Dopo i quattro giorni di Trasparenze festival (2-5 maggio) è piuttosto difficile tirare le fila di tutto quello a cui si è partecipato. Ci siamo confrontati con linguaggi diversi, dalla danza di Concerto fisico di Michela Lucenti, al canto a cappella durato da mezzanotte all’alba ad opera del Collettivo Amigdala in Elementare, fino al maestoso polimorfismo di Moby Dick, prodotto dal Teatro dei Venti. Ci siamo mossi tra la sala del Teatro dei Segni alle carceri di Castelfranco Emilia e Modena, fino al Cimitero di San Cataldo, dove abbiamo assistito alla performance interattiva Un.habitants|per fare spazio a noi, ideato da Caterina Moroni. Nel tragitto, ci siamo confrontati con diversi temi inerenti al teatro: il suo rapporto con il territorio, gli ambienti marginali, la sua capacità di creare nuove comunità.

La principale difficoltà nel descrivere Trasparenze deriva in sostanza dall’impressione di non aver tanto assistito a un evento circoscritto, a una rassegna chiusa in sé stessa, quanto all’apertura di una finestra su un piccolo universo e la sua filosofia di teatro, precisissima nella propria eterogeneità. E se per orientarsi davvero in questo microcosmo realizzato da Teatro dei Venti con la collaborazione di tutte le realtà che gravitano attorno a Trasparenze, sarebbero necessari altri 361 giorni di festival, proviamo, per delinearne meglio alcune coordinate, a fare qualche domanda a Stefano Tè, direttore artistico di Teatro dei Venti e del festival.

Il titolo di questa settima edizione di Trasparenze era Muovere utopie. Qual è la prima utopia che vorreste muovesse il festival?

Ogni anno, verso dicembre, quando si comincia a organizzare la programmazione, inizio a nutrire dei forti dubbi riguardo a Trasparenze. Avendo come attività principale la produzione artistica e i laboratori in carcere, la necessità di organizzare il festival per me arriva sempre un po’ all’improvviso. Mi viene da domandarmi se ci sono le giuste motivazioni, la giusta convinzione. Poi il festival si avvicina ulteriormente e capisco quanto grande sia il movimento di cittadini, volontari, artisti, critici che iniziano a occuparsi del festival, a chiedere, a proporre idee. Questa mobilitazione preventiva è qualcosa di straordinario, che quasi mette in ombra l’evento in sé. Ed è questa la prima utopia che vedo muoversi tramite il nostro lavoro: un territorio, più ampio della sola Modena, che si mette in moto per prendersi cura di qualcosa di comune, attorno a cui instaurare nuove relazioni. Trasparenze ha la capacità di creare rapporti tra chi vi partecipa, e credo che il riconoscimento di questo potere sviluppi attorno ad esso una grandissima energia creativa. Per capire e apprezzare Trasparenze il primo luogo in cui stare è l’area festival davanti al teatro, dove ci si ritrova e si parla di ciò che si è visto. Per questo è importante per noi invitare artisti con la capacità di essere accolti da una comunità. Sembra banale, ma non è qualcosa che viene facile a tutti.

Lo staff di Trasparenze si riunisce (ph, Chiara Ferrin)

Nella selezione degli spettacoli e nella definizione dell’idea artistica, la direzione di Trasparenze è affiancata dalla Konsulta, un gruppo di volontari under 30. Che valore portano questi ragazzi al Festival?

La Konsulta è nata con l’idea di aiutare la direzione artistica. Avevo bisogno di un sostegno, di uno sguardo pulito e senza vizi, al contrario del mio. Non credo che un regista, nel momento in cui interpreta il ruolo di direttore artistico, possa essere automaticamente in grado di osservare la scena contemporanea in modo libero da qualsiasi preconcetto. Sono invece convinto che la mia maniera di fare teatro e il mio linguaggio non debbano entrare nella mia programmazione. Da direttore artistico devo portare nel mio territorio ciò che è opportuno, che può creare relazioni importanti all’interno di questo ambiente, che non necessariamente è ciò che piace a me. Ed è attraverso la Konsulta che riesco a raggiungere questo obiettivo. Si tratta di un gruppo di giovani spettatori, non di giovani teatranti o giovani critici. Sono molti, e negli anni c’è anche un buon ricambio dei componenti. Questo è un aspetto molto importante per evitare che anche loro diventino spettatori con un vizio: in un certo senso professionisti. Ciò di cui abbiamo bisogno è uno sguardo giovane, libero. Quest’anno poi, dovendoci noi occupare dell’allestimento di Moby Dick, abbiamo chiesto ai ragazzi di prendersi cura del festival, dalla gestione degli ospiti alla cucina, dalla tecnica all’organizzazione degli incontri. Hanno sostenuto tutto il festival e grazie a loro è stata un’edizione speciale. A questo punto, possiamo anche immaginare un festival della Konsulta per il futuro. sono in grado di prendersi cura di questi progetti ed è quindi giusto avere fiducia in loro.

Un incontro organizzato dalla Konsulta (ph. Chiara Ferrin)

Durante il festival abbiamo visto laboratori in cui recitavano detenuti, anziani di una casa di riposo e persone affette da problematiche psichiche. Ci chiediamo spesso quali siano i benefici che traggono queste persone dal lavorare con dei professionisti del teatro. Ribaltando la domanda cosa può ricevere un professionista del teatro lavorando con questi particolari tipi di attori?

Personalmente, ho scelto di lavorare come regista in carcere 14 anni fa, in occasione di un laboratorio di dieci incontri a Castelfranco Emilia. Da lì in poi, non sono più riuscito ad abbandonare quell’ambiente. Sentivo di aver trovato un luogo in un certo modo protetto, in cui si può sperimentare il rapporto con un’umanità speciale, particolare. Non voglio dire con questo che tutti i detenuti siano ottimi attori o che tutti i contesti ai margini siano adatti al teatro. Cercando tuttavia di trovare la giusta contrapposizione tra le regole di questi luoghi e quelle del teatro si può creare un ambiente favorevole alla creazione, almeno questo è quello che è successo a me. L’esperimento che ho voluto fare perciò è stato di portare altri artisti a confrontarsi con questo e altri ambienti marginali, per dare loro la possibilità di capire e trovare suggestioni nuove e speciali. A me è accaduto, ho voluto quindi condividerlo con altri!

Michele Spinicci