Treccani definisce una “bolla speculativa” come l’aumento anomalo del prezzo di un bene o di un’attività non giustificato dagli andamenti di mercato, cui segue un brusco crollo dello stesso nella fase di scoppio della bolla. L’incremento e la successiva caduta del prezzo possono essere ingigantiti e accelerati da fenomeni di speculazione finanziaria. Una dinamica che, per quanto spesso ignorata, pervade molti aspetti della nostra quotidianità, dalla politica economica fino ai prezzi dei prodotti che acquistiamo ogni giorno.
Prendendo spunto dalla “bolla dei tulipani” del 1637 nei Paesi Bassi, Gabriele Brunelli conduce il pubblico del Cascinet in un viaggio tra alcune delle più famose crisi speculative della Storia dell’Occidente, mettendo in luce come l’avidità umana si ripresenti ciclicamente e come, in ogni epoca, ci sia sempre qualcuno pronto a trarre profitto dalle illusioni e dalle aspettative altrui. Non a caso Brunelli si presenta in scena nelle vesti di un broker appena uscito dall’ufficio: sicuro di sé, forte della sua posizione e della conoscenza dei meccanismi di mercato. Basta però un attimo, il tempo di salire sul palco, che questa immagine si sgretola e il personaggio si ritrova letteralmente in mutande. Se da una parte la scelta assume i toni della satira nei confronti di un mondo spesso percepito come distante e minaccioso, dall’altra diventa metafora di una vulnerabilità condivisa, ricordando quanto rapidamente possano dissolversi le sicurezze economiche su cui si fonda la vita di molti.
Con forte ironia, il nostro broker di fiducia calcola il patrimonio di Elon Musk in brick di Estathè, arrivando alla conclusione che egli ne possieda abbastanza da metterli tutti in fila e coprire il giro del globo. Una cifra esorbitante, ma comunque incapace di soddisfare il miliardario. L’attenzione slitta così dai problemi delle persone comuni a quelli dei ricchi: la necessità di conquistare un nuovo record patrimoniale o di scalare una classifica mondiale diventano crucci difficilmente comparabili alle preoccupazioni di chi fatica ad arrivare a fine mese.
Si incrina così la retorica del sogno americano: dietro la narrazione dell’individuo che si è fatto da solo emergono spesso condizioni di vita privilegiate, capitali familiari o opportunità precluse alla maggior parte delle persone. Eppure, per quanto questa realtà sia indiscutibilmente spietata, essa esiste e ignorarla non la farà scomparire. Brunelli porta il pubblico a ridere di questi eventi attraverso uno spettacolo che si muove tra il linguaggio narrativo e quello della stand-up. Lascia, alla fine, un retrogusto amaro e la consapevolezza che comprendere i meccanismi del mercato non implica per forza cedere alla speculazione, ma acquisire gli strumenti per interpretare con maggiore lucidità il mondo in cui viviamo, anche quando esso rivela i suoi lati più crudi.
Carlo Paroli
immagine di copertina: foto di Davide Aiello
IN MUTANDE
di e con Gabriele Brunelli
regia di Simone Tudda
La recensione fa parte dell’osservatorio critico dedicato a FringeMI Festival 2026