Un deltaplano, un vecchio passeggino intarsiato, arzigogolate gabbie per pappagallini, un lampadario sormontato da nani che suonano la tromba, una grossa statua di Buddha… No, non sono le visioni di un oppiomane, né i sogni raccontati in una seduta di psicanalisi, ma alcuni degli oggetti da cui si sono trovati circondati gli spettatori che hanno deciso di avventurarsi nel negozio d’antiquariato Crazy Art per assistere a Rosa Conchiglia. Anaïs Nin e i giorni del porno.

Non c’è che dire: quello che propone questa volta la rassegna Stanze è un contesto bizzarro, ma senz’altro adatto ad accogliere il racconto – firmato Magdalena Barile – della vita bohémienne e tormentata di Anaïs Nin, scrittrice controversa e affascinantissima. Entrati al Crazy Art, verrebbe subito da chiedersi come si possa mettere in scena un’esistenza movimentata e irrequieta come quella dell’autrice franco-statunitense in uno spazio ingombro e affastellato di mobili d’antiquariato. La risposta arriva, inaspettatamente, da alcuni apparecchi telefonici, collocati in diversi punti della scena, che consentono di sfruttare ingegnosamente la ridottissima superficie a disposizione. È infatti spostandosi di cornetta in cornetta e chiacchierando con i diversi interlocutori dall’altro capo del filo che la Nin (interpretata da Anna Amadori) racconta la storia della sua iniziazione alla scrittura erotica.

Crazy Art, Milano

Veniamo così informati che, approdata a New York per sfuggire alla guerra che ha ormai raggiunto la sua Parigi, Anaïs fatica a iniziare una nuova vita. Tutto, infatti, sembra congiurare contro di lei: la città che l’accoglie con freddezza, i soldi che iniziano a scarseggiare e soprattutto lo smarrimento dei bauli che contengono i suoi diari. Una vera tragedia, quest’ultima, soprattutto per un carattere come quello dell’autrice, che riesce a sentire come “realmente vissuto” solo ciò che fissa sulla carta! Anaïs si ritrova così spaesata, incerta, e le sue giornate sembrano avvitarsi in uno sterile vortice di incontri sessuali e discussioni. Poi la svolta: l’amico, amante e scrittore Henry Miller cede ad Anaïs un lavoretto che gli è stato offerto: scrivere racconti pornografici per conto di un collezionista. Tra qualche riluttanza e non poca ironia, la Nin si cimenta nell’opera.

Amadori restituisce le afflizioni e il temperamento inquieto della scrittrice franco-americana con grande abilità: lo fa attraverso una partitura di movimenti scomposti e certe “pausazioni” del parlato (enjambement verrebbe da dire!) che non accordandosi alla sintassi del discorso, sottolineano pateticamente i momenti di sconforto. Altrettanto sorprendente è come l’attrice riesca a comunicare la personalità carica di eros della Nin soltanto con le vibrazioni di una voce ora calda e suadente, ora più ruvida e aspra. Ma la componente erotica delle vicende e della letteratura della Nin viene affrontata nella prospettiva di Barile/Amadori anche con una certa, sfacciata e vivacissima, ironia: il pubblico ride allora a crepapelle quando la protagonista, seguendo le indicazioni del committente, si sforza di costruire scene sessuali schiette e brutali e di lasciare da parte ogni patina letteraria. E altrettanto ironico – anche se con una nota amara – sembra il destino stesso della scrittrice: pur ritrovando in questo impegno letterario sui generis, quel senso di pienezza che pareva perduto, “sarebbe proprio il colmo se diventassi famosa solo per quei racconti!”.

Anaïs Nin

Così, in fondo, è stato. Ma con un particolare che lo spettacolo quasi tace e che forse scivola tra le mani e dagli occhi di chi non conosce la protagonista. Ossia che Anaïs Nin era riuscita ad andare oltre alla serialità arida e vana dei rapporti che caratterizza il genere pornografico, e a trasformare le sue pagine in vera letteratura erotica. Di ciò viene dato un brevissimo saggio quando vengono lette alcune righe dell’autrice, in cui l’erotismo è confinato “di là” dai corpi, nella descrizione di alcuni minerali e dei colori. Ed è proprio qui, nel suo essere timida e sottile, che la carica erotica della Nin trova tutta la sua potenza. Barile e Amadori, consapevoli di tale aspetto, scelgono di affidarlo al simbolo, quello della conchiglia (un filo troppo scontato, per la verità), a un sensuale cambio d’abito e alle parole de I sognatori, citati in apertura di spettacolo. Elementi che pur abbozzandolo, non riescono a restituire del tutto il fascino discreto dell’eros, ma almeno hanno il merito di suggerire un desiderio di curiosità. Quella che – stando alle parole della Nin – rimane la vera fonte del potere sessuale e, perché no, spettatoriale.

Andrea Maletto


Rosa conchiglia – Anaïs Nin e i giorni del porno

di Magdalena Barile
con Anna Amadori
progetto visivo Alberto Sarti
assistenza Nella Califano
produzione Associazione Liberty
fotografie di Paolo Cortesi

Visto al Crazy Art di Milano nell’ambito della rassegna Stanze_28 gennaio 2019