Tredici 2010

12,00

Descrizione

Descrizione

Cosa intendiamo quando parliamo di classici? Che cosa vuol dire mettere in scena un classico oggi? Bisogna seguire l’originale pedissequamente o separarsene secondo esigenze e criteri di volta in volta differenti? Fino a che punto si può intervenire nella tradizione senza tradirla? E quando si può dire che da un classico sia stato generato un testo nuovo, capace di vita propria?
[…] Analizzeremo quello che sta dietro la riscrittura e la messa in scena dei classici (della letteratura e del teatro) per il palco, indagheremo come operano drammaturghi e registi quando si trovano ad affrontare colossi della tradizione da riproporre al pubblico contemporaneo. Rifletteremo su quali e quanti siano i gradi di separazione tra il testo rinato per la scena e la sua matrice, sia essa teatrale o letteraria. Infine, ci chiederemo quando l’originale sia stato rispettato, pur nella sua reinterpretazione, e quando invece sia stato tradito.
Lo spunto dell’indagine sono cinque spettacoli visti nella stagione 2009/2010: tutti, a modo loro, rispondono a una o più delle domande che abbiamo posto sopra. Ogni caso di studio è diviso in tre sezioni: una presentazione dello spettacolo e due approfondimenti, rispettivamente sul lavoro di messa in scena e su quello drammaturgico di riscrittura e traduzione del testo originale. Il percorso comincia dalle Nuvole di Aristofane nella versione di Antonio Latella alla regia e Letizia Russo all’adattamento testuale. Si prosegue con la resa teatrale del romanzo di Lev Tolstoj La morte di Ivan Il’Ic operata dal milanese Claudio Autelli e con l’esperimento condotto dal regista e attore italoamericano John Turturro sulle Fiabe Italiane di Italo Calvino. Gli ultimi due spettacoli presi in esame sono un reimpasto dall’Eneide virgiliana, Troia’s discont del duo Ricci/Forte e Spara, trova il tesoro e ripeti! dell’Accademia degli Artefatti, tratto dal composito testo del drammaturgo inglese Mark Ravenhill.
Tutti, in modo più o meno consapevole e con risultati più o meno ammirevoli, si cimentano nel tentativo di rivisitare quei classici che, finché restano imbalsamati sulla carta stampata, non cessano di apparire distanti e vagamente respingenti. La trasformazione di un’opera – nelle parole della regista Serena Sinigaglia – avviene quando “è un essere umano vivente a leggerla, guardarla, ascoltarla, suonarla. […] La cultura non c’è, se non c’è il soggetto vivente che la vive e la determina”.

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