«The time is out of joint» — «il tempo è uscito dai cardini», dice Amleto scoprendo lo spettro del padre. Con questa call, Stratagemmi vuole raccogliere proposte di contributi che indaghino il tempo storto della scena: non il tempo lineare e omogeneo della cronologia, ma i suoi formati fuori asse: l’istante, la durata, la ripetizione, l’anacronismo. I contributi saranno pubblicati sul numero 050 della rivista, a cura di Alessandro Iachino e Stefano Tomassini.

Call for papers: il tempo storto

Obiettivo della call è sollecitare l’esplorazione delle relazioni tra arti performative e tempo, inteso, quest’ultimo, non come contenitore neutro dell’azione scenica ma come materia stessa del fare teatrale: il tempo della rappresentazione, il tempo dello spettatore, il tempo della storia messa in scena, il tempo del corpo che agisce e che si ripete. Stratagemmi intende così stimolare una riflessione sulle temporalità “storte” che attraversano il contemporaneo, toccando ambiti quali l’estetica dell’evento, le pratiche durazionali, la ritualità performativa e la replica, la memoria e il fantasma scenico.

Per indagare questo ambito, Stratagemmi vuole dunque sollecitare contributi di studiose e studiosi, artiste e artisti, operatrici e operatori del mondo dello spettacolo e delle pratiche del progetto, di diverse discipline e provenienze, nell’ottica di uno scambio di visioni provenienti da diversi ambiti. Sono particolarmente benvenuti approcci transdisciplinari, capaci di mettere in dialogo gli studi teatrali e di danza, con altri campi del sapere — dai media e visual studies alla teoria critica ed estetica, dai film e sound studies agli studi della percezione, incluse le prospettive neuroscientifiche. Le proposte andranno a costituire i contenuti di un unico numero monografico della rivista.

Contesto e Tematiche

La filosofia occidentale ha sempre faticato a pensare il tempo come una linea sola. I greci distinguevano già il chrónos, il tempo quantitativo e sequenziale, dal kairós, l’istante qualitativo dell’occasione propizia: due tempi incommensurabili che convivono in ogni evento scenico. Henri Bergson ha opposto alla durata spazializzata e misurabile dell’orologio la durée, tempo qualitativo, indivisibile, vissuto, mentre Edmund Husserl, indagando la coscienza interna del tempo, ha mostrato che nessun istante presente è mai isolato, ma è sempre attraversato da ritenzione del passato e protensione verso il futuro. Fernand Braudel, dal versante della storiografia, ha introdotto la nozione di longue durée per opporre ai tempi brevi dell’evento le strutture lente che attraversano i secoli. Walter Benjamin ha parlato di Jetztzeit, il tempo-adesso in cui presente e passato si condensano in una costellazione improvvisa, contro l’idea di una storia come progressione omogenea e vuota. Gilles Deleuze, riprendendo la formula shakespeariana, ha visto nel “tempo fuori dai cardini” l’emergere di una forma pura e vuota del tempo, non più subordinata al movimento; e in Differenza e ripetizione ha elaborato tre sintesi del tempo in cui la ripetizione non è mai identica a sé, ma produce differenza. Nietzsche, con l’eterno ritorno e le Considerazioni inattuali, ha interrogato cosa significhi agire contro il proprio tempo, e a favore di un tempo a venire; Jacques Derrida, riprendendo ancora Amleto, ha coniato la nozione di hauntologie per pensare ciò che ritorna e infesta il presente senza appartenergli. Sul versante degli studi performativi, Richard Schechner ha definito la performance come restored behavior, comportamento già vissuto e ripetuto (non originale ma “due volte agito”) mentre Peggy Phelan ha legato l’ontologia della performance alla sua irriducibile scomparsa nell’istante stesso in cui accade.

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