All’inizio degli anni’60 le strade di due uomini di teatro si incrociano per un decennio: sono il grande Jerzy Grotowski, destinato a cambiare radicalmente i destini del teatro del Novecento, e l’architetto Jerzi Gurawaski. Nel ripercorrere le riflessioni che lo portarono a disegnare rivoluzionari spazi scenici, Gurawski annota: 

«Mi accorsi che esistevano, come dire, due sfere di sensazioni: una visuale, che abbraccia tutto quello che l’uomo vede, ovvero quel mondo sicuro che è per lui intelligibile, e l’altra corrispondente all’intuizione, allo spazio del congetturabile, che si trova dietro e che riserva molteplici sorprese ed è decisamente più ricca rispetto alla prima. Al contrario di quella visibile e univocamente definibile, la sfera dell’intuizione insinua le più diverse ipotesi sulla base di passi, suoni, un fruscio, una reazione dell’interlocutore. Nel teatro tradizionale, dove lo sguardo è rivolto solo in avanti, essa sarebbe del tutto fuori luogo. Volevo che tutto lo spazio che circonda l’uomo recitasse nel teatro».

Il richiamo alla dimensione tridimensionale della fruizione teatrale, al suo muoversi tutto intorno allo spettatore, e non soltanto in avanti, risulta più che mai cruciale in tempi pandemici, dove la frontalità della visione a schermo è diventata per necessità prevalente. 
L’edizione 2021 di Segni sembra, in questa prospettiva, aver bene inteso la funzione culturale di un festival, tra la necessità di integrare il vertiginoso progresso digitale dell’ultimo anno e la piena riaffermazione del valore della presenza. Dopo aver lanciato, nel vivo dell’emergenza del 2020, una pionieristica edizione tutta online (si veda il racconto sulle pagine di Stratagemmi), la direttrice artistica Cristina Cazzola prova ora a far dialogare le due modalità. Online restano tutto l’anno approfondimenti, incontri e qualche spettacolo; dal vivo invece viene offerta una programmazione internazionale che, come vedremo tra poco, prova a riprendere i contatti con gli spettatori rimasti a lungo distanti. 

foto: Yellow

Come di consueto, per chi dedica al festival un tempo disteso, non mancano le occasioni di riflessione e di indagine sulle trasformazioni in corso. Tra questi, si segnala Vasi Comunicanti, un laboratorio attivo di pensiero tra operatori, che ha aperto un confronto sulla necessità di ragionare in termini inter-generazionali sui nuovi pubblici (come già da tempo, del resto, gli artisti e la distribuzione di molta parte d’Europa mostrano di saper fare). La preoccupazione di molti operatori presenti – ben supportata dagli allarmanti dati sull’impatto del Covid sulla salute mentale degli adolescenti – è quella di riaprire i canali di contatto con un’area di pubblico particolarmente fragile. Come riallenare alla presenza e alla liveness giovani spettatori e spettatrici che sono ormai del tutto disabituati? Come vincere insieme la paura del tornare in luoghi affollati? Come riaffermare che l’inessenziale (trovarsi in un luogo pubblico per “intrattenimento”) è in realtà più che mai essenziale?
Gli artisti, come spesso accade nei momenti di crisi, comprendono con anticipo la strada da seguire: fare del teatro il luogo in cui recuperare quello che Gurawski chiavava “lo spazio dell’intuizione”, cioè il luogo della comunicazione tridimensionale. Del resto, il teatro per le giovani generazioni è da sempre pioniere in tutte le forme immersive di comunicazione, nelle attivazioni sensoriali e nelle sollecitazioni non solo razionali. Oggi, più che mai, la scommessa sembra giocarsi proprio in quella sfera.

Lo sa bene la compagnia Mime Wave di Amsterdam, che ha portato a Mantova Yellow: lo spettacolo, che ha all’attivo più di 150 repliche, è una riuscita allegoria della trasformazione che l’incontro con l’altro ci procura. Il palcoscenico, al principio della performance, è un felice mondo giallo-sole: l’“altro”, pericolosamente colorato di blu, prova a entrare e a infiltrarsi. Scacciarlo è inutile: come tutte le cose a cui chiudiamo la porta, stiamo certi che presto o tardi riapparirà dalla finestra. L’incontro con l’altro è contaminazione, disordine, sorpresa, divertimento; di questo fenomeno i tre performer sul palco – che non resisteranno alla turbinosa trasformazione in verde – forniscono al giovane pubblico una dimostrazione tangibile ma non didascalica. Lo spettacolo, oltre a offrire una chiara e indiretta risposta al perché valga la pena andare a teatro (brutto segno, se si esce dalla sala dello stesso colore con cui si è entrati!), ne offre un assaggio sinestetico. Dalle borse dei performer emergono buffi oggetti non categorizzabili di ogni colore, che vengono gettati sul pubblico perché ne tasti la consistenza e ne scopra i contorni: per conoscere davvero l’altro, non basta guardarlo frontalmente come in una finestra di zoom, occorre “assaggiarlo”.
Nella stessa direzione si muove Boucle D’O della francese Compagnie Le Porte-Voix, che conduce i bambini da 18 mesi a 3 anni in un onirico viaggio alla scoperta dell’acqua, dei suoni e dei giochi di luce che anche una sola goccia può creare. Provare per credere: i minuscoli spettatori sono benvenuti sul palco, per guardare da vicino, sbirciare, toccare.

foto: Boucle d’O, Pierre Alain Heydel

Il vecchio segreto del teatro per le nuove generazioni – evitare ogni genere di separazione tra palco e platea, cercare una via per la vicinanza – si rivela oggi un buon consiglio per tutto il mondo della scena, che a fatica riesce a trovare un proprio ubi consistam in una società in troppo rapida trasformazione. Promuovere uno sguardo laterale sulla realtà e favorire una riappropriazione dello spazio pubblico non sono più solo esigenze delle migliori compagnie teatrali: si tratta dell’urgenza di un’intera comunità.

«Non è un caso che i più interessati alle relazioni paritarie – i bambini e i ragazzi in primis – siano da sempre i grandi utilizzatori dello spazio pubblico», ha annotato il sociologo Stefano Laffi, mostrando come «le relazioni paritarie e la coesione sociale» non possano di fatto essere praticate negli spazi privati che la pandemia ci induce a frequentare. Il messaggio che ci arriva dal teatro delle nuove generazioni è forte e chiaro, e faremo bene ad appuntarcelo nuovamente: occorre tornare a rompere ogni genere di frontalità, per abitare tutto lo spazio «che circonda l’uomo».

Maddalena Giovannelli

immagine di copertina: Yellow


Questo contenuto è parte dell’osservatorio critico Segni New Generations Festival 2021