di Pippo Delbono

visto al Teatro Carignano di Torino _ 17-22 maggio 2011

Nonostante mamma-Delbono chieda al figlio di smetterla con le regie angoscianti e di diffondere invece un po’ di valori cristiani (è lui a raccontarlo, nel corso dello spettacolo) e nonostante il programma di sala parli del “sentirsi finalmente in pace dopo la battaglia”, la nuova creazione di Pippo Delbono non è pacificata né pacificante.
Subentrano, è vero, una nota di malinconia, talvolta esplicitamente autobiografica (così i riferimenti agli incontri presso il manicomio con Bobò, compagno di scena e di percorso artistico, o la presenza della madre, che appare enorme e autorevole nel video) e uno sguardo al passato che è anche consapevolezza del male che poteva essere e non è stato; ed è altrettanto vero che il registro dell’ironia sembra insinuarsi nel tessuto drammatico più spesso del solito (così, durante la pausa, Delbono conta gli spettatori che si stanno alzando dalle sedie e gli abbonamenti che il Carignano rischia di perdere per la prossima stagione). Ma a tornare – nelle immagini e nelle parole prese in prestito, tra gli altri, da Dante, Alda Merini, Pasolini e Artaud – è l’idea del naufragio, dell’affondare, del perdersi nell’oscurità.

E a naufragare, senza punti di riferimento, viene volutamente lasciato anche lo spettatore: non c’è narrazione né linearità a soccorrerlo. Emergono piuttosto frammenti e momenti scenici slegati che sembrano affiorare dalla coscienza, o da un immaginario per un momento condiviso tra spettatori e compagnia. Dinnanzi ad alcuni di questi si resta attoniti, quasi ipnotizzati dal sapore onirico delle immagini.
Altre volte ci si scopre commossi d’improvviso, come nell’omaggio a Bobò, al quale Delbono dedica oltre che l’intero spettacolo, anche una sorta di personalissimo paradiso compensatorio delle ingiustizie e dei dolori patiti in questa vita: un corteggio di angeliche figure femminili in bianco che lo coccolano, si prendono cura di lui, si permettono qualche tenero dispetto. Altre volte ancora si ha la sensazione di essere tagliati fuori e non coinvolti dall’oscuro flusso di parole (non di rado urlate) e pare di capire che al regista non importi fino in fondo accompagnare lo spettatore nel corso della rappresentazione. “Si arrangi”, sembra dire Delbono: “se è pronto e disponibile capirà”. E di questa concezione quasi orfica e iniziatica della fruizione danno conto anche le note nel programma di sala, che parlano di una “composizione strumentale che sfocia in flusso continuo, trapassa lo spazio, per traghettare verso la poesia del divenire”.

Più in generale non si può fare a meno di notare l’indubbio (e viene da dire, istintivo) senso della scena che contraddistingue la regia, fin dalla scelta dello spazio per l’azione: una stanza vuota dotata di porte, che solo a poco a poco ci si rende conto assomigliare a quelle di un carcere. Ma notevoli sono anche l’uso del video, mai esornativo, che a tratti dialoga con la scena a tratti si sovrappone ad essa; l’intensità dei passaggi più semplici, come la camminata degli artisti da una porta all’altra del palco, capace di mostrare in un istante la loro individualità di esseri umani; l’icasticità di alcune immagini, come quella di una donna sporca di argilla che si dimena circondata da uomini e donne vestiti di tutto punto che non nascondono il loro disgusto.
Ma sorprende soprattutto notare come una cornice narrativa così labile da sembrare inesistente possa racchiudere con coerenza le voci più diverse: dal violinista che suona in scena le musiche originali di Alexander Balanescu (e che in qualche replica è Balanescu stesso), a Marigia Maggipinto, danzatrice del Wuppertal Tanztheater, fino all’étoile dell’Opéra di Parigi, Marie Agnes Gillot (presente al Carignano solo la sera della prima, e straordinariamente disponibile ad una immersione nel mondo al contrario di Delbono).E stupisce vedere due danzatrici così distanti per formazione trovare un denominatore comune alle loro diversità, mostrate e dichiarate fin dal costume scelto per i due soli.
Marigia con capelli sciolti e vestito elegante, in pieno stile Bausch, percorre l’aria con le braccia febbrili e sinuose; Marie Agnes in tutù, scarpe di gesso e chignon si esibisce in spaccate, camminate sulle punte, arabesque. Eppure entrambe sembrano far vibrare, come due meravigliose e flessibili corde, la stessa musica.

Maddalena Giovannelli