Un silenzio totale pervade la sala Shakespeare gremita di spettatori all’Elfo Puccini mentre sul palco quattro corpi, come fagotti al vento, si aggrovigliano su loro stessi. Sono quattro danzatrici che rotolano a terra al solo suono dei loro stessi respiri e dello sbattere, talvolta rumoroso e violento, dei loro corpi sul suolo. Il pubblico resta in attesa, col fiato sospeso, attraversato da una forte tensione e al contempo ipnotizzato dall’ondeggiare ritmico e ripetitivo delle quattro performer.

L’inizio di Rosas Danst Rosas, cavallo di battaglia del 1983 della coreografa belga Anne Teresa De Keersmaeker, dà il via alla 31esima edizione di MilanOltre in un’atmosfera surreale, quasi onirica… Le danzatrici si muovono con coordinazione perfetta in un continuo tentativo di alzarsi dal suolo, elevarsi da terra, ma crollano, collassano, non riescono a sorreggere neppure la propria testa. Il silenzio di sottofondo viene ora riempito da percussioni metalliche ma il senso di vuoto, di assenza non ci abbandona: vengono disposte sul palco sequenze di sedie quasi perfettamente simmetriche ma lasciate incomplete. In fila una accanto all’altra, uguali ma ognuna con motivi decorativi diversi, le sedute aggiungono un senso di dinamicità a tutta la scena: sono solo uno dei tanti elementi geometrici (im)perfetti che abitano lo spettacolo. Rosas danst Rosas, come persino il titolo suggerisce, è interamente costruito sulla ripetizione, sul susseguirsi di moduli matematici che vanno dal singolo gesto a un complesso gioco di diagonali e luci, di dialoghi angolari. La ripetizione è astrazione: i movimenti non possono essere ricondotti a nulla di preciso, non è questo l’obiettivo della danza! Eppure in questo perpetuarsi di passi si riconoscono dei gesti quotidiani, come passarsi una mano tra i capelli, lisciarsi la camicetta, porsi in un atteggiamento riflessivo con una mano sulla testa o semplicemente indossare un paio di pantofole: iterati nell’intransigente automatismo della danza essi diventano quotidianità essenziale e esistenziale.

Una routine tutta femminile, che emerge ancora più esplicita (benché problematizzata) nei piccoli rituali seducenti immediatamente interrotti (scoprirsi le spalle e subito ricoprirle), nella carica erotica accennata e poco dopo ritirata.

Così è Rosas danst Rosas, un’oscillazione continua tra due poli: lentezza e movimenti incalzanti, stanchezza e vitalità, disperazione e riflessione. Un perpetuarsi che non cesserà mai, sembra suggerire la De Keersmaeker, nemmeno quando la musica si ferma e le performer, come all’inizio, rimangono in penombra e in silenzio, ma sempre in costante (anche se attenuato) movimento.

Un attendere mobile, interrotto solo dallo scrosciare degli applausi.

Andrea Malosio

Rosas danst Rosas
coreografia Anne Teresa De Keersmaeker
interpreti Laura Bachman, Léa Dubois, Yuika Hashimoto, Soa Ratsifandrihana
Visto a MilanOltre il 28 settembre 2017

Questo contenuto è parte dell’osservatorio critico MilanOltreView