In principio fu l’epos. Prima che nascesse la letteratura, o si costruisse un teatro, la parola ha dato forma al racconto, nelle antiche culture orali: per millenni è sopravvissuta, ha attraversato le ‘civiltà di scrittura’, ha tenuto il passo alla loro continua evoluzione. Lo confermano i poemi cosiddetti ‘omerici’, Iliade e Odissea: nati per essere recitati e ascoltati – non scritti o letti – attirano ancora oggi folle, anche di giovani alieni ai teatri, ma altamente assuefatti a nuovi mezzi di comunicazione, orale e scritta (il cellulare sta soppiantando il computer con messaggi, chat e così via). Grazie a Omero imparano, o ricominciano, ad ascoltare.

L’epos va forte. In tutto il mondo. Anche sulle nostre scene, a giudicare dalla stagione teatrale appena trascorsa e da numerosi precedenti: tutto esaurito e repliche aggiunte ‘a grande richiesta’ per l’Iliade di Corrado d’Elia (Teatro Libero, Milano, 1-18 luglio 2016), come già per Iliade. Mito e guerra (drammaturgia di Giovanna Scardoni, regia di Stefano Scherini, con Nicola Ciaffoni) andata in scena nella Scatola Magica  del Piccolo Teatro Strehler a gennaio/marzo 2016 e di cui è stato annunciato l’atteso ritorno a gennaio 2017. In Grecia, come ricorda Gilda Tentorio, il Festival Atene-Epidauro 2013 si apriva con un’Iliade di cinque ore (regia di Stathis Livathinòs); con Serena Sinigaglia e l’Atir, molti anni fa, abbiamo creato “un’Iliade in pillole”, incastonando segmenti di azioni e dialoghi nelle Troiane da Euripide (2004) come flashback in una sorta di montaggio cinematografico – si veda Maddalena Giovannelli, “Sulle macerie della città (e di Euripide): Le Troiane del Contemporaneo”, Stratagemmi 16, 2010, pp.103-123.

E ancora: sulla riva del mare, in Italia e all’estero, Sergio Maifredi dal 2011 fino ad oggi alterna Iliade e Odissea col sottotitolo Un racconto mediterraneo, affidando a cantautori e attori la lettura e il commento di singoli canti (teatropubblicoligure). Sul secondo poema si incentra anche un altro progetto pluriennale, collettivo e itinerante: Meeting the Odyssey (2013-2017) che dal Baltico ha veleggiato attraverso l’Europa con spettacoli a tappe in Lombardia, in Liguria, in Sardegna, (pregevole Nausicaa. Io sono Io di Cada Die Teatro, agosto 2015) e proprio in questi giorni approda a Itaca (23-24 luglio 2016). Un progetto interessante che Stratagemmi continua a monitorare e che ha ben documentato negli anni passati (Meeting the Odyssey”, Stratagemmi, 16 maggio 2014 e“Ulisse sbarca a Milano!”, Stratagemmi, 15 maggio 2015 ).

L’Odissea batte nettamente l’Iliade per popolarità, con il suo ‘eterno ritorno’ in scena, e per varietà: si vedano le molte versioni per voce sola (i monologhi Odissea Cancellata di Emilio Isgrò, 2004, Odisseo di Domenico Pugliares, 2008, Odissea di Mario Perrotta/Telemaco, giustamente riproposta da Olinda, il 24 giugno scorso, all’ex Paolo Pini), o per due attrici (La casa – Odissea di un crac), o per tre attori come nel caso dei bravissimi Sara Bertelà, Giovanni Franzoni e Franco Ravera in Ulisse il ritorno, di Corrado d’Elia, al Teatro Libero nel 2103 (qui la recensione); o ancora per gruppi di attori e allievi come è stato per il laboratorio e lo spettacolo di Emma Dante, al Teatro Olimpico di Vicenza, del 2014 e 2015.

Multiforme come il suo eroe, l’Odissea annovera anche versioni romanzate e musicali (Il mio nome è nessuno, tratto da V. M. Manfredi, con Sebastiano Lo Monaco; Teatro Carcano, ottobre 2015), e spettacoli corali di grande impatto, rispettivamente diretti da Cesar Brie, Luca Ronconi e Bob Wilson (per i primi due si veda Martina Treu, “Odissee sulla scena”, Stratagemmi. Prospettive teatrali, n.9, 2009, pp.161-183, per il secondo A. Iannucci, L’antro dei classici. A proposito di Odissea doppio ritorno di luca Ronconi, 2007 , reperibile qui, mentre per Odyssey di Bob Wilson, il bel pezzo di Gilda Tentorio “L’Odyssey di Wilson ad Atene”).

Quanto all’Eneide, a completare la ‘trilogia’ epica, si segnala Virgilio Brucia di Anagoor, che ne mette bene in luce la travagliata stesura, ma anche la natura di testo scritto, nato dalla penna di un unico autore, a differenza dei due poemi ‘omerici’. Proprio quest’ultimo aspetto merita attenzione: l’iliade e l’Odissea al contrario delle loro ‘imitazioni’ e traduzioni (anche di quelle più fedeli) nascono come creazioni collettive destinate all’esecuzione rapsodica, ossia per brani, da parte di un cantore professionista. Fluide, cangianti, mutevoli a seconda di chi le recita, dove e per chi: l’aedo di corte e il rapsodo che gareggia con altri suoi pari, in feste pubbliche e private, a seconda delle occasioni dei destinatari, dei committenti varia l’oggetto del canto, la sequenza degli episodi, la forma stessa dei versi. Solo col tempo i poemi vengono fissati, cristallizzati e trascritti. Ad Atene però, quando l’oralità si piegò alla scrittura, l’epos trovò un concorrente temibile: il teatro. E a sua volta Platone, tempo dopo, si pose in diretta concorrenza con i generi ‘rivali’ (si pensi al dialogo Ione, dedicato a un rapsodo di professione) con la sua scrittura raffinata che imita il parlato, con tanto di tic linguistici, ripetizioni, intercalari, domande ripetute, idiosincrasie e simili vezzi.

A differenza del dialogo platonico, è bene ribadirlo, i copioni teatrali nascevano non per essere letti, ma per essere imparati a memoria e recitati: solo in seguito sopravvissero e furono copiati e tramandati come testi scritti. Questo è essenziale per comprendere la sostanziale affinità tra il teatro e altre forme di narrazione legate all’oralità nella composizione, esecuzione e trasmissione. In virtù di questi legami, il teatro, dalle origini fino a oggi, può scambiare contenuti, storie e personaggi, con l’epos e altri generi simili, come si trattasse di vasi comunicanti. Ce ne danno prova non solo gli esempi citati (e molti altri si potrebbero aggiungere), ma anche due recenti convegni: la graduate conference “L’oralità sulla scena” (Università di Napoli “L’Orientale”, ottobre 2013) di cui sono usciti i ricchissimi atti dallo stesso titolo, a cura di Maria Arpaia, Angela Albanese e Carla Russo (Napoli, 2015) e il convegno italo-iberico “Il racconto a teatro“ (Università di Trento, ottobre 2015), il cui volume è in corso di pubblicazione.

Le due miscellanee non toccano soltanto l’epos – su cui ci siamo concentrati – ma offrono un panorama variegato sugli scambi reciproci, i legami, gli intrecci a doppio senso tra epos e performance, forme drammatiche e letterarie, come il racconto o il romanzo. Personalmente ci piace ricordare, fra tutti, Marco Baliani e Fabrizio Gifuni, con le loro magistrali letture sceniche (rispettivamente Kolhaas di Kleist e Lo straniero di Camus, di cui, su queste pagine, ha scritto recentemente Raffaella Viccei). Paradossalmente, questi interpreti ci fanno dimenticare che si tratta di testi scritti, perché li trasfigurano e li fanno propri, senza ausilio di azioni o oggetti scenici, come moderni aedi, riportandoci alle condizioni originarie dell’ascolto, all’attenzione tipica delle culture orali. I due spettacoli benché diversi, sono giocati su sfumature, toni e gesti anche minimi: nella loro purezza e semplicità danno il massimo risalto alla parola, la rendono letteralmente viva.

Con queste due pietre miliari si può confrontare il primo spettacolo citato in apertura, l’Iliade di D’Elia vista al Teatro Libero: un collage di versi omerici, con ‘raccordi’ aggiunti dallo stesso autore, che punta tutto sull’alto volume, della musica e della voce, senza rendere la varietà di toni e personaggi del poema (a differenza del precedente Ulisse. Il ritorno, ricco di citazioni testuali e cinematografiche, più vario e convincente, sia come drammaturgia sia come prova d’attore). Qui D’Elia gioca in casa, e ‘gioca facile’: va sul sicuro scegliendo scene famose e collaudate, di grande impatto emotivo (il litigio di Agamennone e Achille, il triangolo Paride-Menelao-Elena, Ettore e Andromaca, Priamo e Achille) inframmezzandole con una sequenza di duelli ‘classici’, dove Ettore affronta rispettivamente Aiace, Patroclo e Achille. Per quanto sublimi, i versi omerici non possono reggere la scena, da soli, con un simile ‘taglia e incolla’. Avere un grande attore aiuta, certo, ma è necessaria prima di tutto una drammaturgia per tenerli insieme. Fare il rapsodo è un duro lavoro, ma qualcuno deve pur farlo.

Martina Treu