Danza e sport è il binomio conduttore che lega la programmazione della quarantesima edizione del festival MilanOltre. Quale modo migliore per esplorare la relazione tra gesto artistico e gesto sportivo se non mettere direttamente in dialogo i protagonisti dei due mondi? È esattamente questo lo spirito della seconda edizione di Dans(e) l’Atelier, il percorso di micro-residenze coreografiche che MilanOltre ha ideato in occasione dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026. Per tre giorni, Nicola Galli, coreografo, danzatore, light designer e costume designer, si è confrontato con Matteo Cattini, atleta italiano di powerlifting paralimpico. Insieme agli studenti e alle studentesse del liceo coreutico Tito Livio di Milano, i due hanno trasformato la precisione e l’esplosività tipiche della pesistica in movimento danzato.
Luce soffusa, tenui note di musica strumentale e una diagonale su un tappeto bianco, tracciata da una decina di performer distesi a pancia in su. Man mano che la scena si rivela e la musica si intensifica, danzatori e danzatrici sembrano unirsi in un unico corpo. Gli arti inferiori e superiori si sollevano e ritornano a terra alternativamente, quasi costituissero il diaframma di quell’unico organismo.
Gradualmente, la respirazione si fa più intensa ed energica, coinvolgendo non più soltanto gli arti, ma anche il busto e la testa, fino a portare le parti di quell’organismo totale a frammentarsi in corpi autonomi. Una preparazione atletica, quasi una meditazione, che si esprime attraverso la concentrazione, l’attivazione muscolare e la meticolosa ripetizione dei gesti tecnici, per poi approdare all’esplosività e alla precisione che caratterizzano il powerlifting. I performer si disperdono nello spazio e, interagendo tra loro, tracciano traiettorie simmetriche con braccia e gambe, che richiamano le geometrie degli stacchi e dei sollevamenti.
Galli e Cattini propongono così uno studio di traduzione del linguaggio sportivo in linguaggio danzato, suggerendo come i due mondi, pur nella loro sostanziale differenza, si avvicinino grazie alla trasposizione del gesto in una partitura coreografica. Ritmo, dosaggio della forza e metodo nutrono il gesto che, nelle parole di Galli, tanto nella danza quanto nello sport, è mosso dalla forza della necessità.
Nella stessa serata assistiamo alla collaborazione tra Simona Bertozzi, coreografa, danzatrice e performer, ed Ester Balassini, primatista italiana del lancio del martello. Le due, questa volta affiancate dalle sole studentesse del liceo coreutico Tito Livio di Milano, esplorano un ulteriore terreno comune tra danza e sport.
Entriamo in una sala già immersa in una dimensione intermedia tra i due mondi: una dimensione che accomuna tutte le pratiche che coinvolgono il corpo, quella del riscaldamento, o warm-up. Le danzatrici, in tuta e maglietta o canotta, sono distribuite sul palco e allungano i muscoli, preparando il corpo a ciò che verrà dopo.
A richiamare immediatamente il lancio del martello è la ripetizione metodica di un movimento circolare, che aumenta gradualmente di velocità. Le mani, unite all’altezza dei palmi, guidano il corpo in una rotazione su sé stesso. Si genera così una forza centrifuga, necessaria affinché, nella disciplina atletica, il martello possa raggiungere la massima distanza possibile.
Un altro elemento contribuisce a costituire le radici di quel terreno comune su cui poggiano danza e sport: la vocalità. La danza non è «muta»: il corpo, inteso nella sua totalità, produce suono. Lo vediamo bene nello sport: il caso più emblematico potrebbe essere il tennis, in cui i colpi che accompagnano gli scambi sono spesso scanditi da altrettante emissioni vocali. La voce è parte integrante del movimento corporeo, tanto nello sport quanto nella danza. Nello spettacolo di Bertozzi e Balassini assistiamo a diverse modalità attraverso cui la voce si manifesta nel movimento danzato: dall’utilizzo delle parole al gemito spontaneo che accompagna il rilascio del peso, fino alla potenza dell’urlo.
Il gesto atletico e quello danzato si intersecano ulteriormente con l’introduzione in scena del martello da lancio. Una danzatrice esce temporaneamente dal palco e ritorna con lo strumento; lo fa roteare prima a terra e poi in aria, riproducendo il movimento caratteristico del lancio del martello, mentre le altre, in veste di spettatrici, la osservano dal fondo del palco.
Infine, le performer, ormai atlete, corrono sul palco, per poi scendere e avvicinarsi alle prime file della platea, dando il «cinque» al pubblico, come fanno gli sportivi dopo una prestazione vincente. Si riduce così la distanza tra spettatori e spettatrici e performer, invitando la collettività a partecipare alla costruzione di quell’energia che accomuna chi assiste a uno spettacolo e chi partecipa a una competizione sportiva.
Le due esperienze di Dans(e) l’Atelier mostrano come danza e sport si incontrino molto più spesso di quanto si pensi e come possano dialogare per espandere le possibilità espressive e trasformative del corpo. Se nello sport il movimento tende alla prestazione, mentre nella danza si apre alla ricerca artistica, entrambe le pratiche sono mosse dall’urgenza di dare forma a un’intenzione precisa. Un’intenzione che, in entrambi i casi, potrebbe tradursi anche nella capacità di alimentare un’esperienza condivisa e di creare un senso di appartenenza da abitare.
Azzurra Cerciello
foto ©
Dans(e) l’atelier – Danza&Sport
Nicola Galli | Simona Bertozzi+
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Questo contenuto è esito dell’osservatorio critico dedicato a MILANoLTREview 2026