Quante volte ognuno di noi, seduto sulla tazza del water, si è perso nei propri pensieri? Immaginate però, questa volta, di non essere nel bagno di casa vostra, ma su un palco, esposti davanti agli spettatori. È questa l’immagine al centro di Elegia di un cinghiale ferito: Matteo di Somma mette in scena una sit-down tragedy che trascina il pubblico prepotentemente, quasi violentemente, nel pudore di un uomo.
Il protagonista, un diciassettenne, si ritrova nella difficoltà di poter distinguere l’amore dalla violenza nella relazione con un uomo molto più grande di lui. Sulla scena quello che fa concretamente insieme all’uomo e quello che pensa veramente è reso mediante continui cambi di prospettiva: l’attore narra la vicenda a distanza di anni, ricordando i suoi pensieri più intimi e, allo stesso tempo, dà voce al “cucciolo” adolescente e al “cacciatore” con un vero e proprio sdoppiamento di persona. In un dialogo non scritto, è un cinghiale — interpretato da Violetta Ghersina — ad affiancare il protagonista: è una presenza a tratti silenziosa che si manifesta sviluppando un’intesa senza bisogno di parole. I suoi movimenti fanno da eco alla narrazione principale, mentre la sonorità animalesca della sua voce sembra far risuonare il dolore provocato dal conflitto. Nel momento in cui il cinghiale appare in scena, scambia un lungo sguardo con il protagonista, come se riflettesse la sua stessa ferita. Il canto tra i due attori mostra così due sfaccettature diverse dello stesso dolore.
Un tappeto sonoro riprodotto interamente da voce umana, coinvolge sentimentalmente lo spettatore, rendendo l’atmosfera meno fredda e più intima proprio come quando si è soli in bagno.
Ma a cosa stiamo assistendo effettivamente? Elegia di un cinghiale ferito è un titolo spiazzante per chiunque. Ma soprattutto fa rabbrividire gli ex classicisti: elegia deriva dal greco elegòs, un termine che indicava originariamente un “canto funebre” caratterizzato da un tono malinconico. In questa anatomia di un trauma, il protagonista leva alto il suo lamento e ci rende partecipi del suo estremo addio a una parte di sé, incarnata sul palco dal cinghiale, un animale che rimane permanentemente “ferito” senza mai morire o guarire del tutto.
Come metafora della storia di Matteo, su un grande schermo vengono proiettati frammenti della favola di Biancaneve: come tutti, cerca il proprio principe azzurro, ma il cacciatore è dietro l’angolo. La forza di questa performance (presentata ancora in forma di studio) è data soprattutto dall’autenticità e trasparenza che permette allo spettatore di scrutare nella fragilità dell’anima, in questo rapporto di intimità violata.
Ognuno di noi può ritrovarsi, in fondo, nel cinghiale ferito.
Valeria Ciarmiello, Viola Fumagalli, Orlando Maestri, Letizia Romeo, Riccardo Salvestrini
in copertina: foto di Francesco Capitani
Questo contenuto è esito dell’osservatorio critico dedicato a Tutta la vita davanti 2026