Le performance descritte finora paiono avere un legame meno diretto rispetto al femminismo intersezionale che dà il titolo al festival, portando avanti un discorso legato, invece che ai gender studies e alla critica delle oppressioni socio-politiche, al linguaggio e in generale alla dialettica fra realtà e gerarchie di un mondo razionale, capitalista e antropocentrico. La performance conclusiva delle tre giornate rappresenta forse il punto in cui si raddensa con più forza e chiarezza l’intento decostruttivo, libertario, decoloniale e femminista di FEMINIST FUTURES. Se Uprising, della coreografa Tatiana Julien, rappresenta uno dei momenti del festival più diretti in termini politici, ciò non la rende una performance ideologica o politicizzata.

Anzitutto sono le tracce sonore, curate in parte dal sound designer Gaspard Guilbert, a dar prova di questa direzione: più o meno celebri discorsi politici si mescolano a canzoni pop, rock e altre tracce rielaborate, spesso tramite un mixaggio da discoteca, ritmato e molto potente. La danzatrice, Violette Wanty, si riscalda su un palco-ring, circondato sui due lati lunghi dal pubblico, sugli altri due da luci orizzontali che creano una linea di riferimento spaziale per la danza. La performance si divide in tre momenti ben distinti: uno “disco”, durante il quale Wanty (con occhiali e tutina iridescente) attraversa vari linguaggi coreografici della recente cultura pop e underground, dall’hip hop fino ai balletti di Fortnite, a un ritmo sempre più alto e costrittivo; uno in cui, vestita da boxeur, ingaggia una ancor più grande prova di resistenza e poi di sofferenza psicofisica, attraversando discorsi sui diritti in playback e danzando musiche sempre più scandite e pervasive; uno, infine, di completa rottura, con Patti Smith e Camus a richiamare un clima da anni ’60-’70 e una nudità che arriva a varcare i confini dello spazio scenico per un contatto più libero con la natura del parco di Fies.

Il solo, sostenuto da una performer tecnicamente e scenicamente impeccabile, porta al centro una visione del corpo come attore politico e soprattutto di resistenza: non importa che le parole di Camus possano risultare inattuali e ovviamente lacunose in termini teorici, o che non troviamo nessun messaggio politico in una danza ripresa dall’ultimo videogame in voga. Il corpo e la voce, nella loro esistenza storica, sociale e culturale, sono già di per sé portatori di messaggi etici, questioni identitarie e richieste politiche. Julien esalta in particolare il portato ribelle e resistenziale del movimento corporeo, bombardandolo senza soluzioni di continuità di danze, discorsi, significati, mostrando che una radice della ribellione si può trovare già nel semplice respiro. Perciò Uprising è un dispositivo sì tripartito ma attraversato da un filo comune: la resistenza al mondo e per il mondo, una sofferenza passiva rispetto all’ordine coercitivo e dittatoriale imposto dal sistema (incarnato soprattutto dai richiami all’entertainement), e una resistenza attiva, nutrita di parole politiche che attraversano il tempo e si fanno atto performativo. Danzare questi due momenti, attivo e passivo, dell’esistenza umana è un’impresa titanica, che strema e allo stesso tempo fa urlare di eccitazione la performer.

Mentre Uprising volge alla conclusione, sfugge sempre meno e anzi diventa sempre più importante un punto: che sia un corpo femminile a danzare e incarnare la resistenza occidentale – una resistenza, una pratica della libertà che ha visto parlare e diventare protagoniste troppe voci maschili, spesso a discapito di altre. Il corpo femminile di Wanty, seducente e oggettivato nei momenti più oppressivi, liberandosi in ultimo dei vestiti che lo coprono, sembra denudarsi degli ultimi stralci di oggettività sistemica e mercificazione, per rimanere soggetto libero e giocare nello spazio. Solo così può definitivamente appropriarsi delle parole di Camus: «L’histoire ne peut plus alors être dressée en objet de culte. Elle n’est qu’une occasion, qu’il s’agit de rendre féconde par une révolte vigilante».

Riccardo Corcione


UPRISING
chorégraphie et interprétation Tatiana Julien
création sonore et musicale Gaspard Guilbert
création lumière et régie générale Kevin Briard
costumes Tatiana Julien, Catherine Garnier
documentation Catherine Jivora
regards extérieurs Clémence Galliard, Sylvain Riéjou
Archives sonores André Malraux, Discours d’inauguration de la Maison de la Culture d’Amiens / Martin Luther King, Civil Rights Leader, Racism and injustice / Gilles Deleuze, L’abécédaire, Lettre G / Le Fhar « explosons les codes sexuels » / Jack Lang, Des artistes au pouvoir ? 1981-1988 / Radio debout : Jacques Rancière, Michel Serres, Edgar Morin / Hymne du MLF / L’Internationale / Albert Camus, L’Homme révolté, L’Art et la révolte ne mourront qu’avec le dernier homme / Occupy Wall Street / Act Up / El Espíritu De Mayo Del 68, Grands Soirs Et Petits Matins, William Klein / Mylène Farmer, Désenchantée [Live Lyon 2013] / Patti Smith, Spell [Live Portland Oregon 2001] / Richie Havens, Freedom [Live Woodstock 1969]
production C’Interscribo – Fanny Hauguel • Lola Blanc
coproduction Espace des Arts – Scène nationale Chalon-sur-Saône • Art Danse CDCN Dijon Bourgogne-Franche-Comté • Les Hivernales CDCN d’Avignon • La Commanderie – Mission Danse de Saint-Quentin-en-Yvelines • Maison de la Culture d’Amiens – Pôle européen de création et de production • L’échangeur – CDCN Hauts-de-France

Spettacolo visto in occasione di apap_Feminist Futures Festival