Negli ultimi anni, tra i nomi della nuova generazione teatrale, quello degli Usine Baug è emerso progressivamente, grazie alla loro significativa capacità di coniugare ricerca formale e attenzione al presente. Con Topi (2021) il collettivo composto da Ermanno Pingitore, Stefano Rocco e Claudia Russo, con Emanuele Cavalcanti al light design e alla tecnica audio, ha cominciato a farsi conoscere ragionando sui fatti del G8 di Genova e sullo spazio di relazione con chi, per questioni anagrafiche, non li ha vissuti direttamente; con Ilva Football Club (2023) ha consolidato un percorso in cui il teatro politico e di narrazione si incontrano con la finzione, avvicinando la dimensione dell’inchiesta a quella del racconto. Con Anse (2025), realizzato insieme al collettivo musicale Mezzopalco, la ricerca ha preso una direzione diversa, confermando la capacità della compagnia di costruire una scena e un immaginario a partire da questioni drammaturgiche non sviluppate direttamente da loro, ma portate da altri. Ecco che quindi le aspettative nei confronti di Noir non erano affatto trascurabili. Una sfida complessa, però pienamente riuscita: lo spettacolo torna sull’indagine delle vicende individuali e della Storia collettiva, tra ciò che accade nelle vite dei singoli e le dinamiche più ampie che le attraversano. È in questa relazione che si riconosce anche una precisa quanto preziosa e vitale idea politica del teatro: la possibilità di avvicinare le storie a chi le ascolta, costruendo uno spazio di confronto sul presente per provare a comprendere il reale, e per immaginare come agire su di esso.
In Noir, presentato al Romaeuropa Festival e in scena dal 7 al 22 novembre a Campo Teatrale — vera e propria casa teatrale milanese della compagnia che fin dall’inizio li sostiene con fiducia — questa ricerca prende forma a partire dalla ricostruzione della sparizione di Angel Forloi, documentarista scomparso improvvisamente dalla propria abitazione a Valpedone, un piccolo paese italiano. Intorno alla sua assenza si addensano testimonianze, supposizioni e ricordi che non arrivano mai a comporre un quadro definitivo. Forloi ha scelto di sottrarsi al mondo? È fuggito, è stato rapito, è stato ucciso? Oppure la sua stessa esistenza è il risultato di una costruzione narrativa? Il mistero non riguarda soltanto le circostanze della sparizione, ma investe progressivamente l’identità dell’uomo e il confine tra ciò che è accaduto e ciò che altri hanno immaginato. Ne emerge una figura sfuggente, continuamente riscritta dallo sguardo altrui, mentre ogni testimonianza sembra aggiungere un dettaglio e, insieme, aprire nuove possibilità di interpretazione.
Nel corso della narrazione Pingitore, Rocco e Russo raccontano al pubblico di come parte della drammaturgia nasca da una raccolta sul campo dei racconti degli abitanti di Valpadone e le impressioni di chi ha conosciuto Forloi da vicino o ne ha soltanto incrociato la presenza. Un procedimento che appartiene al processo creativo degli Usine Baug, ampiamente messo a fuoco in Ilva Football Club, attraverso le voci di chi vive nei pressi dell’acciaieria di Taranto, e in Topi, dove lo sguardo di amici e coetanei sul G8 diventa occasione per interrogare la propria distanza dai fatti e la possibilità di esserne coinvolti. Anche in Noir il racconto si costruisce attraverso una pluralità di prospettive, senza pretendere di sciogliere le contraddizioni in una verità conclusiva: la compagnia gioca anche con gli stilemi del true crime che imperversano nelle narrazioni contemporanee (che ritroviamo strabordanti nelle serie tv, nei molti podcast dedicati ai fatti di cronaca, nei libri ispirati a storie realmente accadute), imitandone le modalità di racconto ma portando a un progressivo spostamento di prospettiva: la questione non è stabilire se il documentarista sia realmente esistito, quanto osservare quello che la sua storia attiva in chi ascolta. Se ogni identità si costruisce anche attraverso le parole degli altri, che cosa resta di una persona quando le testimonianze non bastano a restituirne un’immagine stabile? E che cosa significa, oggi, scomparire in un mondo in cui siamo costantemente sollecitati a esporci, raccontarci e rendere riconoscibile la nostra presenza?
La traiettoria di Forloi sembra muoversi proprio lungo questa contraddizione, la fatica di trovare il proprio posto, la sensazione di essere sempre fuori luogo, di occupare uno spazio di troppo. La sparizione si delinea allora come un gesto radicale di sottrazione, ma anche come la possibilità di sospendere, almeno temporaneamente, le coordinate attraverso cui siamo abituati a definirci. Ecco che Noir lascia aperto uno spiraglio di possibilità: allontanarsi per prendere le distanze da un sistema che sembra non concedere tregua, né tempo per immaginare alternative. Il capitalismo non è soltanto un modello economico, ma un sistema capace di occupare l’orizzonte del pensabile, incidendo sulle nostre vite e sulla possibilità stessa di immaginare alternative. In questo senso, il bosco verso cui Forloi si dirige frequentemente e in cui perdiamo le sue tracce riflette anche il suo essere una soglia tra lo spazio umano e quello naturale, un luogo in cui sospendere la richiesta continua di restituire agli altri un’immagine di sé e provare a ristabilire una relazione con ciò che non è interamente riconducibile alle logiche della prestazione e dell’esposizione.
A tradurre questa sensazione sul piano visivo interviene una sequenza serrata di filmati proiettati su un grande schermo che occupa l’intero fondale, senza concedere allo sguardo il tempo di soffermarsi, immagini di un ambiente sottoposto a trasformazioni sempre più profonde e di un sistema che sembra consumare incessantemente risorse, attenzione e possibilità di futuro. Il flusso restituisce la pressione di un presente in cui le informazioni si accumulano e si sostituiscono a vicenda, perdendo consistenza proprio per la loro sovrabbondanza e rischiando di diventare parte di un consumo quotidiano che attenua la capacità di reagire e di interrogare il nostro rapporto con ciò che vediamo. Le videoproiezioni si alternano con le immagini realizzate in presa diretta dagli stessi attori. Attraverso le videocamere, i tre inquadrano modellini e oggetti che diventano scenari in miniatura, restituendo alcuni episodi della vita di Forloi. È un dispositivo che richiede una notevole precisione artigianale: la scrivania del documentarista che si muove da sola, un gessetto che traccia su uno sfondo nero le strisce della strada percorsa da un’automobile, il fumo che si forma all’interno di una teca d’acqua. Effetti essenziali, costruiti a vista, la cui apparente semplicità nasconde un accurato lavoro di ideazione ed esecuzione, introducendo al tempo stesso uno scarto rispetto ai lavori precedenti, data dall’integrazione tra ripresa dal vivo, modellini e immagini proiettate, capace di ampliare le possibilità della loro scrittura, avvicinandola a una pratica in cui la scena e la sua riproduzione convivono senza coincidere.
Nel finale, la sparizione di Forloi lascia spazio a un movimento che sembra riaprire le possibilità del suo racconto. Un omino in scala (il documentarista ma anche una figura aperta in cui chiunque possa riconoscersi) attraversa diversi luoghi in un viaggio restituito nel video, accompagnato dalle parole e dalla musica di Grace di Kae Tempest. Lo spettatore si trova davanti a una presenza minuscola che continua ad attraversare il mondo invece di scomparire definitivamente. C’è forse, così, una possibilità di una sottrazione che non coincida con l’abbandono: prendere le distanze per tornare a guardare ciò da cui ci si è allontanati, provando a immaginare un diverso modo di abitarlo.
Alice Strazzi
in copertina: foto ufficio stampa
NOIR
dal documentario Noir di M. Forloi
regia e drammaturgia Usine Baug
contenuti video Angel Forloi, Pietro Pingitore
ricerca e interviste Angel Forloi, Pietro Pingitore, Usine Baug
con Ermanno Pingitore, Stefano Rocco, Claudia Russo
con frammenti del lavoro di Angel Forloi
luci e tecnica Emanuele Cavalcanti
assistente alla regia Massimo Giordani
consulenza video live Stefano Colonna
scenografie Usine Baug, Joanna Tedde, Arcangela Varlotta
realizzazione scenografia Johanna Tedde
produzione La Corte Ospitale, Campo Teatrale
con il contributo di Ministero della Cultura, Regione Emilia-Romagna e Regione Lombardia
spettacolo selezionato nell’ambito di “Futura – Lo spettacolo in Lombardia – Edizione 2026/2027
si ringraziano Laila Forloi, Alessandra Beltrame, Erica Magagnato, Gionata Soncini, Luca e Fabio Maniglio, Rossella Guidotti, Straligut Teatro, Progetto Palco 25, Il Casale, Mombao, Teatro Gioco Vita, Federica Ferri, Giulia De Filippis, Eleonora Lodesani

