Ancora prima che la performance abbia inizio, l’allestimento della sala suggerisce una diversa geografia dello sguardo: il pubblico è disposto sui due lati lunghi dello spazio, mentre al centro una striscia bianca si staglia sul pavimento nero e conduce a una postazione sonora immersa nell’oscurità, segnalata soltanto da due luci rosse. Nell’aria risuonano già pioggia, campanelli, leggeri rumori metallici e vibrazioni indistinte.
Sin dall’ingresso in sala, Diluvio di Nicola Galli disorienta e incuriosisce allo stesso tempo. Costruito come una libera reinterpretazione de Il signore delle mosche di William Golding, lo spettacolo assume il naufragio come metafora del presente, segno di un tempo attraversato da crisi e fragilità dei legami collettivi.
Ed è proprio questa frattura che viene messa in forma sulla scena, insieme a un tentativo di risanarla, forse proprio a partire dalla posizione del pubblico nello spazio. Seduti, in parte sulle poltrone e in parte per terra, a pochi centimetri dal corridoio bianco, ci troviamo di fronte ai tre performer distesi (Chiara Ameglio, Rafael Candela, Nicola Galli). Il confine tra noi spettatori e lo spazio scenico è così sottile che veniamo catapultati in una prossimità quasi scomoda, che presto apre alla possibilità di entrare con gli occhi nelle pieghe del movimento.
Quando i tre performer emergono dall’immobilità, il loro risveglio ha qualcosa di inquietante. I corpi, procedendo per tentativi, avanzano e retrocedono, si piegano su se stessi, si intrecciano: sembrano creature che devono imparare nuovamente come stare al mondo. Più volte convergono verso la postazione sonora, quasi cercassero di assorbire energia da quel misterioso centro gravitazionale, che sprigiona una sonorità mutevole fatta di registrazioni, manipolazioni vocali e vortici elettronici.
Il paesaggio acustico (ALOS), costruito dal vivo, scandisce continue alternanze di ritmo che si rispecchiano nei movimenti, ora primordiali, ora convulsi e meccanici.
L’ingresso di una videocamera introduce un secondo livello percettivo e di visione: da una parte i corpi reali, dall’altra la loro immagine ingrandita e proiettata, con la quale i performer iniziano a relazionarsi e attraverso cui l’esibizione assume la connotazione di quella che sembra essere una surreale sfilata. L’isola di Golding perde inoltre i propri confini geografici per trasformarsi in uno spazio di esposizione reciproca. Si susseguono continui cambi d’abito, come se a sfilare fossero le infinite identità di cui può essere composta una comunità.
Se nel romanzo di William Golding i protagonisti cercano continuamente di definire ruoli e appartenenze, qui gli interpreti sembrano costruire e smontare identità attraverso il gioco della videocamera e del travestimento. Dopo il naufragio, che cosa resta da fare? Nella prima parte il nucleo tematico sembrava essere la sopravvivenza, ora diventa la rappresentazione di sé.
Un’esposizione che inizia a superare il confine della passerella bianca: la danzatrice si lascia abbottonare la camicia da una spettatrice, mentre i danzatori iniziano a consegnare ad alcuni di noi un paio di occhiali da sole. Io e i miei vicini li indossiamo: chi più convinto, chi più titubante.
Ecco che la trasformazione del corpo comincia a rivelarsi un processo di ricostruzione comunitaria.
La sfilata dal ritmo vorticoso evolve: la lingua di colore bianco scompare, mentre la musica techno diventa più alta e martellante. Lo sconfinamento procede e si compie con l’invito di spettatrici e spettatori, ora titubanti, ora convinti, a partecipare a quella che è diventata una vera e propria pista da ballo.
L’approdo finale assume i tratti di un rito collettivo attraversato dall’estetica rave: techno, trance e cultura del clubbing si fanno strumenti attraverso cui immaginare forme temporanee di convivenza, non organizzate attorno alla violenza o alla gerarchia, ma all’esperienza condivisa di spazio, suono e corpo.
Se l’isola del Signore delle mosche diventa il laboratorio della progressiva disgregazione della comunità, Diluvio non si limita a raccontare la catastrofe: la mette in condivisione, nel tentativo di immaginare come una comunità possa (ri)nascere anche dall’incertezza.
Annalisa Gurrieri
foto ©Marco Parollo
Diluvio
concept, coreografia e set design Nicola Galli
danza Chiara Ameglio, Rafael Candela, Nicola Galli
ambiente sonoro live ALOS
drammaturgia Giulia Melandri
frammenti vocali Roberto Magnani
suggestioni musicali Simona Diacci Trinity
style research Miss Tilly
light design Lucia Ferrero, Nicola Galli
cura e promozione Margherita Dotta
produzione TIR Danza, Orbita | Spellbound Centro Nazionale di Produzione della Danza
co-produzione MILANoLTRE
Con il supporto di Istituto Italiano di Cultura di Oslo, Dans Sorost-Norge / Bærum Kulturhus, NID Platform, Ambasciata di Norvegia a Roma, Performing Arts Hub Norway
in collaborazione con Nebula APS
Questo contenuto è esito dell’osservatorio critico dedicato a MILANoLTREview 2026