Si può vedere un film muto a teatro? A questa domanda risponde Globe Story, un divertente e toccante spettacolo della compagnia spagnola El Perro Azul, presentato per la prima volta in Italia durante il FringeMI di quest’anno.
Il luogo scelto per lo spettacolo è lo spazio dell’associazione Vivi5Square nel quartiere Vigentino, una zona isolata in fondo a viale Ripamonti priva di presidi culturali — non ci sono cinema, teatri, biblioteche, librerie. L’associazione, frequentata solitamente dagli abitanti del complesso residenziale di recente costruzione, è l’unica attiva sul territorio e, per la prima volta, ha l’occasione di ospitare uno spettacolo teatrale.
Il pubblico numeroso, con tante famiglie con bambini al seguito, dimostra la scelta positiva del FringeMI di addentrarsi anche in zone diverse da quelle battute negli ultimi anni.

Davanti a un fondale colorato di giallo, ocra, marrone, ci appaiono i protagonisti della storia, Max e Greta (Fernando Moreno e Gemma Viguera), con abiti dai toni seppia, proprio come fossero dentro a un film delle origini. È importante ricordare che questo tipo di viraggio era una tecnica fotografica molto diffusa nel cinema muto: i primi film avevano nella quasi totalità dei casi questa colorazione “seppiata”, che rendeva così, attraverso l’uso dello zolfo, quell’immagine caratteristica sui toni giallo-oro. La tecnica non aveva solo una funzione estetica, ma era necessaria per arrestare l’ossidazione dell’argento e in questo modo proteggere e conservare le stampe fotografiche, aumentandone la durata nel tempo.
Questa scelta cromatica attuata dalla compagnia spagnola diventa dunque significativa: suggerisce che ci troviamo di fronte a uno spettacolo muto e che allo stesso lo stiamo conservando, proteggendolo dal tempo che passa inesorabile.
Lo stesso Globe Story è un lavoro che dura nel tempo: gli artisti spagnoli lo hanno pensato ben quindici anni fa — inizialmente come teatro di strada — portandolo fino a noi nella forma attuale, completamente priva di parole, presentata al Fringe.

Globe Story è una storia d’amore molto tenera, raccontata con i codici della comicità del cinema muto e un ritmo incalzante. La drammaturgia sceglie una linea narrativa retta, partendo dal primo incontro tra Max e Greta e proseguendo con il racconto della loro vita: l’amore a prima vista, una luna di miele in crociera, un figlio, una corsa verso l’ospedale, tante risate ma anche alcuni colpi di scena e momenti tragici inaspettati. Possiamo riconoscere facilmente gli stilemi attoriali degli attori dell’inizio della cinematografia: i due performer riescono a trasmettere emozioni e sfumature narrative esclusivamente attraverso il corpo, affidandosi a una gestualità codificata.
I contrasti tra i diversi tipi di codice sono evidenti: lei eccessiva e a tratti iperbolica, con le posture sinuose e gli sguardi languidi delle dive del muto; lui più in sottrazione, con la camminata a papera di Chaplin e il controllo espressivo quasi esasperato di Buster Keaton. Lo spettacolo riesce a mantenere per tutta la durata un ritmo da slapstick con cadute, corse e gag acrobatiche eseguite con precisione millimetrica.
La messinscena è molto semplice: Greta e Max appaiono davanti a noi con due scale attraverso le quali costruiscono altalene, tempeste, montagne, spiagge, cuori. I palloncini, altro elemento di scena fondamentale, ammiccando così alle clownerie, si trasformano continuamente in una pluralità di oggetti infinita: ciambelle, nasi, siringhe, addirittura bambini. Come nei film muti, la musica è dal vivo ma non ha solo la funzione di accompagnamento: la pianista Elena Aranoa è sul palco insieme agli attori, dirige l’azione anticipando spesso i tempi con brani composti appositamente per lo spettacolo, interagisce con gli attori e li guida in alcuni passaggi della storia.

Globe Story è uno spettacolo fuori dal tempo che riesce a sedurre, riportando alla memoria gli straordinari attori del cinema muto, e allo stesso tempo diverte ed emoziona senza prendersi troppo sul serio. È indubbiamente un lavoro capace di affascinare tutte le generazioni di pubblico, accendendo la fantasia sia degli adulti che dei bambini.
Ma lo spettacolo ci ricorda anche un altro punto fondamentale: un bel teatro non è solo quello delle grandi rappresentazioni e dei maestosi palcoscenici, ma può essere fatto con poco, partendo letteralmente dalla strada.

Claudio Casazza 


immagine di copertina: foto di Alessandro Villa

GLOBE STORY
con Gemma Viguera e Fernando Moreno
regia e drammaturgia Jorge Padín
pianista Elena Aranoa
costumi e trucco Martín Nalda
tecnico Ruben Garcia
scenografia Santiago Ceña
fotografia Raquel Fernández
design grafico Borja Ramos
video Craneo Pro
produzione El Perro Azul

La recensione fa parte dell’osservatorio critico dedicato a FringeMI Festival 2026