Appena usciti da teatro, provate a concentrarvi su una critica che vorreste fare a Tropicana. Vi accorgerete, mentre la formulate, che la critica è già metateatralmente contenuta nello spettacolo.
Ma partiamo dall’inizio: Claudia, Francesco, Daniele e Salvatore si presentano sul palco vestiti in abiti da tutti i giorni. Una felpa, una t-shirt, un paio di jeans. Sono gli attori del gruppo Frigoproduzioni? Anche. Ma sono allo stesso tempo i componenti del Gruppo Italiano, l’effimera band che marchiò l’estate del 1983 con le note di Tropicana e poi scomparve nel nulla pochi anni dopo.

Sulla sovrapposizione della parabola umana e artistica dei due gruppi si fonda l’intelligente drammaturgia dello spettacolo, che si interroga sulle dinamiche del successo e sugli ingranaggi tritacarne del mercato artistico. La grottesca composizione della canzone-singolo (come accadde, per esempio, che nel testo si decise di inserire il verbo “gremare”?) diventa una fragile cortina dietro la quale riconoscere i dilemmi e le riflessioni della creazione artistica tout court: la scelta di affidarsi a una struttura solida se si è consapevoli di non essere geniali; la ricerca dell’effetto e della semplicità come strada maestra per ottenere il favore del pubblico; la volontà di creare un’opera ‘bella’, ma anche la pressante necessità di venderla. Ed ecco perché, se frugate tra le battute agrodolci del copione, scoprirete che i componenti di Frigoproduzioni sono consapevoli (sorprendentemente, se si tiene conto della loro età anagrafica e artistica) dei limiti e dei punti di forza del loro lavoro.

Tropicana, che è passato attraverso un lungo iter di studi e ha debuttato in una forma ancora magmatica al Festival Primavera dei Teatri, è oggi uno spettacolo asciutto ed efficace, che si presta a letture stratificate. Ci si può abbandonare al fuoco di fila di nonsense e alle note orecchiabili del calypso, e poi lasciarsi sorprendere dai cortocircuiti che si creano tra il testo della canzone (dove un jingle pubblicitario fa da contrappunto a un’esplosione atomica), le vicende di quella band anni ‘80 dal nome mal scelto, e i rovelli identitari della giovane compagnia sul palco. Ma tra le pieghe dell’apparente leggerezza, emerge anche un quadro generazionale ben poco consolatorio: quello dei trentenni entrati con foga nell’arena dell’auto-realizzazione professionale, applauditi per i primi risultati, e poi immobilizzati dalla paura dei fallimenti e dell’oblio. Chi conosce un poco la storia di Frigoproduzioni, acclamati dopo il loro primo SocialMente e poi attesi al varco del secondo lavoro, riconoscerà facilmente quanta sincerità ci sia in quell’autoritratto che è allo stesso tempo un’istantanea del giovane teatro indipendente italiano e delle sue (spesso crudeli) dinamiche. Dal personale al generazionale, dal generazionale all’universale: è fresco da mandare già il succo di Tropicana, ma difficile non accorgersi di quanto amaro sia il retrogusto.

Maddalena Giovannelli

Tropicana
un progetto di Frigoproduzioni
con Claudia Marsicano, Daniele Turconi, Salvatore Aronica, Francesco Alberici
coproduzione Teatro i – Associazione Culturale Gli Scarti