Quando inizia la violenza? Quando si passa dal piacere al dolore?
Sono questi i due interrogativi da cui nasce Elegia di un cinghiale ferito di Matteo Di Somma e Violetta Ghersina, presentato come un progetto ancora in progress e concepito come una sit-down tragedy, ovvero una tragedia raccontata da un attore “seduto su un cesso”. Di Somma affronta una relazione tra un adolescente e un uomo adulto, passando dal momento dell’infatuazione a quei meccanismi di manipolazione e quei giochi di potere che si vengono talvolta a creare.
I due autori hanno discusso con noi e ci offrono nuove chiavi di lettura, permettendoci di entrare il più possibile in contatto con il loro progetto.

La messa in scena cui abbiamo assistito è uno studio, un esito parziale con l’obiettivo di sondare le reazioni del pubblico: cosa vi aspettavate? Un pubblico giudice, vittima o complice? Reazioni di compassione, disgusto o stupore?
Violetta Ghersina: Nel processo di creazione dello spettacolo ci siamo prefissati l’obiettivo di non generare compassione né ingigantire o drammatizzare mai troppo la vicenda. Abbiamo cercato di evitare elementi di shock. Ma, in fondo, il pubblico è sempre un giudice del tuo lavoro.
Matteo Di Somma: Le aspettative che prima dello spettacolo nutriamo nei confronti della reazione del pubblico svaniscono inevitabilmente nel momento in cui questo entra in sala. Quando saliamo sul palco, la cosa più importante diventa instaurare un rapporto con gli spettatori, evitando di prevederne i giudizi e tentando di concentrarci sulla recitazione.

Qual è il vostro intento raccontando un’esperienza che può avere un forte valore universale? Arrivare a più persone possibili?
MDS: Penso che una messinscena non debba avere come obiettivo quello di piacere a tutti, non è una questione di likeability. Il nostro intento è portare sul palco non tanto una storia personale, piuttosto far sì che la vicenda diventi un punto di partenza per una riflessione più profonda. Alla fine vogliamo proporre al pubblico alcuni interrogativi, il più ampi possibile, per lasciare a loro il privilegio di soffermarsi sulla vicenda e indagare sul loro personale significato.

Viste le tematiche trattate, pensate che ci possano essere gap generazionali legati a diverse sensibilità di ricezione del pubblico durante la performance?
MDS: Un tempo alcuni tra gli argomenti che attraversiamo nello spettacolo non venivano affrontati dalla società in maniera così aperta e disinvolta. Penso, ad esempio, alle questioni legate alla disabilità o al genere; oggi, invece, riscontro nelle nuove generazioni un’attenzione maggiore rispetto a questi argomenti. Ma tutto dipende dal pubblico, che cambia di sera in sera: qui a La Spezia ho incrociato lo sguardo di persone di differenti fasce di età, e non ho percepito distanza alcuna.

All’interno dello spettacolo sono presenti alcuni riferimenti molto chiari ed espliciti: Biancaneve per la sua purezza, l’utilizzo dell’apostrofe nei confronti dell’uomo che ha causato le violenze, infine le musiche: che ruolo hanno questi argomenti all’interno dello spettacolo?
MDS: È vero, all’interno dello spettacolo sono presenti numerosi simboli. Forse, però, vi sorprenderebbe sapere che in realtà il ricorso a questi elementi è nato inconsapevolmente durante il processo creativo e ci ha permesso di trasformare elementi di realtà in altro. La prossima tappa del nostro lavoro vuole proprio dare maggiore spazio a queste immagini.  Biancaneve, ad esempio, è una di queste ricorrenze: proprio come la protagonista della celebre fiaba ho sentito di dover interpretare il ruolo del “puro”. Biancaneve è sempre in balia degli eventi, non decide mai nulla in autonomia.

“Elegia” suggerisce la volontà di dire addio a qualcosa di passato. A cosa dite addio con questo lavoro?
MDS: Intendiamo “elegia” come una lente di ingrandimento sulla vicenda passata, alla quale ho già detto addio. La persona di cui parlo non la sento più come reale, è diventata un personaggio.
VG: Diciamo addio alla merda. Sono morto io? Sei morto tu? Siamo morti entrambi? È morta una storia. 

Che vecchi del futuro sarete?
VG: Spero di essere “una figa”! Mi auguro di andare a teatro, di essere una “giovane vecchia”…
MDS: Anche io vorrei essere una “giovane vecchia”! In generale, però, voglio continuare a essere influenzato da nuovi stili di vita, nuove terminologie e nuove voci; non vorrei perdere questo entusiasmo per la scoperta nemmeno da vecchio. Mi piacerebbe essere sempre un allievo, imparare sempre qualcosa. In realtà, mi è anche già capitato qualche mese fa: ho invitato alcuni studenti allo spettacolo e al termine mi hanno parlato del “grooming”, una nozione che non conoscevo. Voglio farmi stupire sempre dalle nuove generazioni, sperando di non diventare mai un vecchio burbero.

a cura di Gleb Kastsianevich, Isabel Marino, Federico Mistrorigo, Greta Patrizia Tumminello, Emma Verdolino


in copertina: foto di Francesco Capitani

Questo contenuto è esito dell’osservatorio critico dedicato a Tutta la vita davanti 2026