Come sei venuto in contatto con il Festival Lecite Visioni?
Conosco bene questo festival, ma il primo ad avere avuto l’intuizione di una mia partecipazione è stato Stefano Libertini Protopapa, fondatore dell’etichetta FLUIDOSTUDIO che accoglie tantə artistə e che sta diventando una grande famiglia queer. Attraverso di lui, dunque, sono entrato in contatto con la direzione artistica e sono approdato a Lecite Visioni con la mia performance musicale. Credo che questo sia uno spazio ideale perché, considerando il mio modo intimo e raccolto di concepire la performance, il teatro è un luogo per me molto adatto, forse più dei club.
In quanto artista drag, quali sono le figure del panorama italiano e globale che ispirano il tuo personaggio e la tua arte?
Arcadia è di certo una drag queen, ma non è solo questo: è anche uno spazio di libertà che nasce per sperimentare, esprimere ed essere tutto ciò che posso e voglio. Per la sua costruzione, ho tratto molta ispirazione dal mondo dell’arte. Tra tutto, però, terrei a citare Chiara Fumai, un’importante artista nel panorama dell’arte contemporanea e nel mondo del femminismo, con la peculiare attitudine a riscoprire figure femminili dimenticate dalla Storia e ridare loro voce, con nuove narrazioni e significati. Questo processo di esplorazione è stato centrale nell’elaborazione di Arcadia, che mi sta affiancando non solo nel mio percorso musicale, ma anche in quello spirituale. Parlo di Arcadia in terza persona perché è qualcosa che va oltre me e il personaggio: lei è un universo che ha a che fare sia con il drag sia con la mia crescita personale, come fosse un’entità venuta per aiutarmi.
Durante la tua performance a Lecite Visioni, oltre a portare alcune canzoni selezionate dal tuo album, ci saranno anche classici della musica italiana. Come è avvenuto il processo di selezione dei brani e di costruzione della scaletta?
Ci sono un’infinità di ragioni dietro alle scelte, dalla selezione all’ordine, alcune molto personali e legate alla mia biografia. Ad eccezione di una cover dei Verdena, tutte le altre canzoni sono di artiste femminili come Mia Martini, Raffaella Carrà e Ornella Vanoni, in omaggio a tutte quelle cantanti che più mi hanno ispirato da piccolo e che dunque cerco di celebrare qui. Tra queste c’è anche Giuni Russo, il cui brano aprirà lo spettacolo: per me è un importante riferimento, anche a livello spirituale. Un altro brano per me estremamente significativo, che sono orgoglioso di portare sul palco, è Notturno di Mia Martini, una canzone che mi ha accompagnato anche durante la mia partecipazione a X Factor, portandomi fortuna.
Che tipo di rapporto vorresti ingaggiare con il pubblico in teatro rispetto a quello che incontri in una performance nei club?
Io sono una persona autistica, dunque gli spazi chiusi e affollati tipici del clubbing non mi fanno sentire troppo a mio agio, portandomi molta stanchezza e accumulo alla fine della serata. Con il tempo, però, mi sono abituato e ho imparato ad adottare molte strategie in questi luoghi, che mi permettano di stare concentrato sulla performance. Sono anni, però, che cerco uno spazio più intimo, come quello del teatro, che mi permetta un dialogo e una connessione più profonda con il pubblico. Mi auguro che questa occasione mi consentirà di realizzare più serate ed eventi di questo tipo, anche in virtù di un desiderio di riconciliazione con lo spazio dell’esibizione.
Cos’è per te la queerness?
Penso che l’essere queer racchiuda molte caratteristiche di ascolto e di accoglienza rispetto a tutte le diversità esistenti, non solo quelle legate al genere e all’orientamento sessuale, ma anche verso le disabilità o bisogni particolari. Non mi è congeniale un pensiero che divide il mondo in gruppi e categorie, come “comunità queer”, “disabili” o simili. Sento che il mondo intero possa essere una comunità. Per me, sono fondanti i valori fondanti dell’accoglienza, dell’ascolto e dell’accettazione verso tutt*. È questa, per me, l’essenza queer. Sono consapevole che questo discorso, forse troppo generalista, possa rischiare di essere retorico, ma ho davvero l’impressione che attraverso separazioni, etichette e cesure si possa perdere la visione d’insieme.
a cura di Sara Buono e Carlo Paroli
immagine di copertina: Arcadia
L’intervista fa parte dell’osservatorio critico dedicato a Lecite Visioni 2025
