«Don’t ask me where I’m from, ask me where I’m local».

In un TED Talk del 2014, Taiye Selasi invita a ripensare la tipica domanda introduttiva «Da dove vieni?» per riformularla in questo modo: «Dove sei di casa?». In un mondo globalizzato, in cui una delle poche ricchezze restanti è la circolazione di persone, culture e filosofie, definire la nostra identità attraverso il paese indicato sul passaporto sarebbe meno ricco e avvincente che farlo attraverso i paesi in cui viviamo o abbiamo abitato, quelli che formano la nostra storia e la nostra esperienza. In fondo, il concetto stesso di “paese” è un’invenzione, o, drammaturgicamente parlando, una finzione. Eppure, sostiene Selasi, tutti siamo caduti nel «privilegiare una finzione, il singolo Paese, rispetto alla realtà, l’esperienza umana».

E se provassimo a immaginare le carte geografiche non ritagliate da linee di confine? Se i confini si trasformassero in semplici sfumature fra lingue diverse, e fra culture prive di centro? Non sarebbe forse uno dei segnali più maturi della fine di ogni conflitto tra nazioni, e dell’inizio di un mondo più libero e fluido? Si tratta probabilmente di un’utopia. Eppure qualcuno l’ha intravista, se non altro (anche per contrasto) ne ha riempito pagine e pagine, nella maggior parte dei casi pagando conseguenze assai care…


a cura di Riccardo Corcione
editing e revisione Alessandro Iachino
autori degli articoli: Riccardo Corcione, Francesca Di Fazio, Tolja Djokovic, Fabiola Fidanza, Jacopo Giacomoni, Gianmarco Marabini, Jovana Malinarić, Teresa Vila


Transculturali e multilocali: utopie oltre i confini

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