«Scrivere lettere è sempre pericoloso – in ogni caso gravido di minacce»: un monito, un timore, legato alla scelta di condividere pubblicamente una parte del proprio io privato traspaiono da questa frase scritta dal premio Pulitzer Elizabeth Bishop in una delle lettere contenuta nell’intensa corrispondenza con il poeta americano Robert Lowell (pubblicata da Adelphi nel 2014 proprio con il titolo Scrivere lettere è sempre pericoloso). Nel carteggio dei due autori statunitensi emerge in filigrana quanto la scelta di fissare nero su bianco pensieri e considerazioni e, di conseguenza, di esporsi, sia un azzardo, ma anche un gesto indispensabile.
Un pericolo, ma soprattutto una necessità, che risuonano fortemente nello stupefacente scambio epistolare tra Claude Eatherly, il pilota che il 6 agosto 1945 diede la conferma per procedere con lo sgancio della bomba atomica sulla città di Hiroshima, e il filosofo tedesco Günther Anders, uno dei pensatori più attivi all’interno del movimento antinucleare. Le lettere che compongono il carteggio (pubblicato per la prima volta in Italia nel 1962 con il titolo La coscienza al bando ed edito nuovamente nel 2016 da Mimesis come L’ultima vittima di Hiroshima) innervano la filigrana testuale dell’ultimo lavoro dei Muta Imago che, dopo aver attraversato Roma, Brescia, Torino, Firenze è approdato a Milano da Olinda, al festival Da vicino nessuno è normale.
In Atomica Riccardo Fazi – con il supporto di Gabriele Portoghese – cuce una drammaturgia capace di attraversare la ricostruzione degli eventi accaduti settant’anni fa non tanto per indagine filologica, ma piuttosto per mostrare come nella relazione tra Anders ed Eatherly sia situata una possibilità di interrogazione di una tragedia apparentemente inassimilabile. Ne emerge così una postura intima e pubblica, personale ed etica nei confronti della forma epistolare.

foto: Eleonora Mattozzi

Proprio nella restituzione scenica del carteggio si manifesta un aspetto rilevante della costruzione di Atomica. La regia di Claudia Sorace lavora sul rendere visibile l’atto stesso della lettura della lettera: Alessandro Berti e Portoghese sanno davvero inscrivere i gesti e le parole nello sguardo di chi li osserva. Sembrano quasi “masticare” l’uno le parole dell’altro, completandosi le frasi, riprendendole, facendole echeggiare nei rispettivi corpi. Si genera così una continuità che racconta la natura profondamente paradossale della corrispondenza epistolare, uno dei pochi oggetti capaci di avvicinare due presenti che, in realtà, non coincidono mai: quello della scrittura e quello della lettura. Vedere Anders/Berti e Eatherly/Portoghese, appartenenti a luoghi diversi e separati da una distanza che resta sempre incolmabile, posti invece fianco a fianco nell’atto di maneggiare le lettere, permette alle scene evocative ed essenziali di Paola Villani di far sostanziare uno spazio mentale. Sul palcoscenico, infatti, il trascorrere del giorno e della notte è segnato dal gesto con cui gli attori aprono e chiudono le tende semitrasparenti su cui sono disegnati un cielo, da un lato azzurro e dell’altro stellato e che delimitano i loro ambienti. Ed è proprio all’interno di questo spazio sospeso che i corpi e le voci di Alessandro Berti e Gabriele Portoghese riescono a rendere percepibile l’avvicinamento. Il primo restituisce un Günther Anders misurato e paziente, in grado di avvicinarsi al tormento del pilota senza mai trasformarlo in un oggetto teorico o in uno strumento per la propria notorietà. Portoghese, d’altra parte, incarna tutta la lacerazione di Claude Eatherly: incapace di convivere con quanto accaduto, tenta disperatamente di ottenere una punizione attraverso piccoli crimini e gesti autolesionistici, fino all’internamento psichiatrico. È impossibile attribuire una misura umana a una colpa, frutto di una successione di azioni, di scelte che non possono non essere situate in una catena di azioni collettiva, che sembra eccedere la dimensione dell’individuo e che trascende il singolo, estendendone la responsabilità.

L’incontro tra i due uomini permette a entrambi di percepire un senso d’azione: Anders trova nella vicenda di Eatherly una sostanza reale ai propri interrogativi filosofici, il pilota, invece, non ottiene un’assoluzione, ma qualcosa di forse ancora più importante, la possibilità di comprendere l’irrimediabilità della propria condizione e di conferirle finalmente uno statuto. Scrive infatti il filosofo tedesco nella prima lettera che indirizza al pilota: «lei ha la sventura di aver lasciato dietro di sé duecentomila morti. E come sarebbe possibile realizzare un dolore che abbracci 200.000 vite umane? Come sarebbe possibile pentirsi di 200.000 vittime? Non solo Lei non lo può, non solo noi non lo possiamo: non è possibile per nessuno […]. Lei fa, pur senza riuscirsi, quanto è umanamente possibile: cerca di continuare a vivere come la stessa persona che ha compiuto l’azione. Ed è questo che ci consola. anche se Lei, proprio perché è rimasto identico con la Sua azione, si è trasformato in seguito ad essa».

foto: Maria Giovanna Sodero

Anders ed Eatherly si schierano poi insieme contro gli armamenti nucleari. Una presa di posizione che però contribuisce ulteriormente all’isolamento di Eatherly e alla sua impossibilità di uscire dal manicomio. Il suo internamento offre ai Muta Imago il terreno per una felice intuizione: la creazione di veri e propri altrove scenici, luoghi in cui prendono forma desideri, fantasie e possibilità mancate, come la tentazione tutta umana del successo. Se inizialmente il pilota rifiuta l’attenzione mediatica che lo circonda, allo stesso tempo ne subisce il fascino, come se la notorietà derivante dal suo impegno antinucleare potesse finalmente offrirgli una qualche forma di riscatto. Anders, però, comprende subito l’ambiguità di quella prospettiva e lo mette in guardia. È all’interno di questa tensione che trova posto l’esecuzione dal vivo di I Can’t Help Falling in Love, in cui la voce e il corpo di Portoghese progressivamente si incrinano, si consumano, come se la promessa stessa del successo finisse per divorare il personaggio. Ancora più toccante è il momento in cui i due uomini danzano insieme; l’incontro impossibile tra i due trova finalmente una consistenza corporea: Anders lo sfiora, Eatherly gli prende la mano, riflesso di una profonda solidarietà umana.

L’aspetto più sorprendente di Atomica sta forse nel suo sapersi collocare realmente nel contemporaneo, riuscendo a tenersi alla larga dalla tentazione del contingente. In un tempo in cui il domani sembra sempre più compromesso e ogni nostro gesto appare incapace di incidere sui meccanismi che governano la realtà, il dislivello tra il compiere un’azione e la piena messa a fuoco dell’impatto del gesto individuato da Anders, e che questo spettacolo ci pone sotto gli occhi, continua a riguardarci. L’impossibilità di Eatherly di comprendere pienamente l’enormità del gesto compiuto racconta la complessità per l’essere umano di collocarsi con un senso all’interno di una società in cui la tecnologia sembra avergli tolto ogni possibilità di previsione e consapevolezza d’azione. Un cortocircuito avvertito dal pilota, ma che trova una formulazione attraverso il filosofo. Anders, nel renderlo dicibile, lo rende accessibile, lo trasforma in qualcosa con cui poter cercare di fare i conti. Ed è forse proprio qui che emerge una delle funzioni più alte dell’intellettuale. Riecheggiano così le riflessioni formulate dallo storico David Bidussa nel suo saggio Pensare stanca (Einaudi, 2024), dedicato allo spazio che le figure intellettuali hanno occupato nel Novecento e continuano a occupare oggi. In quelle pagine, Bidussa insiste sulla necessità di preservare il pensiero inteso come possibilità di futuro, e di consegnare così ai posteri domande che continuino a generare altre domande. Ed è proprio ciò che Anders compie nei confronti di Eatherly: non offre risposte consolatorie, ma rende dicibile ciò che per il pilota rimarrebbe altrimenti una presenza informe e fantasmatica. Solo a partire da questa condivisione può nascere una responsabilità.

Alice Strazzi


in copertina: foto di Eleonora Mattozzi

ATOMICA
liberamente ispirato al carteggio tra Günther Anders e Claude Eatherly
regia Claudia Sorace
drammaturgia e suono Riccardo Fazi
con Alessandro Berti, Gabriele Portoghese
collaborazione alla drammaturgia Gabriele Portoghese
consulenza letteraria Paolo Giordano
musiche originali Lorenzo Tomio
disegno scene Paola Villani
direzione tecnica e disegno luci Maria Elena Fusacchia
costumi Fiamma Benvignati
si ringrazia l’artista Elisabetta Benassi
fonico Giulio Ragno Favero
macchinista Chiara Previtali
per INDEX Valentina Bertolino, Francesco Di Stefano, Silvia Parlani
una produzione INDEX
in coproduzione con TPE – Teatro Piemonte Europa
in collaborazione con Politecnico di Torino – Prometeo Tech Cultures; Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale
in collaborazione con AMAT e Comune di Pesaro
con il supporto di ATCL / Spazio Rossellini, MAB Maison des Artistes Bard, Viola Produzioni / Spazio Diamante