All’inizio di Men in the cities sembra quasi di partecipare alla lettura di uno dei racconti di Hanif Kureishi, soprattutto di quelli di La parola e la bomba (Bompiani, 2006). Quadri da una Londra suburbana, attraverso i dettagli delle vite di personaggi, tutti maschi (da qui il titolo), che si dibattono nella quotidiana follia di desideri amorosi, di rapporti infelici, di diversità etniche. Vite tutte segnate da un’angoscia inspiegabile e onirica, come l’urlo di una volpe (o di una donna) stuprata, con cui si apre la narrazione, o quello di un lupo (o di un uomo) che stupra la donna che poi comunque sposerà perché incapace di vivere la propria omosessualità. Storie di esplicita infelicità, che portano al suicidio e alla violenza; storie di costruzione tormentata della propria identità nella prima adolescenza, di rapporti irrisolti tra padri (maschi) e figli (maschi), con un voluto e fastidioso esilio delle presenze femminili, ridotte a ombre di terrorizzanti vagine o a vestali silenziose della tranquillità familiare.

All’inizio, dunque, la narrazione coinvolge: l’alba che incornicia progressivamente la città si rende visibile allo spettatore, il ritmo narrativo del monologo è ben marcato dai trilli delle sveglie con cui inizia la giornata di vite maschili diverse che hanno in comune lo stesso cielo e il sofferto vissuto gay. In sottofondo, rapporti sessuali consumati da angeli ragazzini in canali internet a pagamento, che alcuni dei protagonisti avidamente guardano, la paura della bomba, reale e metaforica, e un fatto di cronaca: l’omicidio brutale nella periferia londinese, con relativo sgozzamento e diffusione delle immagini in rete, del soldato venticinquenne Lee Rugby da parte di due coetanei inglesi di fede musulmana. Correva l’anno 2013.  Come a dire: il terrorismo è solo una manifestazione della violenza che abbiamo in noi. I veri barbari e terroristi (sinonimo di per sé discutibile) siamo noi. Come a dire: la crisi che incrina l’identità maschile occidentale e si manifesta con un’omosessualità vissuta ancora come colpa o peggio – almeno dal mio punto di vista – come perversione, è emblematica della crisi del mondo occidentale.

All’inizio, dunque, si ascolta il monologo, lo si segue; la scrittura è fluida, anche se con qualche sbavatura gergale di troppo. La resa teatrale resta affidata alla bravura di Giulio Forges Davanzati, alla sua capacità di non far perdere il filo al pubblico che dopo la prima ora, però,  corre facilmente il rischio di stancarsi ascoltando racconti di situazioni ripetitive. Sebbene il testo sia centrato sulla crisi dei maschi in una grande città, risulta tuttavia discutibile che le figure femminili chiamate in causa siano solo presenze scialbe e prive di qualsiasi consapevolezza. Piuttosto stereotipata – l’autore ci scuserà – risulta persino l’immagine dell’arabo-giornalaio, che apre la sua edicola alle 7.00 in punto ogni mattina, e che si è integrato solo quanto basta per leggere i titoli dei quotidiani che vende.

Perciò se all’inizio si pensa a La parola e la bomba , mentre il flusso di parole continua, si capisce che Men in the cities non possiede la delicatezza, l’acutezza psicologica, l’ironia, la levità che rende universale la letteratura minimalista di Kureishi. Il testo di Chris Goode, artista britannico definito da The Guardian “un artista di teatro di infinito talento e infinita compassione”, fu presentato all’ Edimburgh Fringe Festival del 2014. Nell’occasione, l’autore fu anche l’interprete, e dalle recensioni si deduce che seppe dare il meglio nel suo ‘raccontare storie’. Ed il meglio ha dato nel festival Tramedautore 2017 il bravo Davanzati, nel raccontare, con gli opportuni cambi di tono, un testo intricato, a tratti noioso, a tratti grottescamente enfatico (come nel passo  dell’incontro con un angelo metropolitano), troppo lungo per un monologo teatrale.

Ma noi ci chiediamo se avevamo davvero bisogno di importare dal Regno Unito una riflessione piuttosto prevedibile, sull’ ‘essere maschio oggi’, se la Londra assolutizzata da Goode davvero rappresenti il paesaggio della nostra alienazione, se la retorica del ‘siamo noi i veri terroristi’ non sia vittimismo un po’ trito, se questo testo racconti davvero una ‘crisi’ epocale e quanto abbia a che fare con l’identità gay. Come gli scorsi anni, Tramedautore coincide per alcuni giorni con la settimana della moda di Milano: fuori dalla sala, un’altro volto di  città, allo stesso tempo vicina e lontana dalla City di Chris Goode.

Sotera Fornaro

Men in the cities
di Chris Goode
con Giulio Forges Davanzati
regia Silvio Peroni

visto nell’ambito di Tramedautore al Piccolo Teatro Grassi di Milano_il 23 settembre 2017.