Nel 1989 Giancarlo Consonni, urbanista e poeta che tanto si è occupato anche di spazio teatrale, ha pubblicato il libro L’internità dell’esterno (edizioni Clup): l’internità era considerata un’auspicata qualità dello spazio urbano, a indicare la necessità di dedicare alla città una cura pari a quella che si dedica agli spazi domestici.
Nel loro tentativo di abitare ambienti interni ed esterni, i dispositivi spaziali messi in atto dal teatro nei tempi del Covid, fanno ripensare a questo rapporto tra “dentro” e “fuori” e a una certa teatralità capillare da sempre connaturata allo spazio urbano. «È come se si fronteggiassero due attese: l’attesa di evento di cui sono permeati i luoghi dotati di senso e l’attesa di architettura di cui è portatrice la presenza umana che aspira a essere valorizzata», scriveva Consonni.

Daniela Nicolò ed Enrico Casagrande a Santarcangelo 2050

Il festival di Santarcangelo nella sua edizione 2020, che mette in atto solo una parte dell’articolato programma immaginato dai motus Daniela Nicolò ed Enrico Casagrande per il cinquantesimo anniversario della manifestazione, offre un’occasione di riflessione e una propria lettura di questo rinnovato rapporto. Nel ripensare la propria fattibilità, il festival è stato tra i primi a esplorare una nuova supposta normalità in cui le regole di abitazione dello spazio sono mutate profondamente. Il principale cambiamento, che rimanda a quel titolo di Consonni, sta nel fatto che oggi gli esterni necessitano di essere fruiti come fossero interni, con controllo di accessi e distanze, mentre gli interni richiedono norme che conferiscono allo spazio vuoto una vastità e delle distanze proprie degli esterni. Questa rimodulazione della dimensione spaziale non può che essere il punto di partenza di nuove ricerche performative, che in alcuni casi portano avanti, di fatto, pratiche già attive.

A Santarcangelo, i tre palchi allestiti nel grande prato verde del parco Baden Powell hanno ospitato l’allestimento di eventi performativi che nell’esterno hanno semplicemente trovato un nuovo sfondo spettacolare, con ingressi e modalità di fruizione “normati” come in una sala chiusa. La “cura della distanza” ha una sua esplorazione specifica (e per certi versi opposta) in alcuni progetti proposti al festival come, ad esempio, le lezioni di Virgilio Sieni o l’installazione performativa di El Conde de Torrefiel.

Una delle lezioni di Virgilio Sieni in piazza Ganganelli

Sieni ha portato in piazza Ganganelli Quattro lezioni sul corpo politico e la cura della distanza: un ciclo di lezioni performative che affronta attraverso la danza le domande più attuali di oggi, provando a esplorare una nuova relazione tra corpo e spazio a partire dal gesto. I gesti sono tratti da alcune opere pittoriche (in un dialogo con l’arte figurativa comune alla pratica di Sieni) e agiti da un gruppo di spettatori nello spazio pubblico, anche se recintato, della piazza. Le “classi” di Sieni sono insieme un esercizio di sguardo e di movimento, di ascolto e di lentezza: l’osservazione dell’opera di riferimento e la cura nella rappresentazione dei gesti – da Piero della Francesca a Cavaraggio, da Giorgione a, nella lezione cui abbiamo assistito, Antonello Da Messina – portano a una sospensione dello sguardo, in un ascolto lento che non può che comportare un aumento di attenzione al proprio corpo e al rapporto con il vuoto che lo avvolge. Lo sguardo diventa così una “forma sublime di contatto” (così lo aveva definito Sieni in tempi di lockdown in un appuntamento streaming della sua rubrica “La città che viene” , che si intitolava proprio La cura della distanza), trasposto poi in esercizio gestuale in una nuova forma posturale di relazione tra i corpi.

Se respira en un jardin como en un bosque (foto programma di sala)

Se in Piazza Ganganelli ci si esercita a una nuova forma di coabitazione nello spazio aperto, dallo sguardo al gesto, al Teatro del Lavatoio la performance per un solo spettatore di El Conde de Torrefiel esplora una distanza diversa, tra chi guarda e chi osserva, all’interno di un canonico spazio teatrale. L’azione di entrare in un teatro – per molti dei partecipanti per la prima volta dopo il lockdown –  è legata non alla visione di uno spettacolo ma all’azione di semplici gesti su un palco: nei primi quindici minuti della performance si agisce, guidati dalla voce in cuffia di Tanya Beyeler, mentre uno spettatore solo in platea ci osserva; nei quindici minuti successivi ci si siede da soli in platea, e si osservano le azioni agite dallo spettatore successivo. Le istruzioni e la traccia audio per la realizzazione del progetto Se respira en un jardin como en un bosque, ideate a distanza e spedite dalla compagnia, che non poteva essere fisicamente presente al festival, rinunciano all’elaborazione di un complesso impianto drammaturgico o di linguaggio: il dispositivo, così come il testo in cuffia e la partitura delle azioni, sono estremamente semplici.

Il titolo dell’edizione 2020 di Santarcangelo Festival

Ma è proprio la loro essenzialità a riportare l’attenzione su un carattere primordiale del rapporto tra corpo e spazio e sulla semplicità della convenzione teatrale, basata sullo sguardo e sull’immaginazione. In questo tempo di crisi e di ripensamenti, sembra necessario tornare a esplorare, con il teatro, le dinamiche della relazione: ritrovare la grammatica elementare del movimento, mettere a fuoco la visione in un nuovo prisma con il quale guardare le cose, superare la paura dell’altro, attraverso il gesto e l’immaginazione.

Francesca Serrazanetti

(Foto di copertina: Daniele Mantovani)