Un teatro ibrido quello che il collettivo Chronos3 propone con Nuovo Eden, cortocircuito spettacolare tra vita reale e finzione scenica, che dopo aver debuttato al Wonderland Festival di Brescia approda nella sua forma definitiva al Teatro Libero di Milano.

Luogo-non luogo del racconto una piattaforma rotante (a braccia) rettangolare che occupa il centro della scena facendosi schermo, sipario, spazio della storia. Una struttura simile a quei wagons medievali che ospitavano attori e meraviglie del teatro di strada. Ad animarlo tre maschere per tre personaggi: Gulfird, indo-bresciano addetto alle pulizie in un grande centro commerciale nonché giocatore di cricket dalle movenze (e dalle sembianze) da commedia dell’arte; Cesare, risvegliatosi anziano dopo quindici anni di coma con il suo volto di lattice; Dolores, attempata puppet di gommapiuma/prostituta transessuale d’altri tempi. Tutti e tre in un’unica attrice, sola in scena: l’instancabile Jessica Leonello.

Tre anime di uno stesso luogo, l’Eden di Via Nino Bixio, a Brescia: prima centro per assemblee trasformatosi negli anni sessanta in sala a luci rosse, oggi polo culturale e cinema d’essai rinato in un quartiere in continua – e difficile – trasformazione, quello del Carmine.

A chi non fosse bresciano, il Carmine e il Nuovo Eden potrebbero non dire nulla. A chi lo è invece parlano della storia di Brescia, del passato della città e del suo presente. Tocca allora agli spettatori collaborare con la visione registica di Manuel Renga colmando il gap tra un lavoro puntuale e quasi “localista” e il tema che tratta, più universale: la trasformazione dei luoghi e di chi li vive.

Un anno e mezzo di ricerche, interviste, raccolta di testimonianze in uno dei quartieri più belli e problematici di Brescia, quel Carmine dove, quasi ne fosse il cuore, si trova il Nuovo Eden. Un quartiere raccontato da ogni bresciano ‘classe anni Cinquanta’ come “quel luogo che si doveva esplorare se non eri di lì”, fatto di botteghe, sedie fuori dai portoni, prostitute, bambini che giocano tra i vicoletti, tavolate in strada per “stare tutti insieme”. Un quartiere popolare nel centro storico. Oggi si va nei centri commerciali o in discoteca e gli scalini dell’Eden si riempiono di ragazzi per poche ore solo il venerdì sera. Sono altri i cittadini che si adoperano per tenerlo vivo: oltre il 45% dei suoi abitanti sono attualmente immigrati che lo hanno trasformato nel quartiere multietnico per eccellenza in una città già multiculturale. Un quartiere che si può fare traccia e simbolo di ogni altra città contemporanea, di ogni trasformazione sociale e fisica di un luogo – e dei suoi abitanti.

Nuovo Eden è uno spettacolo lieve, delicato, gentile, e al contempo stratificato, complesso, a tratti caotico nel suo osservare una realtà concreta e vivente anche attraverso ai video realizzati da Nicola Zambelli che, inseriti nella drammaturgia, accompagnano, seppur con qualche incertezza, i personaggi dove sono stati creati, negli spazi da cui provengono e con le persone da cui hanno preso forma.

Il cambiamento è il fulcro e intorno vi ruota Nuovo Eden con la storia di Cesare, alla ricerca di suo figlio e con esso del suo passato. Un figlio, come la città che Cesare ricordava, ormai scomparso, di cui nessuno gli vuole parlare, che nessuno vuole aiutarlo a cercare, nemmeno quei poliziotti incarnati – in una lunga scena da teatrino di burattini – da due berretti da carabiniere vestiti dalle mani della Leonello. Sarà Dolores a ricordare all’anziano protagonista, rimasto ibernato per troppo tempo, come ogni trasformazione lasci il segno di ciò che è stato prima, ma al contempo come ogni cosa non sia più com’era. Come è stato per lei, che una metamorfosi profonda l’ha subita, passando da uomo a donna.

Di trasformazione in trasformazione, di quadro in quadro, la Leonello riesce a tenere le fila di uno spettacolo in cui i personaggi, seppur stereotipati, riescono a trasmettere quell’incertezza e quell’instabilità che sono cifra del nostro mondo.

Ancora uno spettacolo sul tempo per Manuel Renga, dopo 10,2 Il Futuro attraverso la roccia prima tappa di una trilogia sul rapporto tra tecnologie e esseri umani messo in scena nel 2013, Carbone attivo, del 2015, dedicato al rapporto tra generazioni, e Testastorta, produzione 2016, che racconta dell’Italia ai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Quella di Chronos3 è una riflessione sul tempo come misura individuale, particolare dell’esistenza di ogni essere umano, collettiva, dimensione storica del nostro passato, e in un certo senso attuale, nel senso di un qui e ora come quello teatrale che si esaurisce nello stesso momento in cui avviene. Un tempo che sì si consuma, ma anche si trasforma, lasciando traccia di sé.

In un presente fatto di frenesia quotidiana, dell’interconnessione, delle megalopoli, delle multisale, degli ipermercati il racconto a tratti documentaristico di Nuovo Eden riesce a toccare il pubblico, a empatizzare con lui, a rendersi, seppur in uno spettacolo per alcuni versi magmatico (a causa dei molti riferimenti, di linguaggi multiformi e temi accennati), teatro dedicato allo spettatore. Sta a ognuno scegliere se vestire, come farà Cesare, le ali posticce degli angeli di Wim Wenders (in Il cielo sopra Berlino) e conquistare una propria storia.

Camilla Fava

Nuovo Eden
di e con Jessica Leonello
regia: Manuel Renga
video: Nicola Zambelli
scene: Mario Leonello, Mario Barnabi, Manuel Renga
una produzione Chronos3, con il sostegno di Residenza Idra e Verdecoprente Residenze Artistiche e ASM Brescia

Visto al Teatro Libero di Milano_ 8-12 febbraio 2018