ORTIKA + iPesci/ LA FORESTA
Cerbero teatro / Oblio
Fratelli Carchidi / AMANDA
ADA / TWITTERING MACHINE
Pietro Angelini/UN ONESTO E PARZIALE DISCORSO SOPRA I MASSIMI SISTEMI

Una macro-intervista sul teatro di oggi, su come le giovani compagnie trovano spazio in una società liquida, iper-connessa in cui è sempre più complesso far sentire la propria voce.


Come può emergere la voce di un artista under 35 dal brusio del contemporaneo?

Non lo so. E alla soglia dei 35 anni francamente mi interessa sempre meno. Almeno sono arrivata a pensare che non sia questo il fuoco che deve guidare il nostro lavoro. La prospettiva sarebbe quella di una rincorsa verso una competizione sterile che ormai ben conosco: dobbiamo riconoscere che non esiste un vero mercato del lavoro nel nostro ambito, quello teatrale di ricerca e della drammaturgia contemporanea in particolare, ma solo frustrazione e compressione. Cercando di ribaltare questa dinamica abbiamo deciso di unire le competenze e dar vita a questa avventura insieme: due compagnie con le loro poetiche e modalità di lavoro, ORTIKA e iPesci. Quello che possiamo fare e che continuiamo a fare con determinazione e curiosità antropologica è una ricerca che davvero intercetti la luce altrui, con la presunzione di articolare niente meno che una riflessione sull’umanità, una rappresentazione dentro cui lo spettatore possa non solo riconoscere se stesso ma anche e soprattutto i suoi legami con gli altri, una continuità di natura fragile — Alice Conti
Rimanendo fedele alle proprie radici e al raggiungimento della meta prefissata. Non cambiando la propria linea rispetto alle mode e alle richieste del mercato — Mario De Masi

Credo che un modo per fare emergere la nostra voce sia quello di offrire un punto di vista altro. La nostra generazione è quella che fa da ponte fra la vecchia e la nuova, quella dei nativi digitali. Il nostro sguardo sul mondo, sul presente, si pone a metà fra gli sguardi di due generazioni lontane tra loro. Come si traduce tutto questo sulla scena? Non lo so, ma forse andando a indagare lì, in quello spazio vuoto tra linguaggi troppo “vecchi” per interessare le nuove generazioni e modalità troppo “giovani” per interessare le vecchie, forse stando lì c’è possibilità di emergere — Alessandro Balestrieri

Con la volontà, con la determinazione, con il coraggio, con la forza di osare, con la pazienza, la dedizione, senza urlare per affermarsi, facendo rete, condividendo le pratiche studiate, continuando a studiare sempre anche dopo essere “emersi”. Emergere non deve essere una conditio sine qua non, non può e non deve esserci un metodo per poter “arrivare, giungere in cima”; per emergere bisogna che alcune doti siano innate e bisogna saperle riconoscere in se stessi, dopodiché iniziare un percorso in salita che permetterà di capire quanta voglia si ha, quanto fiato si ha per raggiungere i propri obiettivi. Emergere nel momento in cui si ha davvero qualcosa da dire, una storia da raccontare, altrimenti rimanere in apnea, a studiare, a cercare di capire come non affogare, come non lasciarsi trascinare dalle correnti sbagliate, dalle voci sbagliate — Antonella Carchidi

Ho da poco superato i 35 e tento ancora di emergere dal brusio, credo che questa ricerca mi accompagnerà sempre. Penso che sia nell’indole di ogni artista il continuo tentativo di emersione, non mi riferisco tanto alla voglia di popolarità e successo, ma a un moto creativo che può accomunare tutti gli artisti. È un po’ come nuotare a delfino, per andare su bisogna obbligatoriamente andare giù e viceversa — Pasquale Passaretti
Il contemporaneo è il mondo del molteplice, è un mondo che non riusciamo a memorizzare bene. Personalmente cerco di mantenere una relazione dialogica con il passato e m’interrogo sul rapporto tra memoria e nuove tecnologie. Più che emergere preferisco immaginarmi in un percorso che sappia “tagliare” il brusio — Loredana Antonelli

Un onesto e parziale discorso sopra i massimi sistemi è il mio primo progetto come autore, quindi è la prima volta che provo a far sentire la mia voce. Sono un attore e fino ad ora quello che ho fatto è stato far sentire la voce di qualcun altro attraverso di me. Per quello che percepisco in questa nuova condizione, credo che possibilità come quella che mi sta dando il PimOff siano fatti concreti, spinte propulsive, eventi che possono dare la giusta attenzione ad un progetto e la possibilità di far emergere la voce di un artista under 35 dal brusio contemporaneo.  Anche queste intervista lo è. Devo poter credere anche che se un lavoro, un percorso artistico ha valore prima o poi la voce emergerà. Questo è un po’ il mantra che un attore si ripete, soprattutto nella fase dell’esordio: ci conviene credere di essere bravi e che si avveri questo “prima o poi”. Un artista under 35 per emergere deve avere qualcosa da dire, deve dirlo nella maniera giusta, deve intercettare occasioni, deve essere distribuito nei circuiti giusti, ci deve credere molto e deve avere tanta resistenza. E ci metterei anche un po’ di fortuna! — Pietro Angelini


Quanto è difficile raccontare la “realtà liquida” che ci circonda? Come si fa in teatro?

Si può raccontare la nostra realtà riuscendo a concentrala, a solidificarla attraverso la sintesi della scena. Questo diventa complesso perché i riferimenti e gli input che l’epoca contemporanea dà sono una miriade. L’attore per dare forza alla narrazione deve riuscire a scegliere e condensare pochi aspetti che servono al personaggio che porta in scena: in un tempo bombardato da informazioni, saper scegliere diventa un’impresa. — Mario De Masi
In ORTIKA lavoriamo su riscritture di testi dalla realtà. Accumuliamo i materiali di approfondimento dalle fonti più disparate su un argomento che ci ossessiona. Ad un certo punto della ricerca sentiamo che le parole originali sono più precise, specifiche, e intercettiamo dei “copioni dalla realtà”. In questo caso il processo creativo è partito da una serie di suggestioni biografiche e documentarie, oltre che dal desiderio di incrociare le poetiche e le pratiche di due compagnie, e si è definito attraverso un denso artigianato quotidiano di scrittura di scena che forma e de-forma il testo. La nostra pratica è liquida, viva, cerca di cogliere al meglio la complessità del contemporaneo mescolando corpo, voce, partiture ritmiche e visioni dei performer. — Alice Conti

Non è difficile il racconto in sé, anzi. Semioticamente basta molto poco per ricreare quell’ immaginario e far subito capire che mondo stiamo raccontando. È come avere, in un certo senso, un compito facilitato. La difficoltà di questa narrazione sta nello stare al passo. Basta un mese e, per dirla di nuovo con Bauman, tutto è già “obsoleto” e quegli stessi simboli che ci avevano avvantaggiato, vanno aggiornati. La complessità sta nel proporre l’alternativa. Ma qui si cade in un paradosso, perché la società liquida è proprio il vuoto di certezze, di valori dati. E quindi tutto diventa un po’ piccolo, perché l’alternativa è il punto di vista di un singolo e non un ideale, non dico da raggiungere, ma quantomeno da provare a sognare. Questo penso debba farlo il teatro, ma è difficile perché siamo figli del nostro tempo. E rimaniamo inglobati nella “liquidità”, senza uscirne. Per cui, per raccontare il nostro presente sulla scena, occorre farlo da un punto di vista che non sia “liquido”! — Benedetta Dimaggio

Nella ricerca che stiamo conducendo per la nostra opera prima, è emerso come questa marea di stimoli psichici che invadono il cervello disturbino alcune tra le più semplici attività quotidiane e questo ci rende estremamente distratti. In teatro questa condizione si può raccontare attraverso un processo di lavoro che mira alla creazione di un linguaggio che contenga archetipi che universalizzino i concetti sottesi all’opera. I personaggi che escono fuori da queste riflessioni sono inconsapevoli di questa condizione che abitano, ma la parlano e la agiscono, manifestandosi sulla scena. Nel caso di Amanda. Colei che deve essere amata prendiamo a pretesto un disturbo molto comune (l’acufene) per renderlo metafora proprio di quella incomunicabilità che la globalizzazione ha reso possibile nel nome dell’individualismo e del “progresso”. Questa incomunicabilità si traduce nella difficoltà sempre maggiore a farsi due, a provare amore, ma anche solo empatia per l’altro. L’amore liquido è fugace, non approfondisce, non contempla il sacrificio e così diventa semplicemente uno dei tanti oggetti di desiderio consumistico, un contenuto usa e getta che soddisfa le nostre pulsioni; ciò favorisce in toto l’avvento dell’amor proprio e quindi del narcisismo dilagante che caratterizza il nostro tempo — Francesco Carchidi

Il teatro possiede gli strumenti per congelare per qualche attimo questa liquidità restituendo allo spettatore e all’artista il tempo per una riflessione necessaria. Ovviamente non solo il teatro ha questa capacità, ma gli riconosco una sorta di potere ancestrale che ci riporta intorno a un fuoco fatto di attenzione ed empatia. — Pasquale Passaretti
Il racconto ha bisogno di memoria, ma non è necessaria una narrazione lineare. Narrazione disarticolata e multimedialità sono elementi ricorrenti nei miei progetti. Le immagini che realizzo sono principalmente astratte. A teatro tento di creare un paesaggio visivo in cui far vivere l’attore, che sia a sua volta un racconto e non un’appendice. — Loredana Antonelli

Quando vedo lavori in cui la realtà è raccontata in maniera efficace mi sembra all’apparenza tutto molto facile; il che mi fa pensare che, per raggiungere quella chiarezza e semplicità, si siano dovute attraversare grandi difficoltà. Magari non sempre, magari più per un progetto e meno per un altro. Il mio progetto è anche il mio primo esperimento di scrittura ed è avvenuto di getto. Mi diranno gli spettatori se sarò riuscito a  raccontare la realtà liquida che ci circonda. Penso che i temi che affronto siano figli del momento storico presente e mi sono concentrato su un argomento che mi premeva comunicare. Come si fa in teatro? Come nelle altre arti, se senti una cosa e la vuoi dire, indipendentemente da quale canale espressivo usi, provi a dirla. Se sei un musicista la suoni, se sei un cantante la canti se sei un pittore fai un quadro. Cattelan una volta ha detto che «il compito dell’arte è di svelare simboli in modo da ingaggiare un dialogo con la storia e le paure più oscure dell’essere umano». Mi piace così tanto questo pensiero che avrei voluto esprimerlo io e invece non mi resta che citarlo. — Pietro Angelini


Perché oggi il regista sembra un animale in via d’estinzione? Cosa lo aspetta secondo voi?

Una lenta fine e un amaro destino, se rimane un intellettuale che vuole applicare le proprie idee su dei corpi che non conosce e che non vive. Il regista dovrebbe condividere il proprio mondo con gli attori. Dovrebbe essere l’attore invisibile che condivide meraviglie e disgrazie con i fratelli che salgono in scena a prendersi il rischio di camminare nel vuoto. — Mario De Masi
Il suo destino dipende tutto dalle pratiche che mette in atto. Nel nostro caso l’autorialità del lavoro è trasversale e condivisa con i performer e dunque il regista che riconosco è un occhio esterno che restituisce uno sguardo visionario su un processo intimo, di cui è il primo spettatore. Una guida per inoltrarsi nell’ignoto, che renda chi sta in scena in quel momento a creare (su carta e sulla scena) protetto e audace. — Alice Conti
Non mi sembra che il regista sia un animale in via d’estinzione, purtroppo. — Fiorenzo Madonna

Credo che quando si parla di estinzione ci si riferisca alla figura del regista “puro”. Penso che nel teatro off di oggi sia molto difficile potersi permettere di ricoprire un solo ruolo. Bisogna sporcarsi le mani, uscire dal proprio recinto e mettere in campo le proprie competenze per tutto ciò che serve. Si fa di necessità virtù. Poter girare con uno spettacolo in Italia, grandi produzioni a parte, presuppone un numero limitato di partecipanti. Inizialmente vedevo solo i limiti e l’aspetto negativo di questa condizione. Ma oggi posso dire di aver sperimentato sulla mia pelle i vantaggi e i lati positivi di questo crollo dei ruoli: non sarebbe nato PERLEi (il mio precedente spettacolo), non ci sarebbe OBLIO, se mi fossi arroccata sul mio semplice ruolo di attrice. Da una parte il regista che è anche autore e interprete è più indipendente e ha più libertà di espressione. I lavori che nascono da questo tipo di approccio sono profondi, personali, creature nate con tanta fatica ma anche tanta passione, perché la frase “ma chi me l’ha fatto fare” è sempre lì che ti aspetta dietro l’angolo. D’altro canto diventano ancora più fondamentali il supporto e la fiducia dei componenti del gruppo, all’interno del quale scompaiono le gerarchie, perché si diventa tutti fondamentali. Non so dire se sia meglio o sia peggio rispetto al passato e come si evolverà in futuro, al momento la vivo come una evoluzione positiva e naturale della figura, comunque storicamente giovane, del regista e so che questa è la strada che sto percorrendo nel mondo del teatro contemporaneo. — Cristel Checca

Provo a rispondere a questa domanda partendo dalla mia personale esperienza: ho 26 anni e nella vita aspiro a diventare un regista. Mentre faccio questa considerazione, mi guardo intorno e mi accorgo che raramente un ragazzo a cui piace il teatro decide di intraprendere da subito questa strada; la regia, almeno nel nostro Paese, viene vista come una continuazione o completamento del percorso attoriale, quando in realtà i compiti che spettano a un regista sono molto differenti rispetto a quelli che spettano a un attore. Questa convinzione generalizzata è indubbiamente la risultante di una crisi del settore che spinge le compagnie ad avere organici sempre più ristretti per rientrare nelle spese di una produzione teatrale. Sicuramente è quindi in atto una metamorfosi del ruolo del regista che più che all’estinzione potrebbe portare alla riconversione di alcuni compiti che gli spettano. Per fortuna esistono ancora registi teatrali in grado di dare un taglio originale e riconoscibile alle proprie opere, in grado di inventare processi drammaturgici di invidiabile fattura, di approfondire l’arte scenica in maniera così dettagliata da lasciarci a bocca aperta quando assistiamo a un loro spettacolo; come giovane compagnia ci auguriamo che questo tipo di registi non si estinguano mai. A mio avviso, tenere conto del bagaglio emotivo di un attore e saperlo incanalare nel modo giusto è la prima regola a cui deve attenersi un bravo regista. — Francesco Carchidi

Non credo che la figura del regista sia in pericolo. Forse ha vacillato qualche anno fa quando nel teatro contemporaneo hanno iniziato ad affermarsi diverse compagnie che adottavano una regia collettiva. Tuttavia credo che al momento il teatro di regia sia il più diffuso. Nell’ingranaggio teatrale la “bestia rara” non è il regista, ma il drammaturgo, sostituito e spesso confuso con l’autore. Il drammaturgo non è più una presenza fissa durante la gestazione dello spettacolo e difficilmente il suo lavoro di riscrittura e adattamento del testo si protrae oltre il debutto. — Pasquale Passaretti

Domandone da un milione di dollari! Faccio un parallelo col cinema, dove so che il regista è un ruolo in via di estinzione per un discorso soprattutto economico: la tendenza è quella di accorpare il mestiere dello sceneggiatore a quello del regista per risparmiare. Quindi a volte le produzioni cinematografiche chiedono a sceneggiatori giovani di girare loro stessi il film che hanno scritto, quando, invece, ci sono registi puri appena diplomati che non trovano lavoro. Io ho scritto il mio spettacolo, lo interpreto e non mi è venuto in mente di farlo dirigere a un regista. Forse ho peccato di superbia e un regista puro potrebbe smontarmi tutto. Ma, al di là del mio lavoro, provo a delineare un panorama possibile: gli autori più sperimentali diventeranno anche i registi dei propri spettacoli e i registi puri metteranno in scena solo i testi di autori morti. La figura del regista puro sparirà per un po’ dal panorama sperimentale per poi riaffermarsi prepotentemente tra qualche tempo riformando il teatro. — Pietro Angelini