Sono seduta a tavola con tanti altri commensali, tutti sconosciuti che stanno per condividere un paio d’ore del proprio tempo. Ci troviamo al Refettorio Ambrosiano, uno spazio nel quartiere Greco di Milano che nasce da un progetto condiviso per offrire cibo e anche intrattenimento a persone in difficoltà, grazie all’impegno dell’Associazione Per il Refettorio Ambrosiano che lì serve pasti caldi e organizza eventi culturali. Aspettiamo l’inizio dello spettacolo come si attende l’arrivo del cameriere per le ordinazioni, ma non siamo tutti lì riuniti per cenare. Poi entra una ragazza e si siede su uno sgabello in prima fila. È Lea, dice di essere a un primo appuntamento, ma in realtà non vede l’ora di tornare a casa per ordinare qualcosa da mangiare: passare il tempo sulle applicazioni di cibo d’asporto le procura più gioia che stare su quelle d’incontri.

E mentre Lea sta pensando a un modo per scaricare la persona con cui è uscita e rientrare di corsa a casa dal cibo che ha appena ordinato compulsivamente, senza troppo riflettere e solo per il gusto di avere qualcosa con cui riempirsi, irrompe una luce che perfora il buio della sala, accompagnata da una voce perentoria che chiede chi abbia ordinato da mangiare. Così fa il suo ingresso il secondo protagonista dello spettacolo, Davi, un rider brasiliano. Il ragazzo si presenta con una montagna di cibo: kebab, pizza, hamburger, cannoli siciliani che consegna sorridente a Lea, la quale immediatamente consuma voracemente quell’enorme pasto, forse per placare il vuoto che ha dentro. Poi vomita. Al buio e in silenzio.

Lea e Davi, interpretati rispettivamente da Sofia Pauly e Gianluca Maria Bozzale della compagnia La Petite Mort Teatro, si scambiano spesso di posto: chi sopra chi sotto il palco, chi in piedi e chi seduto e un po’ per ciascuno raccontano le proprie vite, fatte di paure e solitudini, di saudade e disturbi alimentari. Sono due solitudini molto diverse le loro, eppure complementari. Davi ha lasciato il Brasile e la sua famiglia, vive così tutti i giorni la cosiddetta saudade, quel sentimento di nostalgia misto a dolcezza verso qualcosa che non tornerà più, poiché sa che non farà più ritorno a casa. Lea, invece, ha trascorso anni allontanando tutti e ora l’unica relazione che le resta è con il cibo, che riempie e svuota continuamente un immenso vuoto.
Lea e Davi sono due invisibili, con addosso un peso enorme, costretti a rimanere ai margini: lui in quanto rider ha un lavoro precario, senza orari, deve essere sempre veloce e puntuale, lasciare l’ordine e sparire; lei soffre lo sguardo di una società giudicante, più dimagrisce più si vede bella o almeno degna di attenzione, scambiando l’affetto e la cura con diete, abbuffate e digiuni.

Parlare di disturbi alimentari e di sfruttamento dei rider in un refettorio in cui trovano rifugio persone che molto probabilmente non possono permettersi cibo a sufficienza né hanno un lavoro stabile genera un forte cortocircuito. Ma avvicinarsi a una realtà che scorre invisibile ai più, abitando anche solo per qualche ora uno dei suoi luoghi di ritrovo, facilita l’empatia. Chissà che ascoltare queste storie aiuti a creare un senso di comunità, di sostegno reciproco che vuole provare a colmare quel divario, quel bisogno, non solo di cibo, ma di essere accolti, visti, di placare in qualche modo l’inevitabile saudade nella società contemporanea. E allora, riunirsi proprio qui per uno spettacolo di teatro riverbera di tutto un altro senso.

Silvana Accardo 


SAUDADE & KEBAB
di Sofia Pauly
regia Nico Malaspina
con Sofia Pauly e Gianluca Maria Bozzale
luci Davide Artusi
costumi Valentina Carcupino
responsabile tecnico Giaime Mauri
produzione La Petite Mort e Grizzly Collective

La recensione fa parte dell’osservatorio critico dedicato a FringeMI Festival 2026