C’è un momento, a metà di R3 – Le regole dell’Ipnocrazia, in cui il protagonista abbandona la stanza e si rivolge direttamente al pubblico. Non è una rottura della quarta parete nel senso brechtiano, non un gesto di distanziamento critico, ma il suo contrario: un’irruzione nel reale che chiede di smettere di essere spettatori, di entrare nella performance piuttosto che osservarla. È il punto in cui lo spettacolo rivela la sua struttura più profonda: non la rappresentazione di un disagio, ma la sua messa in atto.

Valentina Spaletta Tavella, alla regia, e Riccardo Vicardi, unico interprete, costruiscono un dispositivo che non illustra la condizione dell’individuo iperconnesso: la abita, la replica, quasi la contagia. La drammaturgia, firmata insieme a Eliana Rotella e Diego Piemontese, parte da Riccardo III di Shakespeare per operare uno slittamento preciso: la deformità fisica che nel testo elisabettiano fonda la volontà di potenza diventa qui deformità percettiva, incapacità di costruire un’immagine stabile di sé al di fuori dello sguardo altrui. Non è più la conquista del trono il motore dell’azione, ma il bisogno di essere visti come unica forma di validazione esistenziale.

Factory Nolo ospita una scenografia volutamente povera: due materassi grigi, un grande piumone che fa da fondale e lenzuola su cui sono sparsi i resti di junk food accumulati nel tempo. Uno spazio saturo di stimoli in cui l’energia si spegne in inerzia e la scelta, rimandata all’infinito, non vede mai la luce.
R, il protagonista, è intrappolato in questa stasi: si ripete frasi motivazionali, tenta di riordinare la stanza, apre Spotify alla categoria Motivation come se questo, insieme a tutorial su YouTube, potesse aiutarlo a rifarsi il letto. In ognuno di questi gesti abortiti si riconosce la struttura dell’overthinking: il pensiero che si avvita su se stesso invece di tradursi in azione.

Il telefono è l’asse della prima parte. Quando R scrolla i reel sui social, il fondo scena diventa uno schermo su cui vengono proiettati video motivazionali, frammenti rap, contenuti di supporto psicologico, la chiamata rifiutata di Lady Anne. La proiezione non è illustrativa ma strutturale: non mostra il contenuto del feed, ci mette dentro la sua logica. Il flusso produce un ambiente percettivo in cui l’attenzione è continuamente frammentata e riallocata.

Quando parte la canzone R3 da YouTube, Vicardi inizia a rappare: «Se vuoi diventare la versione migliore di te stesso sii il tuo impero»; «Mamma ti perdono per aver pensato che sarei stato sempre uno zero». Qui il linguaggio performativo del rap si scontra con il contenuto autobiografico: non si tratta di affermare un sé, ma di cercarne uno, usando tutti i codici disponibili senza che nessuno riesca a stabilizzarlo. Quanto più la performance identitaria si intensifica, tanto più rivela l’assenza di un centro.

La svolta avviene quando R porta la scena nel mezzo del pubblico dicendo: «Io sto bene, raccontatemi di voi». Parla di genitori che scambiano il doomscrolling per pigrizia, che non vedono la depressione perché non corrisponde alla loro immagine del disagio. Per un momento sembra aprirsi una relazione autentica, ma il pubblico si trova già in una posizione ambigua: siamo invitati a partecipare e la partecipazione stessa è dentro il dispositivo della visibilità che lo spettacolo critica.
L’urlo che interrompe questa comicità è il collasso di quel dispositivo. La parola che R non riesce a pronunciare senza vergogna è “fragilità”: il nome esatto di ciò che il sistema della visibilità richiede di nascondere. È qui che lo spettacolo trova il suo punto più onesto.

L’uscita finale, dalla stanza privata alla sala, dove incontra il pubblico, al fuori scena, ha la struttura di una sottrazione progressiva. Non una catarsi, non una soluzione, ma un’interruzione: qualcuno che smette di esibirsi e che esce dal campo della visibilità.
Tutti siamo R, nella misura in cui tutti abitiamo un sistema che non smette di chiedere presenza, esposizione, performance continua di sé. La soglia tra relazione autentica e rappresentazione si assottiglia fino a diventare indistinguibile.
Ecco perché «ricordarsi di respirare» non è una metafora terapeutica ma un atto politico, forse l’unico davvero disponibile: sottrarsi, anche solo per un momento, alla logica della presenza obbligatoria. Uscire dalla scena non come sconfitta, ma come gesto di libertà. Il respiro come unica forma di esistenza che non richiede pubblico.

Oksana Dupi 


immagine di copertina: foto di Alessandro Villa

R3 – LE REGOLE DELL’IPNOCRAZIA
regia Valentina Spaletta Tavella
con Riccardo Vicardi
drammaturgia Eliana Rotella, Valentina Spaletta Tavella, Riccardo Vicardi, Diego Piemontese
produzione Compagnia Vicardi / Spalletta Tavella

La recensione fa parte dell’osservatorio critico dedicato a FringeMI Festival 2026