drammaturgia di Giovanna Scardoni
regia di Stefano Scherini
visto al Piccolo Teatro di Milano_9-24 gennaio 2017

Non una riscrittura in chiave contemporanea dell’Iliade di Omero, e nemmeno una versione semplificata di uno dei poemi epici più conosciuti della cultura occidentale. Lo spettacolo che Stefano Scherini ha messo in scena al Piccolo Teatro di Milano, con la drammaturgia di Giovanna Scardoni, riporta il racconto alla sua dimensione fisica, trovando nel delirio e nelle allucinazioni il proprio spazio d’espressione. A raccontare Iliade è l’archeologo Heinrich Schliemann, ponte che lega il mito con il reale, colui che fece della ricerca delle rovine della città di Troia un’ossessione costante. Ma è proprio attraverso le sue ossessioni che il reale si arricchisce, poiché nel riposo forzato cui è costretto – preda di febbri malariche, come da biografia – riesce a trasformare il delirio in veicolo di narrazione, e la narrazione in incrocio di diversi punti di vista.

È Nicola Ciaffoni a interpretare tutti i personaggi che raccontano una personalissima Iliade, voci e suggestioni cui lo stato confusionale fa da cornice: Schliemann è il nostro aedo che recita le vicende così come prendono forma nella sua mente, mentre si impossessano di lui alcune fra le figure più significative del mito. Ecco allora un Agamennone che trasuda disprezzo e arroganza, implacabile nel voler proseguire spargimento di sangue e terrore perché mosso da brame di potere. Ma ha anche paura, Agamennone, sente tutta la precarietà della carne e della vita, e si rifugia nelle retrovie del suo essere un grande stratega cercando invano di mantenere un controllo. Ben diversi da lui sono Ettore – che si scaglia corpo a corpo contro i nemici, accecato dalla fatica e dal dolore, in difesa della sua patria – e il vecchio Priamo, capace persino di inginocchiarsi di fronte all’assassino di suo figlio.
A differenza di quanto accade in Omero, qui ha ampio diritto di parola anche colei che viene considerata da tutti causa scatenante della guerra: Elena,“maledetta cagna”, racconta del suo sincero amore per il giovane Paride e suggerisce che il vero movente del conflitto sia da cercare nella ricerca del potere e del denaro.

E gli dei? I loro capricci, i disaccordi, le false promesse, i bisticci, paiono espressioni non tanto di natura divina, quanto incarnazione delle paure, delle meschinità e dei lati più ridicoli dell’essere umano, portati all’estremo perché – a esclusione del volere del Fato, questo sì – a loro è concesso più di quanto sia concesso a noi.
Lo spazio dedicato agli dei nello spettacolo di Scherini è quello di uno show televisivo, il “Dottor Schliemann Show”, in cui fanno la loro comparsa Era e Apollo e in cui va in onda persino il prequel della Guerra di Troia, cioè la contesa del pomo tra le dee. Alla base di questa scelta drammaturgica vi è una riflessione intorno al termine greco dîos, in latino divus da cui il nostro “divo”. I divi, le entità sovrannaturali e temute dell’antichità, oggi sono star del cinema e della televisione (se n’è parlato al Piccolo Teatro in occasione dell’incontro “Divi e dei”, con Giovanna Scardoni, Nicola Ciaffoni e Martina Treu).
Ecco allora la regina degli dei, Era, che arriva in studio in boa di piume rosa e intrattiene il pubblico sui tradimenti del marito Zeus, mentre Apollo compare come una rockstar contemporanea, con tanto di chitarra e giacca in pelle rossa. Non manca nemmeno Miss Olimpo 2017, con Eris e le mele del Parnaso come sponsor.

Le scene esilaranti e i siparietti comici si alternano a momenti di grande pathos e di estrema intensità: dal contrasto deriva, per lo spettatore, un interessante straniamento. Quella stessa schizofrenia permea del resto anche il nostro quotidiano, e la follia – sembra dirci il regista – è propria dell’uomo fin dalle origini.
La regia di Scherini, sobria e puntuale, è precisa nel cogliere l’attualità di un tema come quello della guerra, senza indulgere in troppe forzature; un’essenzialità che si riflette anche nella scenografia di Gregorio Zurla, ridotta ai minimi termini eppure efficacissima. L’interpretazione di Ciaffoni, che pure potrebbe essere un poco più asciutta nelle parti più drammatiche, è efficace e generosa: il pubblico lo premia spontaneamente con la propria complicità. Perché, in fin dei conti, narrare il mito vuol dire narrare l’oggi. Per arrivare direttamente all’umano.

Giulia Maria Basile