Com’è nata e come si è sviluppata l’idea di Studio su Anemoi, che debutta in prima nazionale a MilanOltre?
Come la maggior parte dei miei lavori, Studio su Anemoi nasce da una rielaborazione di esperienze personali: è quindi una traduzione di sensazioni, emozioni e visioni dinamiche che ho avuto in prima persona. Per me è molto semplice realizzare coreografie: hanno tutte origine da una necessità di narrazione, una necessità di raccontare me stesso o un elemento che mi ha colpito e incuriosito. Solo quando realizzo che un elemento mi è rimasto sottopelle, so che voglio parlare esattamente di quella cosa lì. Studio su Anemoi ha alle spalle un altro progetto, Elegia del vento, spettacolo che ho realizzato con i ragazzi della Scuola del Balletto di Toscana Junior all’interno del progetto “Prove d’autore” (proposto da Network Anticorpi XL). Elegia è stato sicuramente un punto di partenza, il primo vero step, per questo lavoro.

Perché scegliere il vento come elemento naturale su cui lavorare?
Credo che a tutti quanti, almeno una volta nella vita, il vento in qualche modo abbia suscitato un’emozione. Il vento fa arrabbiare, fa paura e, a volte, perfino “pulisce”: suscita effetti differenti a seconda di come siamo “posizionati” in un particolare momento della nostra vita. Effetti differenti che possono essere piacevoli o meno. Mi è capitato di essere veramente scosso da questa attività naturale e ho realizzato un parallelo spettacolare in un certo senso molto semplice. Ovviamente quello del vento è anche un elemento molto dinamico: basta osservare degli ombrelloni mossi dal vento per accorgersi che impone a tutte le cose una continua oscillazione tra luce e ombra. Guardandolo attentamente, quel gioco tra luce e ombra è già una coreografia.

Durante la masterclass, sviluppando un’idea che prende forma in Primitiva, hai proposto di esplorare un tipo di movimento “illogico”, come può essere quello animale. In che misura componenti razionali e irrazionali incidono sul tuo processo creativo?
Qualsiasi forma d’arte crea qualcosa che prima non c’era e, se vogliamo, anche solo questo può essere considerata una sorta di follia. L’idea dell’illogicità nel mio metodo è nata per studiare una qualità di movimento che non avevo ancora praticato. E poi, nel processo creativo, interviene invece la logicità misteriosa della costruzione di qualcosa che ancora non conosci, ma di cui, comunque, hai un’intuizione che porti avanti giorno per giorno. È qualcosa che lentamente si concretizza e vedi funzionare, prendere forma. Certo si spera sempre, durante questo processo, di avere quell’elemento di sorpresa che ogni tanto entra nella coreografia, senza sapere bene da quale cassetto della memoria sia affiorato. Personalmente non riesco a realizzare un processo eccessivamente “a priori” nella costruzione dello spettacolo: parte tutto da una pulsione che pian piano si va a sviluppare.

Tutti i tuoi lavori sono accompagnati da un haiku: qual è la relazione tra queste composizioni e gli spettacoli che vai a realizzare?
L’haiku è la sinossi intima, più pura, del lavoro: è l’unica cosa che vorrei fosse scritta sul foglio di sala dello spettacolo. Non li creo sempre nello stesso momento: l’haiku di Anemoi, per esempio, l’ho appena scritto, mentre di solito la composizione nasce insieme allo spettacolo. Nel caso del primo capitolo di Primitiva, ho pensato all’ideazione dell’haiku come un processo collettivo mentre lavoravo coi ragazzi; viceversa, al momento, preferisco che sia una cosa solo mia.

Anna Monteverdi

(In copertina ph: Giovanni Barbato)


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