratta di questioni marginali, accessorie: ciò che conta è la stroardinaria forza d’impatto sullo spettatore, la contagiosa energia che scaturisce e si diffonde (e che troppo spesso è assente dai palchi istituzionali).
Il successo artistico di Questo è il mio nome, proprio come di Eresia della felicità, fanno riflettere sulle etichette sfuggenti di professionismo, e sulle finalità e le metodologie del fare teatro oggi: cosa serve oggi alla nostra società? E qual è un teatro che possiamo definire necessario, in buona salute? La vitalità e la dignità che provengono dal palco, non possono che suggerire la risposta.

Giulio Bellotto