Distruzione e rinascita, tranquillità e caos, silenzio e frastuono. È una natura contrastante quella che la danzatrice e coreografa Masako Matsushita ha portato in scena al Teatro Mecenate di Arezzo con la prima nazionale di Monsone. Evento di apertura della rassegna di danza contemporanea Invito di Sosta, giunta quest’anno alla sua dodicesima edizione, Monsone esplora temi delicati e sempre più attuali, riuscendo a immergere lo spettatore in un’atmosfera suggestiva, grazie anche all’unione tra la danza e la potenza del taiko giapponese. Percepito dalla cultura occidentale come qualcosa di estraneo – poiché da essa sostanzialmente assente – il monsone che ci mostra la coreografa italo-giapponese nella sua creazione è in realtà ben lungi dall’essere un semplice vento ciclico: quasi perde la sua connotazione naturale per trasformarsi in una condizione, uno stato d’animo, un’entità che può dare vita a cambiamenti significativi, spesso devastanti, altre volte necessari. Le danzatrici Olimpia Fortuni, Roberta Racis e Giulia Torri, insieme al maestro di taiko Mugen Yahiro, impegnano la scena di Monsone diventando protagonisti di quei cambiamenti continui e variabili che interessano da sempre l’essere umano – e perciò il globo – giorno dopo giorno, generazione dopo generazione.

Accompagnato da un disegno luci essenziale e da ritmi che rimandano frequentemente ai suoni della natura, Monsone si evolve attraverso tre diversi stadi, luoghi e tempi astratti, ciascuno dei quali evidenzia l’incessante relazione e il contrasto che esiste – e persiste – tra l’uomo e la natura. I costumi e la drammaturgia sembrano infatti riflettere questo tormentato legame: nella prima sezione dello spettacolo, i limitati movimenti circolari delle danzatrici sembrano far convergere l’attenzione del pubblico sul loro abbigliamento, un costume che se da un lato lascia i piedi e le gambe liberi di esplorare serenamente lo spazio circostante, dall’altro avvolge il capo e il busto in una vera e propria tuta spaziale. A svolgersi davanti agli occhi degli spettatori è così il sempiterno conflitto esistente tra “l’uomo selvaggio” e “l’uomo scientifico”, tra la più semplice e primitiva conquista territoriale e la più ampia e progressiva conquista cosmica. Nella seconda parte, mentre la sovrapposizione delle stampe floreali sul nero dei costumi sembra riflettere un ricongiungimento tra uomo e natura, la danza delle tre protagoniste prende una forma completamente diversa: da un’iniziale gestualità pacata si passa a un movimento sempre più intenso, che si confonde con i lunghi veli adoperati in scena e che assume nuove tonalità grazie anche all’intervento sonoro del tamburo; la danza – quasi votiva – che chiude la seconda sezione apre infine la strada al terzo e ultimo stadio, durante il quale sembra ricostruirsi lentamente una “ritrovata armonia” tra l’uomo e la natura, sostanza della stessa sostanza. Ecco che le performer, accompagnate dal suono rimbombante del taiko, si incontrano nuovamente sul palcoscenico per eseguire insieme una partitura libera e catartica, in cui non è il pensiero a scandire il tempo e a dare vita al movimento, bensì il corpo, nella sua assoluta naturalezza.

Apparentemente leggeri, gli oggetti scenici adoperati nella performance si rivelano diversi in forma e peso, addirittura oppressivi sui corpi delle danzatrici. Ci si potrebbe chiedere perché ciò accade e chi sono in realtà le danzatrici, o da dove provengano: come ha sostenuto la stessa Masako Matsushita al termine dello spettacolo, durante un incontro con il pubblico, ognuna di esse rappresenta un territorio, un clima e quindi un popolo che ha una propria voce, un proprio suono. Non sappiamo quali siano i territori rappresentati e forse non è indispensabile saperlo. Ciò che si evince dalla visione è che in ciascuna danzatrice vive uno specifico monsone, una condizione, uno stato d’animo che diviene anche tangibile ed evidente attraverso semplici veli e che può addirittura trasferirsi da un corpo all’altro – quindi da un territorio ad un altro – determinando forti discrasie, le stesse che interessano oggi le diverse aree del nostro pianeta da un punto di vista economico, politico e sociale.

Che abbia o meno un’accezione metaforica, il monsone costituisce comunque un elemento essenziale: in tutte le sue svariate manifestazioni e con tutte le conseguenze – positive o negative – che determina, esso è sempre origine di nuove possibilità. E risulta inevitabile, osservando lo spettacolo, la trasposizione di questo concetto nell’esistenza di ciascun essere umano, il quale vive fasi altalenanti (distruttive o costruttive che siano), dalle quali si diramano nuovi cammini. Altrettanto inevitabile è la trasposizione in un contesto più grande, come quello globale, dove la “fase monsonica” più ingombrante e difficile da abbattere risulta quella attuale, segnata da questioni ambientali ed ecologiche, sempre più complicate da districare e da risolvere. Non possiamo sapere come e quando terminerà questo conflitto, ma Monsone offre una chiave di lettura a riguardo: lo fa senza essere didascalico, portando lo spettatore a ragionare e a interpretare profondamente ciò che osserva. È proprio con la terza e ultima sezione che il pubblico diviene indirettamente frammento di uno scenario in cui risulta necessario “ricomporre i pezzi”, utili per ritornare al ritmo e alla circolarità primordiali ai quali il globo era abituato. Tutto questo, con lo scopo di ripartire forse dalla più antica e piccola forma naturale che conosciamo: quella di una pianta, fragile e ciò nonostante necessaria, imprescindibile.

Maria Rosaria Visone

 

MONSONE

di Masako Matsushita e Mugen Yahiroù
coreografia Masako Matsushita
musicista e direzione sonora Mugen Yahiro
sound artist e composizione elettronica Danilo Valsecchi
danzatori Olimpia Fortuni, Roberta Racis, Giulia Torri
costumista Gloria Bellardi, Masako Matsushita, Mugen Yahiro
realizzazione costumi e confezionamento Marisella Vitiello
progettazione e realizzazione Francesco Landrini Oneoff
disegno luci Maria Virzì
management e promozione Progetto Ultra – Michele Mele e Domenico Garofalo
coproduzione Nanou Ass. Cult. e Associazione Sosta Palmizi
con il contributo di MiBAC, Ministero per i Beni e le Attività Culturali Direzione generale per lo spettacolo dal vivo / Regione Toscana Sistema Regionale dello Spettacolo
foto di Dario Bonazza
visto al Teatro Mecenate, Arezzo – novembre 2019

Contenuto pubblicato nell’ambito di Invito di Sosta, workshop di scrittura critica dedicato alla dodicesima edizione della rassegna di danza a cura di Sosta Palmizi.