Inquadrare un luogo con il proprio sguardo è l’azione alla base della nascita del termine paesaggio: proprio come il teatro, il paesaggio non esiste senza qualcuno che lo guarda e racchiude in sé l’ambiguità di indicare la cosa e, allo stesso tempo, l’immagine della cosa.
Con Curon/Graun OHT – Office for a Human Theatre sembra indagare la dimensione soggettiva dello sguardo e lo fa attraverso la sua prima opera di teatro musicale. Il lavoro nasce nell’ambito del bando OPER.A 20.21 FRINGE, concorso istituito dall’Orchestra Haydn per selezionare due progetti di teatro musicale contemporaneo, da sostenere in termini di produzione e da presentare nella stagione lirica a Bolzano e Trento, quest’anno a tema Escape from reality. La giuria ha scelto (insieme a Gaia del compositore Hannes Kerschbaumer) il progetto di OHT, e lo spettacolo è stato creato in residenza a Centrale Fies, dove replicherà a giugno portando i musicisti dell’orchestra Haydn negli spazi dell’ex centrale di Dro.

Il paesaggio portato in scena è quello della Val Venosta, e in particolare del paese di Curon, evacuato, distrutto e sommerso nel 1950 per lasciare il posto a un bacino artificiale. Unico elemento rimasto visibile, e divenuto patrimonio e simbolo tangibile di quella storia, è il campanile medievale, che emerge ancora oggi dalle acque: la soprintendenza delle Belle Arti e del Paesaggio non aveva permesso che fosse raso al suolo.
La particolarità di questo luogo apre, nell’elaborazione della performance, a diversi temi di riflessione nel rapporto tra uomo e natura: il senso di appartenenza, lo sradicamento, la violenza delle trasformazioni, l’antropizzazione, la tecnica, la memoria, la nostalgia.

La scelta di Filippo Andreatta, regista e ideatore del progetto insieme alla scenografa Paola Villani, è di togliere dalla scena qualsiasi presenza umana: non ci sono attori, non ci sono nemmeno voci. La scomparsa di Curon si misura così nell’assenza: l’esperienza spettatoriale si basa sull’immersione nelle immagini e nella musica, suonata dal vivo dai musicisti dell’orchestra Haydn. Fratres del compositore estone Arvo Pärt diventa così, in tre diverse esecuzioni (per quartetto d’archi; per archi e percussione; per violino, archi e percussione), la voce sonora di quell’assenza, protagonista di un paesaggio ricostruito in scena attraverso tre diversi momenti di esplorazione, tutti presentati su uno schermo fisso nei video di Armin Ferrari.

Il primo è quello delle parole proiettate che, con un testo sintetico e puntuale, raccontano i principali passaggi della storia. Il secondo è un video che gioca sulla potenza del simbolo: una vasca contiene la riproduzione del modellino del campanile che viene progressivamente sommerso da una pioggia d’acqua, fino ad affogare completamente. Il terzo è un itinerario che, percorrendo i margini del lago di Resia, mostra il paesaggio antropizzato svelando le tracce della tecnicizzazione, fino ad arrivare al campanile sommerso.

La musica ha una tensione che entra in sintonia con le immagini e, con un ritmo lento, coinvolge lo spettatore in un rapporto empatico con l’acqua, con l’immersione, con la mancanza. La pulizia e il rigore della ripresa fissa della vasca che si riempie di un getto d’acqua sempre più aggressivo contrasta con il video successivo: il paesaggio invernale, ricoperto di neve su un lago ghiacciato, crea una distanza rispetto alla dirompente presenza dell’acqua percepita immediatamente prima. Ora le immagini sono in movimento e lo sguardo si sposta di continuo, fatta eccezione per alcuni “intermezzi” che soffermano l’attenzione sui dettagli dell’antropizzazione del paesaggio. La documentazione delle tracce della diga nel contrasto tra neve e cemento assume un ruolo politico, di denuncia. Poi, lascia spazio alla quarta parte dello spettacolo, la più teatrale: lo schermo scompare e la scenografia emerge lentamente, illuminata dietro a un filtro di tulle, manifestando il campanile nella sua effimera presenza in un ambiente di ombre e ghiaccio (le luci sono di William Trentini). Qui Fratres cede il posto al Cantus in memoriam Benjamin Britten.

La dimensione spirituale della musica minimale di Arvo Pärt e la sua delicatezza essenziale sono ispirazione e punto di riferimento costante per questa esplorazione di OHT. Il senso di sradicamento dalla propria terra e la valorizzazione della memoria e delle sue tracce sono evocati nell’assenza: le testimonianze (anche dirette) e i materiali raccolti non vengono in alcun modo portati in scena, ma restano a margine della ricerca. Nella stessa direzione sembra andare la semplificazione della visione che governa l’estetica di questo lavoro, rinunciando a qualsiasi movimento, se non quelli operati da proiezioni e luci. Queste scelte, se da una parte valorizzano la precisione e l’esecuzione musicale, dall’altra danno consistenza fisica all’assenza, alla mancanza, tanto che la musica, e in particolare il suono della campana, sembra dare corpo al silenzio e a ciò che è rimasto invisibile nel paesaggio alpino.

Il silenzio e il ritmo lento, sono d’altra parte le condizioni necessarie alla contemplazione del paesaggio, e alla sua memoria. Così sosteneva il geografo Eugenio Turri (cfr. il suo Il paesaggio e il silenzio, 2004), che parlava di “diritto alla nostalgia”, facendo riferimento a quel sentimento che opera nella società come agente fisiologico di conservazione degli oggetti e del paesaggio della memoria. Turri ricordava a questo proposito che il termine nostalgia è stato usato per la prima volta dal medico svizzero Johannes Hofer per descrivere il sentimento dei suoi connazionali lontani dalle loro vallate: “un sentimento simile alla malattia, da intendere come sofferenza per la sottrazione di un ambiente, di un’atmosfera, di un paesaggio”. Cosa accade se quel paesaggio non esiste più?

Francesca Serrazanetti

CURON/GRAUN
di OHT – Office for a Human Theatre
Musica di Arvo Pärt
Idea di Filippo Andreatta e Paola Villani
Orchestra Haydn di Bolzano e Trento
Direzione musicale Stefano Ferrario
Regia Filippo Andreatta
Scene Paola Villani
Luci William Trentini
Video Armin Ferrari
Produzione Fondazione Haydn
Coproduzione OHT, Central Fies art work space
Progetto vincitore OPER.A 20.21 FRINGE

Teatro Sociale di Trento, 23 febbraio 2018