Hanno occhi grandi, sgranati, come di bimbi che stiano scoprendo il mondo, e assomigliano tanto ai disegni infantili: sono gli intimi pupazzi de La classe – un docupuppet per marionette e uomini.
Da tempo il teatro di figura, anche in Italia, si è spinto oltre le forme gloriose della sua tradizione – rappresentata dalle marionette di Carlo Colla & Figli, dai pupi di Mimmo Cuticchio, dalle guarattelle di Bruno Leone – e ha rinnovato i linguaggi canonici, superando anche la distinzione rigida fra marionette (a filo) e burattini (a guanto o a bastone). Una classificazione che, peraltro, anche in passato non era così rigorosa: che cosa è, per esempio, Pinocchio? Collodi lo chiama burattino, ma per noi dovrebbe essere una marionetta.

Con La Classe, lo spettacolo scritto e diretto da Fabiana Iacozzilli con pupazzi disegnati e costruiti dalla scenografa Fiammetta Mandich, le due artiste affrontano per la prima volta il teatro di figura, con l’entusiasmo e il coraggio del neofita, sperimentando strade non canoniche, sia sul piano della forma espressiva, sia su quello dell’invenzione drammaturgica.
Anche se quelle figure sembrano parenti prossimi dei Peanuts di Schulz, fin dal titolo è trasparente il riferimento a La classe morta; ma non si tratta solo di una casuale, o gratuita assonanza. Nell’incipit del capolavoro di Kantor i banchi di scuola apparivano occupati da manichini, che poi si rivelavano esseri viventi, nelle forme di inquietanti bambini cresciuti. Con un’operazione uguale e contraria, per restituirci quel passato, Fabiana utilizza dei pupazzi. È una rievocazione dell’infanzia, che ci parla della nostalgia per una stagione lontana, a un tempo felice e dolorosa, di una palpabile, accorata mestizia, ma anche dell’indifferibile trascorrere del tempo, che non è incongruo paragonare alle conturbanti e funeree atmosfere della kantoriana classe di morti.

Quei pezzi di legno li ha disegnati e costruiti Fiammetta, compagna di lavoro e coetanea di Fabiana, ascoltando i racconti della collega sugli anni delle elementari in una scuola di suore. La passione per il disegno e per la costruzione degli oggetti è emersa per la Mandich fin dalla prima giovinezza, quando esplorava con la lente, nella biblioteca dello zio storico dell’arte, le figure di Hieronymus Bosch e di Pieter Bruegel de Oude. Poi si è formata all’accademia, maturando la sua poetica sulla patafisica di Alfred Jarry, sul pensiero di Italo Calvino, di Antonin Artaud, sull’esperienza del Living Theatre, sul teatro antropologico di Eugenio Barba, l’Odin Teatret, Jerzy Grotowski. E poi, ancora, con viaggi teatrali in Africa, Brasile, Mongolia, e la suggestione di maestri come Josef Svoboda ed Emanuele Luzzati. Così sono nate quelle testoline, realistiche ma sproporzionate, che si innestano su membra più minute e stilizzate.

Nel moderno teatro di figura siamo ormai abituati agli animatori a vista, non protetti dalla tradizionale baracca, o dal ponte; qui anche la cornice spaziale presenta tratti di originalità. I puppets e i loro minuscoli attrezzi scolastici poggiano su bancali che occupano tutta l’estensione del palcoscenico, spostati con una modulazione quasi coreografica dai medesimi animatori che danno ai pupazzi vita e voce, che interagiscono affettuosamente con loro, in una sorta di metateatro. Il raffinato tessuto sonoro da Hubert Westkemper ora è un sottofondo di cicaleccio infantile con campanelle scolastiche, ora riproduce le onde de mare e il vento, ora amplifica i passi e il tremare delle ginocchia degli scolaretti all’avvicinarsi della terribile suor Livia.

Il rapporto che i bambini hanno con questo personaggio violento e sadico, oggetto di un ambiguo amore e odio, è una delle più intriganti invenzioni drammaturgiche dello spettacolo. Suor Livia non è un pupazzo, ma un cappuccio monacale dal quale spira il fumo di un sigaro. Il suo ricordo emerge con evidenza icastica nelle interviste dei compagni di classe riportate in oversound: sono i compagni di classe della Iacozzilli, contattati via Facebook in fase di creazione della drammaturgia. In alcuni casi il ricordo è affettuosamente ammorbidito dalla distanza; ma la regista lo evoca anche con durezza, e parla di un pelo dei sui baffi che teme esserle rimasto conficcato nel cuore e sceso fin nell’utero.

Uno dei momenti di più intensa poesia dello spettacolo è quello in cui i bimbi, bene allineati, nel cortile della scuola, osservano una frasca frondosa agitata dal vento, brandita da un animatore. E qui interviene Fabiana, salendo dalla platea, come per rendere ancora più esplicita la sua presenza, già manifestata in voce nel corso dello spettacolo. Toglie dalle mani dell’animatore la frasca verde, sostituendola con un’altra dall’aspetto autunnale, con poche foglie secche, la cui caduta è seguita con attenzione dai bimbi; poi Fabiana li riveste amorevolmente con sciarpine e berretti di lana. Da un lato, la scena ci parla dell’infantile scoperta del volgere delle stagioni; dall’altro, è la dichiarazione del complesso rapporto emotivo che tutti noi abbiamo col passato, resa ancor più esplicito da una frase finale, che sembra sintetizzare il senso dell’intero spettacolo: “Nessuno guarisce dalla propria infanzia”.

Claudio Facchinelli

ph: Piero Tauro

Per approfondire: intervista a Fabiana Iacozzilli intorno a La classe.


La classe
regia e drammaturgia Fabiana Iacozzilli
performer Michela Aiello, Andrei Balan, Antonia D’Amore, Francesco Meloni, Marta Meneghetti
scene e marionette Fiammetta Mandich
suono Hubert Westkemper
coproduzione CrAnPi, Lafabbrica, Teatro Vascello, Carrozzerie | n.o.t

Visto a Milano al Teatro Fontana _ 4 ottobre 2019