Un percorso che spinge l’arte “fuori da gangli concettuali e autoreferenziali”, che fa delle opere “macchine per raccontare” aprendo narrazioni su un tema inesauribile, quello del padre. La mostra, che Davide Ferri chiama La stanza del Padre, fa esplodere un potenziale narrativo ancorato a una sorta di diarchia: da un lato il racconto di un padre naturale, con tutto il carico di identità, radici e affinità di sangue; dall’altro la rappresentazione di un padre elettivo, quel maestro che ognuno può scegliere di seguire.

Una polarità che illumina anche un problema nell’analisi dell’arte, in particolare in Italia: non si è mai raccontata una storia recente dell’arte attraverso scuole o maestri, nonostante questi maestri siano esistiti o esistano, da Alberto Garutti a Milano, passando per Concetto Pozzati a Bologna fino a Cesare Pietroiusti a Roma. Le giovani generazioni di artisti sono così inibite al cambiamento, al dialogo intergenerazionale, non riescono a uccidere i padri come invece negli Stati Uniti, in cui la lettura “greenbergiana” delle correnti parla di artisti che vogliono – o devono – uccidere i loro. Così Ipercorpo, promotore della fluidità dei linguaggi espressivi, elegge una stanza dell’EXATR a luogo fisico e concreto in cui scandagliare luci e ombre legate alla figura paterna. È lo stesso Davide Ferri ad accompagnare la visione delle opere di artisti dalle personalità eterogenee: i racconti che ne scaturiscono possono essere dettagliatissimi o limitarsi a pochi elementi narrativi, ma sempre spingono lontano la visione dello spettatore, rivelando un rapporto controverso legato al nostro tempo (come ben sottolinea Lucia Medri su TeatroeCritica.

Anticamera
Il racconto inizia però ancora prima di entrare in quello spazio oscuro, simile a una stanza di un’infanzia (non tanto accogliente) che ospita la mostra. Appena entrati nel cortile interno dell’EXATR lo sguardo di ogni visitatore viene infatti attirato da un grande, coloratissimo murale su cui campeggia, in negativo e in caratteri precisi, la scritta mio padre è peggio della giustizia. Tratta dal romanzo Paesi tuoi di Cesare Pavese è Luca Bertolo che la imprime, facendola resistere – per il tempo limitato della mostra – al muro che si sgretola e alla vernice spray. Il contrasto tra libertà e dogma, si fa specchio del rapporto dell’artista con il granitico padre, l’anarchico Amedeo Bertolo. Molti i selfie e le fotografie scattate dagli spettatori di fronte a quest’opera, il cui carattere conturbante è solo un antipasto dell’intransigenza paterna, che si esprime in tutta la sua potenza non appena entrati nello spazio espositivo.

La Stanza
Un video muto invita ad entrare, mentre una giovane donna canta una ninna nanna seduta all’altro capo della stanza. È Agata Torelli, quella stessa bambina del coro della chiesa che la telecamera (guidata dalla mano del padre, naturalmente) cerca di inquadrare, senza mai metterla a fuoco, nella proiezione all’ingresso. Video e parola si incontrano al centro della stanza, facendosi tessuto musicale della mostra, allargando lo spazio, quasi l’artista lo abbracciasse. Quello sguardo irrequieto del video è cifra comune alle opere esposte, in cerca di un’immagine sfuggente, vicina ma allo stesso tempo introvabile. Come i due disegni di Elena Nemkova in cui l’artista tratteggia mani e sguardo di un padre monumentale e fragile che si trasforma, nella tela successiva, in sole mani; di fronte ad esse il corpo nudo di una giovane donna. Un messaggio ambiguo che disegna un “monumento interiore” composto da due tele collegate con una striscia di spray bianco.

Il volto del padre è sfuggente anche in Gianni Coliti, un pittore astratto che tenta di ritrarlo, senza pertanto riuscirci. Tre tele in colori diversi dipingono un volto imprendibile, il cui modello per l’artista è un quadro settecentesco: oltre ottanta le variazioni sul tema realizzate da Coliti senza trovare il vero volto di un padre simile a un ricordo, o a un fantasma. Franco Guerzoni espone invece una foto che appartiene al periodo di collaborazione con l’artista Luigi Ghirri: su un muro cadente di una cascina abbandonata, nel modenese, è dipinta una falce e martello. Qui il padre è una traccia, si trasforma in puro simbolo. Dal simbolo all’astrazione più pura: opere di diverse dimensioni realizzate in un unico colore che racconta lo stato d’animo dell’artista. Il lavoro di Maria Morganti si compone di grandi campiture o strati molteplici di una sfumatura cromatica precisa, il colore del giorno si potrebbe dire. In viaggio queste grandi campiture si fanno piccoli diari composti da diversi strati colorati che evocano parole e frasi. In un teca i diari pittorici dialogano con quelli scritti dal padre, il giornalista Piero Morganti: Maria espone un incontro tra esperienze, linguaggi e, oltre, generazioni.

Proporre una nuova lettura di qualcosa che appartiene al padre è ciò che avviene, in modo ancora più diretto, nell’opera proposta da un’artista che è padre elettivo egli stesso, il maestro Cesare Pietroiusti. Dagli anni settanta collezionare francobolli inizia a diventare per molti una passione, ma il loro valore, finito il momento, non ripaga lo sforzo: Cesare decide così di esporre un collage composto da francobolli con impresse le 20 Lire della serie Siracusana della costosa collezione paterna. Attraverso la sua arte ridà così valore a qualcosa che non ne ha più, mettendosi anche in amorevole contrasto con un padre medico dalla formazione scientifica che avrebbe auspicato un altro futuro per il figlio. Un altro reperto familiare viene messo in mostra da Flavio Favelli, che, come molti altri artisti a Ipercorpo, ha un rapporto di fedeltà con il festival. Qui il contrasto è tra una sorta di tavolino, di gusto borghese, privato delle gambe e appartenente alla casa d’infanzia di Favelli, e una lattina di coca cola schiacciata al centro dello stesso. Su questa lattina campeggia la scritta “condividi questa coca cola con… Mario Favelli”, un padre poeta, simbolo della contravvenzione a quelle regole imposte, a volte incomprensibili della società.


A farsi baricentro della stanza, della mostra e, oltre, dei discorsi che da essa nascono, è l’opera di Fabrizio Prevedello: una grande installazione simile a un letto “scarpiano” cavo e in metallo. Riempito da uno strato d’acqua sottile, al posto del cuscino sembra affiorare un pezzo di marmo; un pezzo grezzo che, per l’artista, potrebbe piacere a due dei suoi maestri, uno professionale e l’altro elettivo: l’artigiano che gli insegnò la tecnica della lavorazione del marmo – che in casa aveva un letto di Carlo Scarpa – e il maestro Constantin Brancusi, artista difficilmente inquadrabile in una corrente o in un movimento. Quel letto, richiamando alla memoria un possibile luogo di riposo, ma facendosi anche eterno monumento funebre, celebra assenza e presenza al contempo. Un po’ come la foto di presentazione della mostra, scelta dal curatore, in cui l’enorme testa di un King Kong – esposto al parco tematico riminese Fiabilandia – nasconde le figure di madre e figlio relegate sullo sfondo. Un padre che a volte non si vede, ma che si può intuire, un genitore assente ma, che è allo stesso tempo, abbondantemente percepibile, al punto di oscurare tutto ciò che gli sta intorno.

Camilla Fava

La stanza del Padre
Progetto e testi a cura di Davide Ferri
Opere di Luca Bertolo, Stefania Galegati Shines, Franco Guerzoni, Flavio Favelli, Maria Morganti, Elena Nemkova, Cesare Pietroiusti, Gianni Politi, Fabrizio Prevedello, Agata Torelli

Visto a Exatr di Forlì nell’ambito di Ipercorpo Festival_il 25 Maggio 2018