«As a woman, my body doesn’t belong to me» è uno dei mantra che attraversa FEMINAE, lo spettacolo della collettiva GhelfiDema andato in scena dal 2 al 6 giugno 2026 negli spazi di mare culturale urbano, nel quartiere milanese di San Siro durante il Festival FringeMI.
Verso la metà della rappresentazione, dai microfoni risuona proprio questa frase che sembra riecheggiare un frammento del saggio Le tre ghinee di Virginia Woolf: «As a woman I have no country. As a woman, I want no country. As a woman, my country is the whole world».
Se Virginia Woolf identifica però nel modello dello Stato-nazione una delle principali espressioni del dominio patriarcale — arrivando a prenderne le distanze proprio in quanto donna — Valentina Ghelfi e Selene Demaria rielaborano l’intuizione inserendola in un’altra prospettiva.
Uno dei nuclei della performance sembra infatti risiedere nell’idea della donna non come singolarità isolata, ma come identità profondamente interconnessa a una genealogia di antenate, amiche e compagne. In questo senso, il lavoro delle artiste si configura come un richiamo alla sorellanza e utilizza lo spazio scenico come luogo di testimonianza e trasmissione. A partire da qui, il fuoco della riflessione si sposta sul corpo femminile stesso.
È il corpo a configurarsi come un territorio segnato da una lotta millenaria, attraversato dalle tracce di una genealogia femminile che, nelle parole del duo, è «cresciuta in cattività», intrappolata entro quel modello dominante di cui la performance intende mettere in luce le contraddizioni e i limiti.
Due leggii, due microfoni, un sintetizzatore e una chitarra acustica: una essenzialità scenica che però riesce a restituire l’enorme e quotidiana fatica dell’essere femmine. Gli strumenti presenti in scena non assolvono soltanto una funzione tecnica o musicale, ma diventano vere e proprie estensioni corporee e vocali: amplificano la voce, espandono i gesti e permettono la costruzione di una drammaturgia sonora funzionale alla messa in luce delle tensioni che attraversano il corpo femminile. Dalle loro postazioni, davanti ai leggii, Ghelfi e Demaria alternano il canto, la distorsione vocale e la parola a momenti di dialogo con il pubblico. In questo caso, il coinvolgimento degli spettatori non risponde a una logica di semplice partecipazione ma chiama in causa una forma di presenza attiva, rendendo il dialogo parte integrante della costruzione scenica. Emblematica, in questo senso, è la possibilità offerta al pubblico di intervenire prendendo la parola attraverso quella che le performer definiscono con ironia un’«alzata di vulva», sostituendo all’usuale “alzata di mano” un gesto fortemente connotato sul piano simbolico.
È poi da quella fatica a cui si faceva cenno prima che si dipana un affresco che non pretende di problematizzare l’esperienza femminile in toto ma di mettere in luce un vissuto condiviso e quelle esperienze che, in quanto donne, hanno toccato le vite di Ghelfi e Demaria. La drammaturgia, infatti, si costruisce proprio sui fantasmi dei loro vissuti.
Tra le eredità più significative del pensiero femminista vi è infatti la pratica del “partire da sé”, ovvero quel movimento autocoscenziale che apre al mondo e alla relazione con l’altra o l’altro ma che riporta sempre e inevitabilmente alla propria intimità.
In FEMINAE, il medium teatrale rende così possibile una continua oscillazione tra diversi livelli di verità: quella vissuta dell’esperienza e quella costruita della rappresentazione. Il canto e la musica, elementi strutturali della performance, accompagnano e amplificano questo processo, trasformando il racconto del sé in un’esperienza collettiva di riconoscimento. È in questa dinamica che si accende la scintilla dell’identificazione, capace di rendere spettatrici e spettatori testimoni partecipi di una memoria condivisa.
FEMINAE si configura così come un archivio vivo di gesti e ferite, ma anche di slanci, euforie e di una vitalità che eccede continuamente i confini del racconto restituendo al pubblico il desiderio di orientare il cambiamento.
Si approda, nel finale, a un piccolo rituale. Il pubblico è invitato ad alzarsi e a prendere dal proscenio un piccolo vasetto colmo di terra, al cui interno è inserito un lembo di carta seminata. Su quel foglio viene chiesto di scrivere non un desiderio ma un impegno: la formulazione di un proposito, la presa di coscienza di un intento da trasformare nella propria quotidianità.
Spettatrici e spettatori tornano quindi a casa con un compito: quello di prendersi cura di un fiore che verrà. Un gesto minimo, che però restituisce alla cura il suo valore più concreto.
Matteo Muz
immagine di copertina: foto di Alessandro Villa
FEMINAE
di GhelfiDema
con Valentina Ghelfi e Selene Demaria
poesie Valentina Ghelfi
musiche Selene Demaria
in partnership con Torino Fringe Festival
La recensione fa parte dell’osservatorio critico dedicato a FringeMI Festival 2026