I Persiani di Eschilo, con Silvio Castiglioni e regia dei Sacchi di Sabbia, ci rende, da subito, chiare le sue intenzioni: «Vi farà piangere». Così si rivolge inizialmente a noi Castiglioni, nel suo ruolo da narratore e orchestratore della tragedia più antica del mondo. Davanti a lui, solo un lungo tavolo nero sul quale sono disposti a schiera alcuni parallelepipedi di varia altezza.
Una scena apparentemente magra, un teatro d’oggetti, saldi, immutabili. Castiglioni ci accoglie con semplicità, ponendosi dietro il tavolo, come un burattinaio pronto a manovrare le sue marionette. Una voce che ci immerge nell’Atene del V secolo e che dispiega davanti a noi più di un semplice spazio teatrale: un pubblico. Un pubblico reduce da una terribile battaglia, un pubblico ferito, che vede proposto davanti ai suoi occhi non la celebrazione delle proprie vittorie ma il punto di vista del nemico. Un teatro che, con termini moderni, potremmo definire un “teatro della realtà”, poiché porta sulla scena non un racconto di finzione ma la contemporaneità dei propri spettatori. 

Attraverso i versi eschilei la realtà si dissolve gradualmente e, unendo voce e movimento, Castiglioni sposta gli oggetti nello spazio come attori sul palcoscenico. Con il coro iniziale siamo introdotti alla solennità e ricchezza delle parole del poeta greco. La drammaturgia dell’opera è un ricco lascito di cui è interessante osservare la restituzione. L’approccio di lavoro adottato sul testo dai Sacchi di Sabbia parte, infatti, da uno studio della versione originale tradotta dal greco da Francesco Morosi, cui ha partecipato attivamente anche Castiglioni, attraverso un confronto da cui è scaturita una selezione di versi che mantiene tuttavia alla base il fulcro eschileo. Tutto ciò ha permesso di ottenere un equilibrio tra il mantenimento della suggestione delle parole originali e una maggiore focalizzazione sui passaggi chiave della vicenda, facendo scorrere con più scioltezza l’azione drammatica. 

La bellezza delle parole, tuttavia, come un anestetizzante, rischierebbe di portarci fuori dal tempo, di farci dimenticare la natura primaria dello spettacolo, il suo essere “teatro della realtà” rispetto ai suoi primi spettatori. Castiglioni si premura di non farci perdere di vista questo aspetto, affiancando spesso frasi di commento alle parole della tragedia. Inavvertitamente, infatti, vengono svelati su alcuni cartelli di cartone frasi del calibro di “vaffanculo” o ”persiani di merda”, come ironica suggestione del pensiero del pubblico ateniese di fronte alla messa in scena del punto di vista nemico. Un contrasto vivace e ironico, chiara marca stilistica dei Sacchi di Sabbia, che suscita in noi una rivalutazione delle aspettative: protagonisti dello spettacolo non sono più solo le parole di Eschilo e la maestria di Castiglioni nel far muovere il teatro d’oggetti, ma anche le voci e le sensazioni del pubblico ateniese che non compaiono mai sulla scena ma che da questo momento in poi si percepiscono come una presenza costante. Le parole del pubblico ateniese sono vicine alla modalità di espressione quotidiana dello spettatore contemporaneo e, perciò, assottigliano il confine temporale che divide il pubblico del Lavoratorio da quello della prima messa in scena. I Sacchi di Sabbia proseguono su questa linea, introducendo sulla scena i soldati persiani, interpretati dai giovani attori del corso teatrale In orbita tenuto da Elena D’Anna nella sede di via Lanza. Sul ritmo di cori di guerra e con passo da soldato, i giovani attori si pongono ai lati di Castiglioni, come ombre, percuotendosi il petto, battendo i piedi, pronti a entrare in battaglia, per poi acquietarsi e lentamente prendere posto ai lati della scena.  

L’azione si evolve poi con l’ingresso della regina Atossa, madre del grande nemico degli ateniesi Serse, che attende notizie del figlio. Ci viene presentata nella forma di un parallelepipedo ornato d’oro, un oggetto trasformato in madre addolorata, che nel suo lamento ci rende partecipi delle sue paure descrivendo un sogno premonitore, un destino rovinoso per il figlio. Il racconto della regina prende forma attraverso gli oggetti disposti sul tavolo, una lotta tra due schiere opposte che piegano d’angoscia la regina; il parallelepipedo d’oro si abbassa gradualmente a ogni minuto che passa. L’attesa è interrotta dall’arrivo di un messaggero, anch’esso un parallelepipedo, coperto di fili di lana. Essi connettono il piano della scena a un altro tavolo, disposto lateralmente. L’attenzione è spostata su un altro luogo, un piano inizialmente coperto dall’ombra, che quando viene illuminato ci rivela però uno schieramento di oggetti, che dal loro stato di immobilità vengono animati dal tocco invisibile di Castiglioni. Il racconto del messaggero prende vita, e assistiamo alla rivelazione di ciò che è avvenuto nella crudele battaglia di Salamina, il momento che ha segnato la sconfitta persiana, ma di cui nessuno, fino a quel momento, conosceva gli esiti. Gli oggetti si presentano come soldati, una marea dipinta di azzurro, in formazione militare. La voce del messaggero ci guida, descrive ogni dettaglio, il luogo e l’inizio della battaglia, una lenta narrazione che ben presto sfocia in un bagno di sangue. A ogni perdita, un parallelepipedo cade, finchè lo schieramento iniziale diventa una distesa di oggetti, che una volta riposizionati da Castiglioni rivelano un nuovo lato, non più azzurro ma rosso. Il racconto del messaggero si conclude così, su uno scenario di morte. E come oggi, così nel passato, cosa si può fare di fronte alla guerra se non lasciar calare il silenzio? Le voci degli ateniesi, che si erano espresse in precedenza con frasi reazionarie su cartelli di cartone, si sostituiscono adesso con cartelli bianchi, vuoti. 

Vediamo la devastazione di una guerra, sentiamo lo struggimento dei familiari, assistiamo alle colpe degli ateniesi e aspettiamo solo di veder apparire l’artefice della rovina persiana: Serse. Ma non arriva: al suo posto appare invece una radio, un ennesimo elemento che confonde la nostra realtà con la tragedia in atto; si confondono le frequenze, sentiamo la radio muoversi tra i canali finché approda su una melodia, un canto sacro. Chiamato dalla regina, con un gioco di ombre, irrompe dietro a un telo il defunto re Dario, l’unico personaggio della tragedia che Castiglioni interpreta non solo con la voce ma anche con il volto. Nel buio della stanza l’ombra del re ci parla delle sciagure degli uomini, dell’hybris e dell’insolenza che porta alla distruzione, una ricerca di quella ricchezza che come ci rivelano le parole di Eschilo «ai morti non serve più». Con le ultime parole di Dario assistiamo a un cambiamento d’atmosfera; i lamenti del popolo, della regina, la violenza della guerra, i vizi che portano alla rovina si depositano su di noi. Il tempo si percepisce, ormai, come qualcosa di relativo, privo di consistenza di fronte a qualcosa che si riconosce come universale. Il contenuto dei Persiani ci offre un viaggio nelle sfaccettature più intime di un mondo passato, toccando tematiche più che mai attuali, ma sono la guida e l’interpretazione di Castiglioni che ci aiuta a navigarlo e tradurlo con lo sguardo della modernità in qualcosa che ci risuoni intimamente. 

Siamo lasciati in un silenzio vuoto di aspettativa che introduce infine, quasi come dimenticato dalla storia, un oggetto differente rispetto alle figure apparse in precedenza. Un parallelepipedo dalle forme ambigue, contorto e segnato dal tempo, che appare come un’opera d’arte, un relitto di guerra. Trascinandosi sulla scena e lamentando davanti al pubblico la sua sorte, ci rivela la sua identità: siamo di fronte al re persiano Serse. Un grande uomo distrutto dalle sue stesse ambizioni, intorno al quale dovrebbe ruotare l’intera tragedia, che ci accompagna solo verso la sua conclusione. Nella desolazione finale, Serse intona un canto funebre, a voce spiegata pronuncia i nomi dei caduti che vengono fatti sfilare solennemente sotto i nostri occhi; sono parallelepipedi ricoperti di alluminio, come le armature dei soldati, che riflettono la luce con il loro movimento e illuminano la platea. Ogni oggetto viene depositato sul tavolo insieme a una piccola candela a led, creando una distesa di luci che vegliano le tombe dei caduti. Durante questo rito, i soldati interpretati dai giovani attori del Lavoratorio, come spiriti chiamati al riposo, si alzano dalle loro postazioni per unirsi a questa sfilata, posando anche loro altre candele e posizionandosi intorno al tavolo, in una silenziosa prostrazione. 

Un canto di nomi nemici, una ferita pulsante che supera i confini della discordia, dove la volontà di Eschilo costringe a vedere il dolore sotto l’elmo nemico, a vedere le ferite arrecate, a vedere oltre i confini della propria patria; i Sacchi di Sabbia e Castiglioni si prendono la premura di riportare sul palco quel dolore universale di perdita, di guerra, di lutto, che ci unisce in quanto esseri umani, oltre le differenze. Un invito sul quale il lento movimento degli attori in scena lascia cadere il silenzio, su un fermo immagine vinto dal dolore. 

Camilla Mazzini


in copertina: foto ufficio stampa

I PERSIANI
La tragedia più antica del mondo
con Silvio Castiglioni
spazio scenico, oggetti e regia I Sacchi di Sabbia
traduzione dal greco Francesco Morosi
voce Marina Mulopulos
sound designer Gianmaria Gamberini
la canzone finale è cantata da Simone Bettin
produzione Celesterosa
in co-produzione con I Sacchi di Sabbia
col sostegno di Regione Emilia Romagna, Comune di Cattolica, Regione Toscana, Mic


Questo contenuto è parte dell’osservatorio critico Officina Critica #3