Nel foyer del Lavoratorio incontriamo Benno Steinegger, con cui scambiamo una molto umana stretta di mano. Approfondiremo poi con lui, durante Library of Botanical Voices e la pratica meditativa che ha portato al Lavoratorio in collaborazione con Fabbrica Europa, come questo gesto di artificiale natura possa trovare un corrispettivo, ben più spirituale ed incorporeo, nell’approccio dell’uomo nei confronti del regno vegetale. L’attore e artista guida tutti noi spettatori verso una comprensione olistica dell’ecosistema che abitiamo, che passa attraverso il suono e l’ascolto, e culmina in un’idea di teatro che non si limita ad intrattenere ma tenta invece di risanare le conflittualità create dall’Antropocene.

Com’è nata l’idea di questo progetto?

La mia relazione con la natura, già particolarmente forte negli anni d’infanzia, è ritornata centrale nel 2011, grazie a un viaggio nella foresta amazzonica peruviana per seguire alcuni rituali tradizionali degli indigeni Shipibo. I curanderos, figure che ti accompagnano in questo percorso di cura psicofisica e spirituale, hanno una concezione della natura totalmente diversa da quella comune europea. Se nella piramide gerarchica occidentale la posizione apicale è occupata dal maschio bianco, eterosessuale, abile, e le piante si trovano invece alla base, occupando così l’ultimo gradino d’importanza, nella tradizione shipibo le piante si trovano in cima, perché esistono da molto tempo, a differenza nostra che siamo invece su questo pianeta soltanto da… “ieri”! Le piante hanno un successo planetario (guardiamo per esempio solo i dati relativi alla biomassa: le piante rappresentano circa l’82-90% del totale, mentre gli animali circa lo 0,3%, di cui gli esseri umani sono solo lo 0,01%), e da loro possiamo imparare come vivere al meglio nel flusso di vita e di morte che è l’esistenza. Dunque, proprio in questo rovesciamento della gerarchia convenzionale, si trova forse la possibilità di dare un’opportunità alle future generazioni di esseri umani: perché la natura, nonostante le condizioni avverse, muterà e sopravviverà, mentre gli umani, senza un cambio di rotta, si estingueranno.
Questo periodo in Amazzonia è stato un’epifania travolgente che ha ribaltato la mia prospettiva; spesso all’interno di questi lunghi rituali può addirittura accadere che una pianta ti appaia in sogno o in visioni. La tradizione vuole che, assieme a una dieta (la dieta è un processo rituale e terapeutico di isolamento e vari restrizioni sotto la guida di curanderi con fini di guarigione, apprendimento e trasformazione personale, n.d.r.), ti venga assegnata una pianta specifica con la quale entrare in esclusivo rapporto per quel periodo; per me è stato il tamamuri, un albero autoctono molto alto .
Con il sospetto che le aspettative con cui ero arrivato stessero inibendo questa opportunità di profonda connessione, iniziai ad accettare il fatto che questa esperienza non avrebbe dato alcun particolare esito se non avessi lavorato in primis su me stesso. Il giorno dell’ultimo rituale ho avuto una visione: ho visto questo enorme albero, il tamamuri appunto, dal cui tronco emergeva una figura bizzarra e inquieta, una sorta di re adornato di drappi, il cui grido terrificante mi travolse facendomi sussultare. Inizialmente incapace di codificare questo suono, ho compreso poi di aver udito il rumore dell’enorme sofferenza che noi, umani, infliggiamo alle piante. Travolto da questa fortissima esperienza emotiva e investito della grande responsabilità di trasmettere il loro messaggio, sono tornato a casa e mi sono messo in moto per questo progetto.  

E invece in che modo è cominciata la collaborazione con Eirik Havnes?

«Serve un suono», mi sono detto: innanzitutto perché il suono arriva prima della parola, prima del testo. Ho associato la dimensione sonora all’ascolto: in special modo nella cultura occidentale, noi esseri umani tendiamo a parlare, ad imporci, e invece è molto importante, per poter forse assicurare delle maggiori possibilità di sopravvivenza alla nostra specie, iniziare ad ascoltare; ascoltare dove siamo, in quale spazio ci troviamo, chi c’è accanto a noi: persone, animali, piante.
Proprio da questa premessa ho iniziato la mia collaborazione con Eirik, compositore e sound artist di origine norvegese. La sua visione del futuro fortemente pessimistica lo ha portato a ideare un vasto archivio sonoro di piante; Eirik è consapevole della prossima scomparsa di gran parte del regno vegetale, ma grazie al suo progetto ne rimarrà almeno una traccia all’interno di una biblioteca di suoni. Nel corso degli anni ha sviluppato microfoni e supporti di vario tipo adatti alle diverse piante: con questo tipo di tecnologia è possibile sentire i suoni interni alla pianta, come quello della linfa che scorre, come il frusciare delle foglie a terra, o il camminare dell’uccello che si poggia sui rami. Purtroppo, nella maggior parte dei casi, la pianta funge soltanto da cassa di risonanza che trasforma ed enfatizza questi suoni, perciò mi sono chiesto come sviluppare uno specifico linguaggio, capace di ascoltare e percepire direttamente la pianta in sé, e ho creato la pratica meditativa che abbiamo esplorato anche in questi giorni al Lavoratorio. La difficoltà comunicativa fra noi e le piante è intrinseca: è stato scoperto che le piante emettono a tutti gli effetti dei suoni, ma trattandosi di ultrasuoni, salvo regolazione digitale delle frequenze, non siamo in grado di udirli. La foresta quindi, nonostante ciò che si crede, non è silenziosa: più semplicemente l’uomo non è in grado di udirla, mentre ignaro si immerge in una foresta fatta non solo di piante, ma anche di onde sonore. 

Come immagini la restituzione teatrale finale di questo ampio e lungo progetto?

Sono partito da due indicazioni dell’antropologa Silvia Mesturini: tenere a mente che le piante non hanno intenzioni come noi umani. Ma che se ci si pone nel modo giusto sono disposte ad aiutarci.
Avevo capito che non potevo lavorare con “le piante” in generale. Dovevo scegliere consapevolmente piante specifiche, così come si scelgono gli attori e i collaboratori per realizzare uno spettacolo teatrale. Per prendere questa decisione mi sono affidato a Francesca Grilli, che ha una lunga esperienza nell’interpretazione dei tarocchi. Attraverso questa lettura è emerso qualcosa che era in realtà già ovvio, ma di cui non ero consapevole: devo lavorare con il pino mugo, una pianta diffusa nelle mie zone d’origine, in Alto Adige, che cresce intorno ai 2000 metri. È un arbusto — l’unica pianta un po’ più grande che riesce a svilupparsi a quell’altezza — i cui oli servono anche ad alleviare i problemi respiratori: è uno dei profumi della mia infanzia. Per lo spettacolo collaborerò con Eirik e con Marianne Kjærsund, coreografa e danzatrice norvegese di discendenza sami. Anche loro hanno scelto una pianta: Eirik l’edera, che cresce davanti al suo studio a Oslo; Marianne il mirtillo, pianta che prolifera nel nord della Norvegia, nelle terre d’origine dei Sami. Ognuno di noi avrà una prima residenza di creazione in cui trascorrere alcune settimane individualmente con la propria pianta. Io vorrei trovare un luogo in alta quota, un piccolo rifugio, e seguire una dieta a base di pino mugo, un po’ come quella che ho seguito in Perù sotto la guida dei curanderos.
Oltre a noi tre, vorrei coinvolgere un’altra persona, idealmente di origine shipibo o comunque indigena, con una connessione con le zone amazzoniche. È stata infatti molto importante per questo mio percorso Cordelia, un’artista shipibo che vive in Perù. Mi ha aiutato a cambiare completamente punto di vista e mi ha reso consapevole del fatto che, attraverso l’arte, cerchiamo di farci strumento per aiutare il ristabilirsi di una connessione tra la natura e le persone: lo spettacolo dovrà essere un mezzo per porre l’attenzione sul nostro rapporto con le piante. La restituzione dovrebbe quindi avvenire con un team di tre o quattro performer e con la musica di Eirik. L’idea da cui voglio partire è che il processo stesso diventi spettacolo. Per me, è sempre interessante indagare il dispositivo del teatro. Ad esempio, credo che il cinema funzioni meglio del teatro nel racconto di storie verosimili; il luogo teatrale ha però la particolarità di renderci compresenti: siamo lì, con i nostri corpi, in uno stesso spazio e in uno stesso tempo. Vorrei che la restituzione finale fosse quindi un vero e proprio momento di condivisione, in cui mettere in luce le varie tappe del percorso, mostrando le pratiche che abbiamo sviluppato e l’esperienza vissuta insieme alle nostre piante. Racconteremo ciò che le piante stesse vorrebbero comunicare insieme a noi umani: nei credits, infatti, insieme a noi ci saranno Pino Mugo, Mirtillo, Edera. 

Durante la fase di sviluppo di questo progetto hai viaggiato molto: in che modo queste esperienze hanno influenzato il tuo lavoro?

Ho riflettuto sulla società occidentale dalla quale provengo, e mi sono accorto che nella nostra storia ha un enorme impatto il tema della dissociazione. Quando siamo stressati o non stiamo bene, cerchiamo modi per riconnetterci con una dimensione da cui ci sentiamo sempre più scollegati. Diamo troppa importanza alla dimensione mentale e al raziocinio, mentre facendo pratica di meditazione con le piante e lavorando con esse emerge, con maggiore nitidezza, quanto la mente sia certamente uno strumento dall’enorme potenziale, che però dovrebbe essere silenziato quando essa non risulta funzionale per dare spazio ad altre sfere, come quella emotiva ed intuitiva, i motori del nostro essere. Così possiamo sanare la dissociazione da un sé più profondo.
Siamo dissociati anche dalla natura per l’errata convinzione di essere altro rispetto a essa, quando invece siamo natura anche noi stessi, facciamo parte del suo stesso tessuto cellulare. Nelle culture indigene il pensiero di essere superiori al mondo naturale non esiste: le persone percepiscono di essere soltanto una piccola parte di un apparato enorme e considerano prioritario capire come le azioni che svolgono quotidianamente possono influire sul funzionamento e il mantenimento di questo ingranaggio. La responsabilità che sentono non viene percepita come un peso angosciante, bensì viene accettata come un dono. Grazie all’incontro con queste culture ho compreso che il mio progetto è solo un tassello del meccanismo e che il senso più profondo di quello che cerco di realizzare è di pormi al servizio di una causa di portata ben maggiore. Questo mi ha fatto riflettere molto sull’autorialità delle opere artistiche, ma non c’è spazio qui per aprire anche questo capitolo.

Qual è adesso il tuo rapporto quotidiano con le piante? 

Nella mia quotidianità tendo a porre l’attenzione sulle piante che mi circondano, anche semplicemente quando sono per strada. Mi sembra che la mia percezione della natura sia diventata con il tempo sempre più affinata, raffinata e veloce: all’inizio era necessaria una grande concentrazione per connettermi con le piante, invece adesso mi bastano pochi secondi. È un rapporto basato su un processo di soggettivazione e de-oggettivazione, che col tempo e con la pratica diventa sempre più vivo e relazionale, e che secondo me può indurre un cambiamento reale. Io non sono un politico, ma come artista posso lavorare sul cambiamento culturale per cercare di portare una nuova consapevolezza riguardo alla relazione tra gli esseri umani e le piante. 

a cura di Desideria Lavarda, Francesca Rallo, Emma Vanni


in copertina: foto ufficio stampa

Questo contenuto è parte dell’osservatorio critico Officina Critica #3