Una coppia contemporanea. Marion Klein e André Klein. Non fanno niente, o quasi. Odorano di precarietà, non sanno bene quello che fanno o dove siano diretti. Sono appena rientrati a casa dopo una lunga nottata, sono le sette di mattina. Decidono di aprire una bottiglia di vino. Nella sospensione dei loro discorsi, André nota una scritta sull’etichetta della bottiglia. Dice che si possono vincere dei soldi, ma l’offerta scade quel giorno stesso. Bisogna fare in fretta, bisogna telefonare al numero indicato sull’etichetta. È allettante e molto misterioso.

È questo il punto di partenza di Identità, testo scritto da Gérard Watkins nel 2008, all’indomani dell’approvazione, in Francia, dell’emendamento Mariani (poi abbandonato), che dava alle autorità la possibilità di effettuare test del DNA a stranieri che facevano richiesta di ricongiungimento familiare in Francia, nel caso in cui la legittimità della loro richiesta non fosse comprovata. Cosa succederebbe se la stessa modalità fosse adottata nei confronti di una coppia di europei?

Identité nella versione diretta dallo stesso Gerard Watkins (foto: Hervé Bellamy)

Gérard Watkins, classe 1965, autore, regista e attore inglese naturalizzato francese, nominato “miglior autore francofono vivente” ai Molières 2017, è partito esattamente da questa domanda per la scrittura di Identità. Con un interessantissimo spostamento: laddove per i richiedenti asilo la verifica del DNA aveva come scopo il ricongiungimento con i propri familiari, nel caso di Marion e André il sottomettersi a questo tipo di test ha come sola finalità una (possibile) ricompensa in denaro.
La tentazione del guadagno è forte, soprattutto in André. È lui che si convince subito a chiamare, che cerca di capire le regole del gioco, che si presta ad eseguirle minuziosamente. Marion è tentata solo in parte. Ma sceglie di seguire un’altra strada, altrettanto dolorosa, altrettanto priva di senso. Perché le regole di quel gioco, le regole di quel denaro, non sono semplici affatto.


Da Identità:

MARION KLEIN: Allora?… Cos’è? Che domande sono?

ANDRÉ KLEIN: La domanda. Ce n’è una sola.

MARION KLEIN: Me la leggi, per piacere?… Me la fai?

ANDRÉ KLEIN: È dura. … No, sconvolgente. … cazzo. … Non usano mica i guanti. … «i vostri genitori sono davvero i vostri genitori?» Silenzio. È imbarazzante. …

MARION KLEIN: È pazzesco.

[…]

MARION KLEIN: Fammi vedere i test.

ANDRÉ KLEIN: Attenzione. … Credo che bisogna maneggiarli con delicatezza. …Sì. Non bisogna aprirli subito. Ce ne sono sei. … Ci sono istruzioni per l’uso. Le leggi, per favore? Marion Klein legge le istruzioni ad alta voce.

MARION KLEIN: «Questi test sono validi per sei persone. Un test per ogni persona coinvolta. Marito, madre, padre. Moglie, madre, padre. Troverete nella scatola sei buste sterili nelle quali potete mettere i seguenti oggetti: Unghie tagliate (delle mani o dei piedi). Capelli strappati, con radice o bulbo (i capelli spezzati non sono validi). Cicche, spazzolini da denti, chewing-gums, caramelle, etc. macchie di sangue, di sperma (preservativi) o di sudore (biancheria non lavata). Oggetti con saliva: recipienti per liquidi (bicchieri, tazze), buste, francobolli, etc. Fazzoletti. Denti da latte, morsetti ombelicali, cordoni ombelicali, etc. Urine (pannolini). Spoglie mortali (ossa e denti). Tessuti biologici (biopsie in paraffina). Da restituire tassativamente per posta. A questo indirizzo. Che li recapiterà» … hai sete?… Vuoi bere ancora?

ANDRÉ KLEIN: Sì. Marion Klein riempie il bicchiere di André Klein che beve. Ottimo. … Fa vedere l’etichetta. Silenzio. Ottimo questo.

MARION KLEIN: Sono a pezzi, cazzo.

ANDRÉ KLEIN: Certo, è logico. Sono dodici giorni, ormai. … Dodici giorni senza neanche una fottuta fetta biscottata. … È troppo. … Anch’io. Anch’io, sono a pezzi.

MARION KLEIN: Ho voglia di fare l’amore. Silenzio. Vieni a fare l’amore. … Così, si può recuperare lo sperma e metterlo direttamente nella busta.

ANDRÉ KLEIN: È orribile.

MARION KLEIN: È la realtà. … È la realtà che mi eccita adesso.


Entrambi i membri della coppia, dunque, devono sottoporsi a dei test del DNA per poter partecipare al concorso e vincere l’eventuale denaro. Devono raccogliere provette e campioni dei propri liquidi e di quelli dei genitori. Marion è perplessa, ed è molto più concentrata a portare avanti il suo personalissimo sciopero della fame. È questa la strada insensata che ha intrapreso. Non mangia ormai da tre settimane, perché non ha fame. Vuole dare un nome al suo non mangiare, vuole chiamarlo sciopero, anche se non ha nulla da rivendicare se non la sua fame. Marion tergiversa. Non va subito a trovare i suoi per prelevare i campioni. Invece va in biblioteca, perché tutta questa storia gliene ricorda un’altra. Le ricorda la storia di Vichy, in particolare la storia del rastrellamento del velodromo d’inverno, quando tra il 16 e il 17 luglio del 1942 tutta Parigi fu rastrellata e più di tredicimila ebrei furono rinchiusi nel Vélodrome d’Hiver in attesa del treno per Auschwitz. L’avevano chiamata “Operazione Vento Primaverile”. Marion riflette sulle storie dei campi di concentramento, mentre André non riesce più a starla a sentire. Non tollera che lei pensi ci sia stato un ragionamento dietro le leggi razziali, che ci fosse una logica nel decidere se uno fosse ebreo oppure no. André non la pensa come lei: «Piantala di dire che dietro c’è un pensiero. … Piantala di dire che dietro quello che fanno c’è un pensiero. … Se ci fosse un pensiero dietro quello che fanno, io farei lo sciopero della fame con te, amore mio».

Anne-Lise Heimburger e Fabien Orcier in Identité (foto: Hervé Bellamy)

Marion e André vanno in cerca dei campioni di DNA. Non lo fanno insieme, come avrebbero voluto. Si sono allontanati. André fa quello che deve fare: si reca al cimitero, preleva un dente dal cadavere di sua madre e una cicca di sigaretta da casa di suo padre. Anche Marion va a trovare i suoi genitori e prende le loro tazze con sopra le tracce di saliva, ma quelle tazze le abbandona lungo la strada. Non le vuole, non vuole le tazze, non vuole i campioni, non vuole nemmeno i suoi genitori. Non vuole sapere, non vuole vivere quell’esperienza dentro cui invece André si è gettato a capofitto. Li separa una distanza ormai incolmabile, qualsiasi tipo di scambio è diventato impossibile. Lei fatica a respirare, resta sdraiata, immobile tutto il tempo come fosse un cadavere. Lui cerca di sollevarle le gambe, ma sapeva che sarebbe andata così. Lui se ne andrà, la lascerà lì, lui lo aveva previsto. Lui non sa più chi lei sia, e lei, lei «era innamorata di André Klein ed era molto felice una volta».

Il testo è un faccia a faccia crudo e diretto, in cui l’irruzione della legge di mercato arriva, di soppiatto, a rompere la bellezza dei rapporti tra gli esseri umani. Sospeso nell’atemporalità inquietante dell’attesa (attesa dei risultati del test, attesa del denaro, attesa della prossima prova…), sospeso nel vuoto di esistenze prive di direzioni o scopi, la relazione amorosa di Marion e André si sfalda, si disfa per correre dietro – o per correre contro – a questa bizzarra febbre dell’oro. Con battute crude, scarne, e monologhi che sono come delle ferite sulla superficie di due personaggi quasi anonimi, Watkins costruisce un testo semplice e disturbante allo stesso tempo, urgente, terribilmente vivo. Nel leggerne i ritmi spezzati, le frasi omesse, le violenze di alcune espressioni, si respira un richiamo a un filone di drammaturgia inglese al quale l’autore ha dichiaratamente voluto rifarsi: nelle note di regia – dal ’94 Watkins dirige la gran parte dei suoi testi con la compagnia Perdita Ensemble – l’autore stesso cita Look back in anger di John Osborne e Blasted di Sarah Kane: «Nella commedia di John Osborne, Jimmy Porter diceva: E se giocassimo, se facessimo finta di essere esseri umani?. Marion Klein potrebbe dire la stessa cosa». Marion e André hanno molto, e ben poco allo stesso tempo, di umano. Provano rabbia e amore, tristezza e nervosismo, angoscia e speranza. Provano e sentono come esseri umani, eppure ogni loro parola sembra provenire da qualcosa di esterno che li manovra, che gli spiffera nell’orecchio quello che dovrebbero provare, comunicare. In un’eloquente didascalia in apertura del testo Watkins pone l’attenzione sull’uso che fa dei puntini di sospensione, specificando che essi «corrispondono a una parola trattenuta. […] In questo caso [chi ascolta o chi parla] trattiene il proprio pensiero, e dice tutt’altro rispetto a quello che voleva dire». Marion e André sono come figurine piatte, di carta, che esprimono una profondità e un’identità che non gli appartiene, che sta all’infuori di loro. Figurine che fanno finta di essere esseri umani.

Identité nella versione diretta dallo stesso Gerard Watkins (foto: Hervé Bellamy)

Watkins ha scelto di mettere in scena Identità  (debuttato a La Comète 347 di Parigi nel settembre 2009) con una regia dura e cruda quanto il testo, facendo apertamente riferimento al Dogma 95 di von Trier-Vinterberg, cercando di trasporre quegli asciutti precetti cinematografici al palcoscenico teatrale. Nessun effetto di luce particolarmente innaturale, nessuna musica, soltanto i suoni prodotti dal vivo della scena. Nessun oggetto, soltanto una moquette bianca a pelo lungo. Nessuna scenografia, nessuna azione superficiale, soltanto un’unità spazio-temporale. Il testo regge questa essenzialità scenica attraverso lo scambio diretto delle battute tra Marion e André portate in modo naturale dai due attori (qui il video integrale dello spettacolo. Eppure, cosa può esserci oltre quell’essenzialità? Come rendere lo sfaldarsi di una coppia divincolandosi dalla sola interpretazione attoriale? C’è un vuoto in questo testo, nelle parole inutili dette quasi per noia, nei puntini di sospensione, nella distanza che viene a crearsi tra i due protagonisti che richiederebbe la presenza di qualcosa, qualcosa d’altro, di un grande assente che riempia la scena con la sua mancanza.

Francesca Di Fazio


Il testo, grazie al progetto Fabulamundi, può essere richiesto gratuitamente con una mail a info@fabulamundi.eu