«E se la mafia non vi uccide è perché fate schifo». Nino Gennaro, poeta e performer siciliano, termina così la sua apparizione: prima e unica volta che lo vedremo nel corso di Ho un progetto: includervi, è un fantasma intrappolato in cristalli di luce, evocato da un proiettore che lo adagia su un telo bianco. La sala del Lavoratorio è raccolta, sembra quasi di essere al cinema. Il viso di Nino, asciutto come fosse soltanto un velo steso sul cranio, e gli abiti quotidiani, quasi domestici, rivelano un’anima inquieta, oscillante tra quella di un emarginato e quella di un intellettuale (anch’egli emarginato). Le sue parole sono tuttavia di fuoco, semplici ma affilate come lama, forti di quell’ironia che infrange la disperazione, che irride la pietà.

Massimo Verdastro è invece in completo bianco, sneakers nei colori dell’arcobaleno, occhiali anni ’60, come quelli che era solito indossare Kurt Cobain. Con sicurezza interpreta una selezione di brani di Gennaro, donandoci tanto un assaggio della produzione dell’autore corleonese, quanto della sua stessa vita, degli anni trascorsi fianco a fianco. Ho un progetto: includervi ci restituisce così una figura importante quanto dimenticata, legata al suo tempo e tuttavia ancora attuale. Risate e malinconia si susseguono spontanee nell’ascoltare le parole di Gennaro, che Verdastro indossa con energia e coinvolgimento. La performance accosta personaggi comici e grotteschi a poesie di una dolcezza disarmante (memorabile, in questo senso, quella dedicata alla madre del poeta), e attraversa i rivoltosi anni ’70 fino agli svogliati anni ’90: osservati sempre dal punto di vista di un collega, di un amico, un uomo a lui talmente vicino da non poterne, né volerne, offrire una visione accademica, scientifica nell’analizzarne la drammaturgia, la produzione artistica, la poesia. Ho un progetto: includervi non è una mera presentazione di Caro amico ti scrivevo, il volume curato da Verdastro che raccoglie le lettere inviategli da Nino tra il 1991 e quel 1995 in cui Gennaro muore di AIDS: è piuttosto un intimo sguardo gettato sul legame tra i due, e sulla statura di un grande intellettuale del secolo scorso. Ciò che vediamo è l’uomo Gennaro, la grande casa dove viveva, il fatiscente albergo dove il nostro narratore ha incontrato il poeta, e soprattutto la Sicilia, patria e prigione di Nino, quella terra che Tomasi di Lampedusa non riteneva poter essere «dimora di esseri razionali». Il tono di Verdastro è colloquiale, e al contempo ancestrale: sembra di essere intorno al fuoco, al tavolo di un ristorante casalingo, ad ascoltare le confidenze di un amico. E per un attimo si ha la sensazione di aver riconosciuto Nino, di averlo visto di sfuggita, in quel decadente albergo siciliano dove non siamo mai stati, o in questa sala dal parquet chiaro.

Olmo Gaudini


in copertina: foto ufficio stampa

HO UN PROGETTO: INCLUDERVI
Massimo Verdastro racconta Nino Gennaro
di e con Massimo Verdastro
con i contributi video di Silvio Benedetto, Nico Garrone e Pippo Zimmardi


Questo contenuto è parte dell’osservatorio critico Officina Critica #3