Esteve Soler è un drammaturgo catalano tra i più tradotti e rappresentati al di fuori della Spagna. Lo dicono nel 2010 la Institució de les letres Catalanes e l’Institut Ramon Llull. L’aneddoto vuole che solo poco prima, nel 2007, l’autore trentenne ancora poco conosciuto avesse inviato con ben poche aspettative all’imponente festival Theatertreffen di Berlino il suo testo Contro il progresso. Si trattava di un’opera divisa in 7 quadri grotteschi tra i quali figurava, tra l’altro, il personaggio di un nazista. Con suo grande stupore, venne selezionata per una lettura pubblica. «Mi ha salvato Berlino», avrà modo di affermare più tardi: da quell’episodio il numero di rappresentazioni e traduzioni è aumentato con una progressione vertiginosa, e Contro il progresso si è “moltiplicato”, diventando il primo episodio della Trilogia dell’Indignazione, seguito da Contro l’amore (2009), Contro la democrazia (2010), e, qualche tempo dopo, addirittura da un’intera seconda trilogia, la Trilogia della Rivoluzione (2017). A comporre questo nuovo trittico sono i lemmi della rivoluzione francese con i testi: Contro la libertà, Contro l’uguaglianza e Contro la fraternità. Ed è proprio quest’ultimo a collocarsi a conclusione di un percorso estremamente fedele a sé stesso: da un lato eccezionalmente lungo per il numero di anni che abbraccia, dall’altro estremamente compresso nei suoi capitoli, vista la rapidissima successione delle 7 scene che compongono, come dei flash, ogni drammaturgia.

E se quella berlinese è stata una congiuntura fortunata, il merito è anche di un intero sistema che l’ha propiziata e sostenuta: Soler si forma infatti in quella Sala Beckett che, con il suo fondatore José Sanchis Sinisterra, favorisce negli anni novanta un rinnovamento radicale della drammaturgia catalana, attraverso attentissime e costanti traduzioni dei testi più d’avanguardia a livello internazionale. Come nel caso della fortunata opera di Sergi Belbel e il lavoro di scambio, studio, analisi tra autori e spettatori nelle letture pubbliche del laboratorio di drammaturgia permanente l’Obrador – gestito a lungo, e non è un caso, dall’altrettanto importante autore Carles Battle.

Contro il progresso nella versione di Emanuele Giorgetti in scena al Teatro Out Off di Milano, settembre 2019, (ph: MarinaAlessi)

La tendenza a una scarnificazione del linguaggio, che si esprime in brevi scene scorrelate, con poche indicazioni per i personaggi (denominati “Uomo 1”, o “Donna giovane”, ecc.), e un gusto per un umorismo di un nero intenso, spaventoso – caratteristiche già indicate per Sanchis Sinisterra e, in generale, per la nuova drammaturgia catalana – tingono senz’altro anche i toni della scrittura di Soler. Ma, nei brevissimi episodi, la prosa “per omissione” dello scrittore non tratteggia una pinteriana realtà minima del nostro quotidiano, quanto dei mondi dalla distopia incomprensibile, con la parola che diventa capace di evocare una violenza inaudita, sopportabile solo con un certo sforzo da parte del lettore. Un salto nel grottesco e nell’assurdo piuttosto singolare. Come dice Fabrice Corrons: «tutta la drammaturgia catalana di oggi viene da Benet i Jornet o da Sanchis Sinisterra. Tranne Esteve Soler, che ha Boadella e Brossa come riferimenti».

Contro la fraternità si presenta come un ordigno implacabile che segue fino alle estreme conseguenze l’esergo «o sei mio fratello o ti uccido», citazione dell’aforista settecentesco Nicolas Chamfort. Nei sette quadri che seguono, lo scollamento tra la vita concreta e il linguaggio familiare – opacizzato nel suo rimandare a sé stesso in formule per noi perfettamente riconoscibili come, ad esempio, nelle ricorrenti recriminazioni, riprese e impennate delle discussioni tra madre e figlia, o nella tediosa riproposizione di annunci promozionali da parte dei commessi nei centri commerciali – si fa particolarmente evidente proprio perché inserito in un contesto estremo, di una violenza quasi indecifrabile per il lettore. Soler mette in luce per contrasto quanto avviene nella nostra esperienza quotidiana: attraverso l’effetto straniante dei dialoghi negli episodi di Contro la fraternità capiamo come le nostre parole ci servano, più che per comunicare, per nascondere le peggiori efferatezze. “O sei mio fratello o ti uccido” è l’obbligo di una presa di posizione che nella nostra realtà eludiamo permanentemente con trite frasi di cortesia, causando però, sembra dirci l’autore, le stesse identiche conseguenze sanguinolente dei suoi “quadri”, solo in apparenza surreali e grotteschi.

Così, nel primo quadro Uomo 1 impiega un linguaggio titubante, sensibile, reticente, per scusarsi con Uomo 2 di avergli – inspiegabilmente invero – usurpato il posto all’interno della sua stessa casa e della sua stessa famiglia.


Da Contro la fraternità

Hombre 1 – Lo siento. (Pausa larga.) La llave de mi casa también abre la vuestra. (Pausa larga.) Me he equivocado de piso. Lo siento. (Pausa larga.) Habría querido… (Pausa.) No me encuentro del todo bien. (Pausa.) Por un momento… (Pausa.) Me hubiera gustado… (Pausa.) Ser como vosotros. (Pausa breve.) Y no ser yo. (Pausa larga.)

Hombre 2 – Hace mucho rato que intento entrar.

(Pausa.)

Hombre 1 – Todo va bien.

(Pausa.)

Hombre 2 – ¿Dónde estan las niñas?

(Pausa.)

Hombre 1 – Están bien, arriba. Jugando.


La moglie di Uomo 2, seduta sul divano a fianco a Uomo 1, non risponderà a nessuna delle domande disperate del marito, rimanendo silenziosa per l’intera scena. L’uomo verrà gentilmente, ma con fermezza, messo alla porta.
Ancora, nel secondo quadro, la Madre si lamenterà del fatto che come sempre dovrà pulire i disastri combinati dalla Figlia, oppure, nel bel mezzo di un litigio, le dirà con una nascosta punta di crudeltà di «far fare a lei, ché la Figlia non è capace». Ma l’oggetto del discorso non sono piccole banalità quotidiane, né faccende domestiche inevase, stanno parlando di… portare a termine adeguatamente l’atto di suicidio della Figlia! («Dov’è che c’hai il coltello? Fammelo fare a me. La Madre trova il coltello e comincia a inseguire la figlia”). L’elenco di efferatezze inspiegabili della Madre rinfacciatole dalla Figlia ha forse, nella sua forma urticante di elenco lamentoso, una lontana eco con il fiume di recriminazioni che ogni figlio dentro di sé avanza nei confronti dei genitori.

Un’analisi più serrata merita il terzo quadro della serie, nel quale il tema della fraternità viene affrontato direttamente, con una formulazione altrettanto angosciante. Un servo e un padrone si trovano sotto al cadavere di un cane impiccato, e nello scorrere dei secoli, il servo dichiara di aver ucciso il cane perché non sopportava che il padrone lo accarezzasse e amasse, negando invece la fraternità a un uguale.

¿Qué sentido tenía la fraternidad si el criado, después de trabajar todo el día para el amo, veía como éste acababa queriendo más al animal piojoso que le acompañaba en la granja? ¿Qué sentido tenía que el amo cuidara e hiciera caricias a una bestia mientras a él no le dirigía la palabra? ¿Cómo se podía excluir de la fraternidad a un igual?

Attraverso le figure del Servo e del Padrone, Soler analizza così il mutarsi del concetto di “fraternità” condensando in questa espressione ciò che Roberto Bolaño definiva come “appartenenza alla Società”, ossia alla comunità di coloro che godono dei pieni diritti civili rispetto a chi ne viene del tutto, arbitrariamente, escluso. Nel V sec. a. C., tratteggia Soler, viene denominata “l’amicizia civica”: chi nasce schiavo non ne può godere; nel XV sec. troviamo la “fratellanza cristiana”: il Servo, miscredente, ne resta escluso; nel XXI secolo si chiama “solidarietà altruista” e si appoggia sulla libertà economica: chi è sfortunato nella vita, come il Servo, non può usufruirne.  È così che il Servo si vendica e impicca e ri-impicca il cane. Finalmente, nel XVIII sec., Servo e Padrone, alimentati dallo stesso “sentimento rivoluzionario”, sono fratelli e possono tirare giù il cane per accarezzarlo. Ma quest’ultimo è ormai completamente deformato dalla pressione della corda. Come a dire che le parole vengono a coprire una struttura soggiacente che è ormai irrimediabilmente corrotta, rovinata, umiliata e offesa: le carezze di entrambi non la possono rinvenire.

Esteve Soler al Teatro Out Off di Milano (ph: Metamorfosis pro)

I quadri di Contro la fraternità continuano a incalzarsi con un effetto quasi di asfissia per lo spettatore, che – senza la consolazione di una pausa o una distensione del ritmo – dovrà assistere alla proposta «Vuole venirmi in faccia?», fatta da una dipendente di un supermercato a un cliente (un nuovo servizio compreso nella spesa, come il parcheggio!); o ancora dovrà assistere al ciclico, enigmatico avvento del capitalismo attraverso una perfetta, bellissima e inquietante scatola rossa; o infine ascolterà il dialogo tra un’agente di polizia e un uomo colpito da sei pallottole e una freccia che però, a tutti i costi, «non vuole fare la vittima».
Nel quadro finale, che ricorda un fatto di cronaca realmente accaduto nel 2015 (il suicidio-omicidio del comandante del volo 9525 della Germanwings, che decise di schiantare deliberatamente l’aereo che stava pilotando contro le Alpi Francesi in Provenza, causando la morte di 149 persone) troviamo nuovamente le parole dell’esergo: “O sei mio fratello o ti uccido”. Cosa c’è di meno fraterno di un volo aereo, chiede all’interfono il comandante del volo (protagonista del quadro), mentre spiega anche che, per un errore di impostazione della rotta che non dipende da lui, l’aereo si andrà a schiantare contro una catena montuosa. Alla frase «Accenderò le luci un’ultima volta», la platea del teatro s’illumina. I passeggeri del volo siamo noi. «Attenzione – ci dice il pilota – la traiettoria dell’aereo mi precede e vi precede, era già impostata così». Abbiamo già questa traiettoria mortale, tutti noi. «La volontà – aggiunge – interviene solo nella decisione di non cambiarla». Una non-azione che non compie solo il comandante, ma tutti noi. Non siamo affatto fratelli, e allora ci uccidiamo. La grandezza del testo di Soler è che l’espediente retorico (al quale siamo già ampiamente avvezzi) di intersecazione con il piano del reale non “passa” indifferente allo spettatore: non gli strappa un sorriso, non lo diverte, ma lo lascia congelato. A contemplare un abisso senza risposte e con una montagna davanti.

Teresa Vila


Il testo, grazie al progetto Fabulamundi, può essere richiesto gratuitamente in spagnolo e in catalano con una mail a info@fabulamundi.eu