Nino Gennaro fu poeta e performer, ma anche regista, attivista e autore di testi drammaturgici. Fu innamorato della vita, dei suoi cari amici e dedicò gran parte della sua esistenza all’universo teatrale. Era siciliano e la temperie culturale di quella terra emerge vivida nei suoi testi, che sono irriverenti, caldi e salati come l’aria di mare. Era un prolifico amanuense: non usò mai né un computer, né una macchina da scrivere; la sua scrittura — da artigiano della parola — si esprimeva attraverso la manualità.
Creò molti LIBRETTI GIOIATTIVA, block notes bianchi interamente compilati da Gennaro con testi e immagini stilizzate; venivano definiti da Nino l’esito di una puntina spirituale, il termine che in dialetto viene utilizzato per indicare il lavoro all’uncinetto, con un riferimento all’atmosfera meditativa che l’attività porta con sé. I LIBRETTI GIOIATTIVA, dunque, erano per Gennaro un esercizio di riflessione e in soli tre anni, dal ‘88 al ‘91, ne creò 785 esemplari unici. I contenuti preziosi di questi piccoli scrigni di carta erano aforismi, versi più tradizionali e poesie visive, liriche accostate cioè a un apparato grafico che ne amplificava il significato; questi libretti venivano donati ai conoscenti con la funzione di una risorsa spirituale.
A Corleone, sua città natale, aveva istituito e organizzato nel 1975 la prima celebrazione della Giornata Internazionale della Donna. Sempre lì aveva conosciuto giovanissima Maria di Carlo che sarebbe in seguito diventata la compagna affettiva dello scrittore. I due, infatti, erano scappati da Corleone e si erano trasferiti a Palermo; lì convivevano in un grande appartamento al civico 5 di via Mura di S. Vito, in quella che in seguito fu comunemente conosciuta come la casa di Nino e Maria. Era così che la chiamava chi aveva bisogno di ospitalità per la notte; si era sparsa la voce che lì un posto per dormire lo si trovava sempre e questo aveva alimentato una sorta di mito cittadino.
Oggi quella casa è anche a disposizione di turisti, si trova sul sito di Airbnb con il nome Politeama e nella descrizione per gli ospiti si può leggere ancora ciò che Nino scriveva: «siamo Nino, Maria, nostro figlio Giuliano di 28 anni, 10 gatti e tre cani e affittiamo il primo piano della nostra grande casa nel centro di Palermo, tutta arredata con materiali riciclati. […]». Sulla facciata della casa l’occhio cade immediatamente su una fitta edera che lascia spazio a una porticina color rosso opaco; sulla piccola porta si trova una cassetta delle lettere gialla che risalta grazie al contrasto cromatico. Politeama è una casa vivace e vitale, atipica nell’arredamento: accosta uno stile classico a un gusto moderno, riutilizzando materiali di scarto in maniera creativa: ciò dona un carattere forte e un’identità evidente all’appartamento. Nel soggiorno, con soffitto affrescato, è posta un’amaca da parete a parete, e prevalgono colori dai toni caldi; nella cucina, con i muri decorati con le tipiche maioliche siciliane, si scorge un semplice orologio a muro, decorato però con cucchiai e forchette riciclati. Nessun armadio è di color nero o legno, al muro ci sono stampe che riproducono quadri di pittori noti, Henri Matisse uno di questi. Ed è proprio nella piccola scatola gialla che sta silenziosa sul portone d’ingresso che Nino riceveva la posta di Massimo.
La eco delle parole di Nino Gennaro è giunta a Firenze grazie all’attore e amico Massimo Verdastro, che ospite del Lavoratorio ha messo in scena Ho un progetto: includervi, un racconto costellato di letture, proiezioni video e ricordi. Una performance polimorfa attraverso cui, a trent’anni dalla morte di Gennaro, Verdastro presenta Caro amico ti scrivevo. Lettere 1991-1995, un volume pubblicato dai tipi di EFG, arricchito da una prefazione di Lina Prosa. Verdastro, con questo libro, regala alla comunità dei lettori uno splendido epistolario privato e una selezione di foto inedite, offrendo uno spaccato esatto degli ultimi anni di vita dello scrittore. Nino usava sia lo stampatello maiuscolo, che il corsivo; il segno della calligrafia è ossessivo e allo stesso tempo trasmette cura e affetto, passione e grinta. Le parole sono accompagnate da ideogrammi che le amplificano o le sintetizzano, trasformandole in simboli. Nella lettera del 2 dicembre 1991 appare il disegno di un albero, un ulivo dalle sembianze antropomorfe con tanti cuoricini appesi come fossero frutta. In quelle righe Gennaro approfondisce l’argomento della comunità dei fratelli e delle sorelle sparse nel mondo: che cosa altro è comunità se non una unione di esseri viventi che respirano e si affannano per la vita?». Il simbolo del cuore appare spesso nelle lettere, specialmente nella firma: ♥ di Nino. O nelle dediche a Massimo: tuo ♥ amante, ♥ mio a ♥ tuo direttamente. In un post-it di San Valentino appare di nuovo il disegno di un albero, quasi un ciliegio in una fioritura di cuori. Altri ideogrammi ricorrenti sono un grappolo d’uva rossa; spesso un gabbiano stilizzato trasporta una lettera.
Sfogliando le pagine del volume si ha la sensazione di affacciarsi nel mondo di Nino e riuscire quasi a toccarne i personaggi che lo abitavano. Intorno a Nino e Maria si era creato un gruppo numeroso di persone: una famiglia di elezione nella quale i vincoli non erano di parentele, bensì di amore. «NOI CI AMIAMO. CHIAMIAMOCI GLI INNAMORATI!»: così nella lettera del 13 giugno ‘94 Gennaro si riferisce al gruppo che ha lavorato al Divinatour. Il progetto era stato ideato da Massimo Verdastro e Marcello Cava in collaborazione con il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli e la compagnia Krypton; il tour portava lo spettacolo Una divina di Palermo per sei giorni in sei luoghi differenti di Roma, dal lunedì al sabato. Ma in quella stessa lettera — che ha due mittenti, Massimo Verdastro e il critico teatrale Marco Palladini — Nino offre una spiegazione-meditazione intorno alla sua frase «o si è felici o si è complici». Questo motto, ci spiega, parla di mafie e del sistema tardo mafioso impero, parla di corpi politici ed è il centro vibrante del pensiero dello scrittore. Così si legge a proposito: «Tutta la mia vita, tutta la mia produzione vogliono dire e dicono dei nostri territori-corpi colonizzati da fascismi mafie clericalismi, oppressioni, repressioni, e di lotta senza quartiere per dis/interiorizzare, non collaborare, perché il capolavoro di ogni potere è rendere labile o annullare i confini tra vittima e carnefice, farti COMPLICE del suo dominio, della sua logica di dominio, mondo di lutto di sottomissioni di psicofarmaci di miseria e morte. […] CAMBIATE PARTNER FATE LA CORTE ALLA GIOIA significa la stessa cosa; non è passare da un boy all’altro o da una donna all’altra. Il partner da cambiare è appunto la tristezza […]. È con questa apocalisse, Marco, che non DOBBIAMO ESSERE COMPLICI!» Sono queste le fattezze e la statura del pensiero che Nino Gennaro ci lascia in eredità: le sue idee forti che vibrano di resistenza e di lotta, trattano la gioia concretamente e propongono un’educazione alla felicità della quale avremmo ancora un gran bisogno. Nino ci insegna ad accettare, ad amare e ad abitare attivamente i nostri corpi, o per dirla a modo suo, le nostre carcasse.
Eugenia Tafi
in copertina: Massimo Verdastro, foto ufficio stampa
HO UN PROGETTO: INCLUDERVI
Massimo Verdastro racconta Nino Gennaro
di e con Massimo Verdastro
con i contributi video di Silvio Benedetto, Nico Garrone e Pippo Zimmardi
Questo contenuto è parte dell’osservatorio critico Officina Critica #3
