La realtà è morta. Bentornata realtà. Tra le grandi e sempre irrisolte questioni attorno alla drammaturgia contemporanea è senza dubbio il racconto del presente, dell’oggi, di quanto ci accade di fronte e attorno e di cui siamo irrimediabilmente parte. Ecco, la difficoltà: il racconto del presente ci contempla o meno? Possiamo dire di farne parte se ne forniamo una visione esteriore e priva di noi stessi? Lungo questo crinale è la riflessione generata esaminando le letture dei testi nati all’interno del progetto Short Latitudes, tentativo promosso in collaborazione con il British Council di diffondere la cultura teatrale inglese in Europa e così alimentare la contaminazione con altre tradizioni drammaturgiche del vecchio continente. Dopo la serie di appuntamenti laboratoriali con Caroline Jester e Steve Waters dei mesi scorsi, nella fase finale i testi sono stati presentati al Teatro i di Milano in forma di lettura scenica, aprendosi al confronto con alcuni sguardi esterni tra cui Magdalena Barile, Renato Gabrielli e altri.

Punto di partenza del progetto è, secondo dichiarazione, «la funzione programmatica della scrittura inglese di raccontare il presente e di essere snodo tra cittadini e temi civili fondanti». L’intenzione è pertanto un racconto che poggi su una struttura concreta di confronto fra cittadino e cittadinanza, uomo e comunità. Nell’incontro tenuto all’Università Statale di Milano, la stessa Caroline Jester invitava a pensare «quanto si possa scoprire di un luogo indagando e immaginando come si comportino le persone che lo abitano, che lo vivono»; la drammaturgia è dunque il processo che di questi luoghi vissuti e abitati fa specchio, producendone immagini particolari che siano in grado di connotare l’universale.

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