In questo spettacolo si parla di donne. Anzi, no: di una donna, Francisca Gonzales.
Buenas tardes, Señora Presidenta, scritto da Teresa Vila e Marzia Gallo e interpretato dalla stessa Marzia Gallo, è andato in scena allo spazio Hug di Nolo, luogo simbolico e da sempre legato al FringeMI. Ciò che prende forma sulla scena non è soltanto una vicenda individuale, ma una traiettoria politica che attraversa il corpo femminile, il diritto alla scelta e la possibilità di trasformare un’esperienza privata in cambiamento collettivo.
La storia di Francisca è quella di una donna che ha contribuito a modificare la vita di migliaia di altre donne, rimanendo tuttavia poco conosciuta persino nel proprio paese. Nel Cile post-dittatura di Augusto Pinochet, l’aborto è vietato in ogni circostanza, anche in quelle precedentemente ammesse come il pericolo per la vita della madre, lo stupro o gravi malformazioni del feto incompatibili con la sopravvivenza. Per quasi trent’anni nessun governo interviene a modificare quella legge: il corpo femminile diventa materia di decisione altrui.

Francisca rimane incinta tre volte. La prima volta nasce Matías: sano. Le due gravidanze successive sono invece segnate dalla stessa diagnosi: le bambine non sopravvivranno dopo la nascita. La legge, però, non prevede eccezioni. Francisca è costretta a portare a termine la gravidanza di Trinidad, che vivrà solo tredici giorni. «Ci pensa Dio al destino, signora. Non è compito nostro spegnere una vita», affermano i medici che si rifiutano di intervenire. Quando la stessa condizione riguarda Cecilia, la terza gravidanza, il dolore privato si trasforma in azione pubblica.
La sua testimonianza davanti alla Commissione Salute durante il secondo governo di Michelle Bachelet contribuisce al percorso che porterà, nel 2017, alla depenalizzazione dell’aborto in tre specifiche circostanze (pericolo per la vita della madre, stupro, non sopravvivenza del feto). Uno snodo restituito non come conquista astratta, ma come esito di una sofferenza reale. Depenalizzazione, tuttavia, che non coincide con una piena legalizzazione: ancora oggi in Cile l’aborto resta consentito solo entro questi limiti, a testimonianza di un diritto parziale e continuamente negoziato.

La scrittura scenica evita ogni deriva documentaristica, pur poggiando su un evidente lavoro di ricerca. Vila e Gallo trasformano la cronaca in dispositivo teatrale, mantenendo intatta la complessità del contesto politico e sociale. La forza del lavoro risiede nella sua dimensione testimoniale: riportare alla luce una storia poco nota e restituirla a uno sguardo pubblico.
Si potrebbe pensare che il tema dell’aborto sia ormai ampiamente esplorato. Buenas tardes, Señora Presidenta dimostra il contrario: non perché aggiunga nuove tesi, ma perché riporta il discorso alla sua dimensione materiale e corporea, insieme fisica ed emotiva. Qui non si discute un principio: si osserva un corpo attraversare perdita, attesa e impossibilità di scelta.

Lo spettacolo prende posizione senza scivolare nella propaganda e costruisce un equilibrio tra precisione storica e accessibilità narrativa. La scelta di nominare luoghi, figure e passaggi istituzionali radica la vicenda in una realtà riconoscibile. Molti dei protagonisti citati sono ancora oggi attivi nella vita politica cilena: la scena si assume così la responsabilità della memoria.
L’interpretazione di Marzia Gallo è il fulcro del dispositivo scenico. Intensa ma controllata, attraversa il monologo in italiano, contaminandolo di inflessioni e ispanismi che mantengono vivo il legame con il contesto originario, non colore linguistico, ma traccia di realtà.
Accanto alla dimensione narrativa emerge con forza anche quella sociale, nella lettura dell’aborto come un privilegio di classe. In assenza di una legislazione piena e ampia, infatti, per alcune donne esistono percorsi sicuri e accessibili all’estero; per le altre restano la clandestinità, il rischio e la solitudine. Il lavoro insiste su questa frattura, mostrando come il controllo del corpo femminile sia anche una questione economica e strutturale.
Dal punto di vista formale, il lavoro alterna monologo, immagini, maschere e materiali audiovisivi legati agli eventi evocati. Questi elementi non decorano la scena, ma ne stratificano il senso, aprendo continue soglie tra memoria individuale e storia collettiva.
Non è uno spettacolo che offre conforto: alcuni passaggi sono espliciti, duri, e mettono lo spettatore di fronte a una materia difficile da eludere. Il rischio della sovraesposizione emotiva è presente, ma la regia mantiene una distanza che preserva la dignità del racconto. Il dolore non si chiude così su se stesso, ma diventa conoscenza e la rabbia si trasforma in consapevolezza.

Buenas tardes, Señora Presidenta riesce così a fare ciò che il teatro politico dovrebbe tentare: trasformare una storia individuale in una questione collettiva senza cancellarne la singolarità. La vicenda di Francisca Gonzales appartiene alla vita politica cilena, ma interroga chiunque si confronti con il rapporto tra libertà, istituzioni e diritti. Perché al destino non pensa Dio; al destino pensiamo noi — e possiamo tentare di cambiarlo attraverso le nostre scelte.

Arianna Bonazzi 


immagine di copertina: foto di Alessandro Villa

BUENAS TARDES, SEÑORA PRESIDENTA
ideazione Marzia Gallo
drammaturgia Teresa Vila e Marzia Gallo
regia Teresa Vila
con Marzia Gallo
maschere Alessandra Faienza
produzione Officine Meraki
in collaborazione con Teatro Trastevere, Spazio Teatrale Allincontro

La recensione fa parte dell’osservatorio critico dedicato a FringeMI Festival 2026