di Carrozzeria Orfeo
drammaturgia Gabriele Di Luca
regia Alessandro Tedeschi, Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti
produzione Fondazione Teatro della Toscana
visto all’Elfo Puccini di Milano _ 11-17 febbraio 2015

Cosa convince
La penna schietta di Carrozzeria Orfeo firma il ritratto disincantato di un’umanità al bancone del bar. Non c’è salvezza, non esistono relazioni che possano salvare dalla solitudine, e tanto vale riderci su: il testo mette insieme tragedie personali e luoghi comuni alleggerendo il messaggio con ritmi comici incalzanti. Un meccanismo che coinvolge il pubblico e lo conquista (tanto che, entrato nella parte, ride anche quando non ci sarebbe nulla da ridere). I cinque personaggi – sei se si conta l’anziano malato e razzista chiuso in casa al piano di sopra – sono macchiette della contemporaneità. C’è il bipolare ossessionato dai traumi dell’infanzia e dal pensiero di “averlo piccolo”; lo scrittore frustrato che non ha parole buone per nessuno; la barista-badante ucraina che affitta l’utero; il buddista picchiato dalla moglie che si nutre solo di mele; il piccolo imprenditore ipocondriaco che mira ad arricchirsi grazie a un servizio di pompe funebri per animali domestici.
Non mancano soluzioni riuscite: ne è un esempio l’inizio in rewind che cattura l’attenzione in modo immediato, riavvolgendo il nastro della storia con una serie di fermo immagine che procedono a ritroso. A valorizzare l’efficacia di drammaturgia e regia è la bravura degli attori, che sostengono con disinvoltura i ritmi vorticosi dello spettacolo. Una dinamica che entra totalmente in sintonia con il pubblico – per una volta composto non solo da appassionati, addetti ai lavori, o habitué: e questo ritratto ironico di un mondo rappresentato in caricatura, ma (cinicamente) non troppo lontano dal reale, ottiene una vera e propria standing ovation.

Cosa non convince
Ha un gran talento, Gabriele Di Luca, nello scrivere drammaturgie fresche, immediate, impertinenti quanto basta: sa perfettamente come ottenere l’attenzione dello spettatore, come farlo ridere e persino commuovere. In questo caso mostra di saperlo fin troppo bene, al punto che lo spettacolo pare una riuscita seduzione, portata a termine però con mezzi sicuri e già collaudati. L’effetto comico – che nel precedente Thanks for Vaselina pareva quasi una naturale conseguenza di un certo modo di guardare la realtà – qui è obiettivo ricercato a ogni costo, direzione verso la quale piegare necessariamente il dialogo, registro dominante che fagocita le sfumature. I momenti drammatici o emotivamente densi giungono così senza la sufficiente preparazione, e paiono quadretti graziosi ma non privi di forzature.
C’è naturalmente anche molto altro nello spettacolo, non ultima la volontà di ritrarre senza moralismi il vuoto esistenziale ed emotivo di una generazione. Ma la fotografia di quel vuoto è ad alta definizione: per rendersi conto di quanto vane possano essere le chiacchiere da bar – tra lazzi e racconti sconclusionati – lo spettatore di fatto fruisce di quel ‘niente’ per oltre un’ora.  Carrozzeria conferma, ancora una volta, la straordinaria capacità di sintonizzarsi sul gusto e sulla sensibilità di molti coetanei, e di ottenerne il plauso: ma che bello sarebbe se quella capacità e quel talento diventassero mezzi per navigare verso porti meno sicuri, ma più lontani.

Maddalena Giovannelli, Francesca Serrazanetti