Nella sua penultima serata, il festival Tramedautore presenta una prima assoluta e  – a giudicare dal numeroso pubblico in sala – piuttosto attesa. L’autore del testo, per emozione o timidezza, si nasconde: al suo posto parla il regista Alessandro Machìa, da cui sappiamo che assisteremo a ‘teatro di poesia’. Una categoria, invero, un po’ perniciosa e ambigua, poiché non pertiene certo solo ai testi drammatici scritti in versi. Una categoria legata da tempo anche all’attività di Federico Tiezzi e ai suoi ‘Magazzini’, realizzata nella tensione di testo, musica, spazio, attori come elementi inscindibili della composizione scenica (si leggano le osservazioni di Lorenzo Mango, Teatro di poesia. Saggio su Federico Tiezzi, Roma 1994). Fabrizio Sinisi, non a caso, è proprio il dramaturg della Compagnia Lombardi-Tiezzi.

Sulla possibile definizione ‘teatro di poesia’ aleggia l’analoga idea pasoliniana di ‘cinema di poesia’, e lo spettro di Pasolini stasera va in scena, perché apprendiamo che quattro poeti sono stati assassinati: l’ultimo poi, ucciso all’Idroscalo di… Milano,  diventa specchio del poeta ‘protagonista’ del dramma, l’Uomo che si confronta e si oppone alla Donna, in un agone che ha per oggetto nientemeno che la ‘verità’.
“Il teatro diventa il mezzo di una resa dei conti totale e spericolata”, scrive Sinisi nelle sue note allo spettacolo. La totalità di questa ‘ordalia’ (ancora definizione d’autore) è ribadita anche dagli appunti di regia: “(…) il dramma tocca con un’urgenza insopprimibile tutti i grandi temi che attraversano la storia della drammaturgia e del pensiero”. Tutti? Non è un po’ troppo?
Ma i poeti devono dolorosamente percorrere, in una via crucis di parole, le vie dell’utopia, specie quando sono giovani, come Sinisi (nato nel 1987). Sentire l’incombenza della morte e dell’amore come abbandono è più facile che quando si è vecchi e della morte e dell’abbandono si è fatta esperienza. Quando si è giovani, la vita è un libro ponderoso ma chiuso, che bisogna ancora sfogliare, privo di titolo, anzi, con un buco strappato in copertina, come il libro rappresentato nello stesso foglio di scena. Quello strappo all’altezza del titolo è la vita che verrà. La morte, qualunque sia il suo sguardo, può attendere.

Il testo di Sinisi è dunque un libretto di poesia, talora molto efficace ed originale, talaltra con qualche immagine, mi è parso, un po’ trita (come ‘guardare qualcosa per non guardare niente’), per quel che si può notare nella fruizione teatrale. È un testo ambizioso, che si pone davvero le più grandi questioni che attanagliano la natura umana, sempre al limite con il disquisire filosofico; è un testo che esprime anche il disorientamento di una generazione alla ricerca di valori, anzi almeno di un valore, che dia il ‘Senso’, un valore che sia la politica, la fede, l’amore. Che guarda alla storia, agli scontri di Valle Giulia e alla musica dei cantautori americani degli anni ’70, con un misto di rimpianto per il non vissuto e disperato bisogno di qualcosa di nuovo, che sia l’ansia di santificazione della donna o di sparizione dell’uomo, poeta superfluo e a sua volta killer di poeti.
Il testo ci è parso poeticamente apprezzabile, e di sicuro impatto, non solo emotivo, specie sul pubblico della generazione dell’autore. Lo leggeremo. Ma in teatro la poesia scaturisce soprattutto dall’esperta prova dei due attori, Alessandro Avarone e Federica Sandrini, che si ribellano ad una oggettivizzazione simbolica (di stampo espressionista) in una ‘natura morta’.

Sotera Fornaro

 

Natura morta con attori
di Fabrizio Sinisi
con Alessandro Averone, Federica Sandrini
regia Alessandro Machia