In occasione del cinquantesimo anniversario dal debutto di La classe morta di Tadeusz Kantor (1915-1990), il Lavoratorio ha organizzato un omaggio al maestro polacco. L’evento è stato condotto da Ludmila Ryba, attrice per Kantor dal 1979 al 1992, che ha presentato la raccolta in tre volumi degli Scritti dell’autore recentemente pubblicata da Editoria e Spettacolo e curata da Silvia Parlagreco, con traduzioni di Luigi Marinelli e della stessa Ryba.

Entrando subito nel vivo del materiale presente nei volumi, Ryba ci accoglie in sala leggendo un passo significativo: si tratta di un ricordo, un fermo immagine di una vecchia aula che Kantor osserva dai vetri delle finestre di una scuola di paese ormai abbandonata. Un momento che l’autore immortala in un’annotazione e che lo spinge ad immergersi nelle profondità della memoria. È questo episodio – ci spiega Ryba – la scintilla che fa nascere La classe morta, lo spettacolo che vedrà la luce nel 1975 e che rivoluzionerà il panorama teatrale internazionale. Solo quattro anni più tardi, durante la sua permanenza fiorentina, il regista introduce nella propria compagnia Teatr Cricot 2 alcuni attori italiani: Ludmila Ryba è chiamata come traduttrice e interprete. In questo ruolo Ryba assisterà dunque costantemente alle prove e osserverà da vicino il metodo registico di Kantor. La sua pratica teatrale, racconta Ryba, rivendicava assoluta autonomia rispetto alla letteratura preesistente, generandosi soltanto attraverso le tensioni tra gli attori e oggetti nello spazio. Questa condizione richiedeva un lavoro costante ed estremamente meticoloso. Così ne parla Ryba: il come dello spettacolo erano gli attori, Kantor – sempre presente sulla scena – era il cosa e gli oggetti una parte indivisibile dei personaggi. Kantor coinvolgerà poi Ryba anche come attrice: sarà in scena per il debutto di Wielopole Wielopole. All’intervento di Ludmila Ryba è seguita la proiezione della registrazione cinematografica di La classe morta firmata da Andrzej Wajda nel 1976.

Come partecipanti al progetto Officina Critica abbiamo avuto il privilegio di intervistare tre spettatori presenti alla serata, che hanno condiviso i loro ricordi dell’incontro con il  maestro durante la sua permanenza  fiorentina.


Rosaria Lo Russo, poeta, performer e saggista, oltre che studiosa di letteratura teatrale e drammaturgia, ci ha raccontato così il suo primo contatto con il teatro di Kantor:

«Nel 1979 avevo quindici anni e Firenze stava vivendo un momento di particolare vivacità culturale: in quel periodo ebbi la possibilità di assistere a molti spettacoli che avrebbero poi segnato la storia del teatro. Fu mio padre a portarmi a vedere La classe morta: ricordo distintamente un sentimento di puro terrore, un buio profondo mai più ritrovato in nient’altro. Solo ascoltando le parole di Ludmila Ryba oggi ho associato quelle sensazioni ai dipinti di Goya. L’esperienza, amplificata dalla mia giovane età, è rimasta impressa nella memoria come una raccolta di visioni e suoni, una collezione ombre provenienti direttamente dall’aldilà. Fu un’esperienza indimenticabile assistere alla presenza costante del regista in scena. Tuttavia, la vera grandezza dello spettacolo stava nella fondamentale incapacità degli spettatori di distinguere gli attori dai manichini che portavano attaccati al corpo o sulle spalle. Essi formavano una sorta di tableau vivant, un ampliamento della visione che portava verso un “altrove”. Si percepiva una viva presenza dello squallore e della morte, come se lo spettacolo fosse un numero circense. Kantor seppe rendere lo spettacolo un sogno più che una realtà, seppe creare un aldilà sulla Terra, lasciando lo spettatore tra una sensazione di pericolo imminente e stupore totale».


L’attrice Patrizia De Libero, che ha vissuto nel 1976 la nascita della storica compagnia di musica e teatro popolare Pupi e Fresedde ha ripercorso con noi l’emozione provata di fronte a La classe morta:

«Era il 1975 e io avevo quindici anni. Abitavo a Firenze da poco e con altri giovani attori avevamo fondato la compagnia Pupi e Fresedde. Facevamo le prove al Rondò di Bacco, dove passava il meglio del teatro mondiale. Ricordo l’emozione provata nel vedere La classe morta: fu un’avventura umana. Mi è sempre piaciuto entrare in anticipo a teatro, prima dell’inizio dello spettacolo, e in quell’occasione mi trovai davanti questi signori anziani, seduti davanti a banchi di scuola. Avevano il vuoto negli occhi, ma al tempo stesso quegli sguardi lontani – il pensiero mi commuove ancora – sembravano guardarti per dirti tutto. Era come assistere a un rito magico in cui Kantor faceva le veci di un direttore d’orchestra delle energie, delle emozioni. In un certo senso il vero interprete era lui, che aiutava tutte quelle emozioni a passare dagli attori agli spettatori.»  


Wlodek Goldkorn, saggista e giornalista, per molti anni responsabile culturale de “L’Espresso”, ricorda così l’incontro con i meccanismi della memoria portati in scena dal teatro di Kantor:  

«Andavo spesso a vedere le prove della compagnia Teatr Cricot 2 a Firenze. Era molto affascinante assistere al processo creativo di un genio. Kantor si accorgeva della mia presenza e a volte mi guardava male, ma non mi ha mai fatto uscire. Anni prima avevo visto La classe morta al Rondò di Bacco; è stato sconvolgente osservare come Kantor, su un palcoscenico povero e quasi vuoto, riuscisse a mettere in scena il ricordo. Era come se avesse preso il proprio inconscio e lo avesse posto sul palco senza mediazioni, utilizzando gli attori come manichini. Mi sembrava di vedere i romanzi di Marcel Proust messi in scena, ma in un paese povero e con la forte presenza ebraica dell’anteguerra. I morti della Shoah risorgevano in qualche modo su quel palcoscenico come parte della memoria personale di Kantor».

a cura di Serena Chiaramonte, Camilla Mazzini, Eugenia Tafi, Emma Vanni


in copertina: Ludmila Ryba

Questo contenuto è parte dell’osservatorio critico Officina Critica #3