Nella nebbia, uno stormo di dieci danzatori misura lo spazio del palcoscenico in punta di piedi, con le ginocchia piegate e lo sguardo alla platea. I loro costumi colorati, guizzando, sfidano lo sfondo monocromo del palcoscenico, che, in occasione dello spettacolo di questa sera, si è vestito di blu intensissimo, per essere insieme ritaglio di cielo e fondale marino: debutta al Teatro Elfo Puccini per il Festival MilanOltre, l’ultima opera di Roberto Zappalà, Rifare Bach.

Le figure sul palco avanzano compatte verso il proscenio, mutando la propria forma di passo in passo, in una sequenza di movimenti grotteschi del corpo e delle braccia, che sono ora ali, ora pinne, ora corna. Poi si disperdono: alcuni volano via, altri sono diventati alberi; d’improvviso, le tutine attillate e sgargianti si fanno prima cappa piumata e manto ferino, poi dura corteccia. Nell’illusoria solidità di quei corpi arborei e animaleschi, lo spettatore ritrova la stessa fragilità delle forme dei libri di fiabe, dove le grandi sagome in rilievo di boschi e foreste confessano la propria ineludibile natura di cartone.

Guida l’incantesimo la vigorosa tensione vitale delle composizioni bachiane − tra le altre: Aria sulla quarta corda, Variazioni Goldberg, Cantata n°29 −, rispetto alle quali la coreografia vuole essere insieme una traduzione e un tributo: i danzatori restituiscono toni e melodie diverse, incarnando di volta in volta la leggerezza della farfalla, i voli nevralgici della vespa, l’affetto materno di una cerbiatta. Anche le luci sono parte integrante della performance: ricalcano i tempi sonori e sottolineano i movimenti dei corpi nello spazio. Ciò che ne risulta è un meraviglioso inno corale alla natura, in quanto inesauribile antologia di bellezze.

Lo spettatore è invitato a partecipare a un’Esposizione Universale paradossale, dove non viene esaltato l’operato umano, ma le meraviglie del creato, degne tanto d’ammirazione quanto di rispetto. La coreografia, infatti, vuole anche promuovere un serio impegno civile nella tutela ambientale: fil rouge di tutto lo spettacolo, esso viene esplicitato chiaramente nel finale, quando Roberto Zappalà raggiunge sul palco i suoi danzatori: tutti indossano magliette nere con la scritta “una sola via, un solo pianeta”. A questo punto, la celebrazione è ormai finita, ma l’uomo, prima insensibile ai ritmi naturali e perciò escluso da quella danza cosmica e viscerale, può ora fare tesoro di quanto appena esperito e tentare passi diversi sul palcoscenico del reale.

Giulia Troncatti

foto di copertina: Serena Nicoletti

RIFARE BACH
coreografia e regia Roberto Zappalà
musica Johann Sebastian Bach
un progetto di Roberto Zappalà e Nello Calabrò
luci e scene Roberto Zappalà
costumi Veronica Cornacchini e Roberto Zappalà
realizzazione scene e costumi Theama for Dance
danzatori Corinne Cilia, Aya Degani, Filippo Domini, Anna Forzutti, Gaia Occhipinti, Delphina Parenti, Silvia Rossi, Joel Walsham, Valeria Zampardi, Erik Zarcone
assistente alle coreografie Fernando Roldan Ferrer
assistente alla produzione Federica Cincotti
management Vittorio Stasi
direzione tecnica Sammy Torrisi
direzione generale Maria Inguscio
una produzione Scenario Pubblico/Compagnia Zappalà Danza Centro Nazionale di Produzione della Danza
in coproduzione con Belgrade Dance Festival (Belgrado), Fondazione Teatro Comunale di Modena, MilanOltre Festival (Milano)
coproduzione e residenza Centre Chorégraphique National de Rillieux-la-Pape (Lione)
in collaborazione con M1 Contact Contemporary Dance Festival (Singapore), Hong Kong International Choreography Festival (Hong Kong), Teatro Massimo Bellini (Catania)
con il sostegno di MiC Ministero della Cultura e Regione Siciliana Ass.to del Turismo dello Sport e dello Spettacolo


Questo contenuto è parte dell’osservatorio critico MILANoLTREview