Per I corpi degli altri di Virgilio Sieni, salire i gradini del PAC è già un invito: non a visitare il museo, ma ad abitarlo. Ad accogliere il pubblico sono le note di Bach e i danzatori, sparsi tra le stanze come in un gioco di cui nessuno spiega le regole. Non si indica dove guardare: si sceglie d’istinto, si segue un movimento oppure ci si ferma in una rientranza, sospesi tra due stanze e due racconti. Nella prima sala, Giulia Mureddu attraversa lo spazio e viene dritta verso lo spettatore. Ha occhi malinconici, abituati a una lingua che fa a meno delle parole. Con quello sguardo sembra chiedere di non avere paura di guardare.
Qui risiede il nucleo dello spettacolo: Sieni non mostra il dolore, ma lo affida a chi guarda.
In occasione della quarantesima edizione di MILANoLTRE, la prima nazionale riprende Sonate Bach Di fronte al dolore degli altri, creazione del 2006 nata nel contesto dei conflitti di quegli anni. Cinque interpreti (Jari Boldrini, Maurizio Giunti, Giulia Mureddu, Andrea Palumbo e Valentina Squarzoni) attraversano le stanze del PAC in undici coreografie sulle Sonate BWV 1027, 1028 e 1029.
Ogni quadro evoca un conflitto, da Sarajevo a Gaza, e nasce dall’incontro tra la pittura dal Trecento al Cinquecento e le fotografie dei reporter di guerra. Il titolo richiama Susan Sontag e la sua riflessione sul nostro modo di osservare la sofferenza altrui.
Il PAC, con le sue pareti bianche, il parquet color miele e la luce del parco che filtra dalle vetrate, diventa parte della coreografia. Le opere non sono oggetti da contemplare ma corpi vivi. La visione si frammenta e ciascuno compone il proprio spettacolo, scegliendo dove sostare e che cosa osservare. Solo in fondo al percorso, vicino alle vetrate, i danzatori si raccolgono in una scena comune e il pubblico si dispone di fronte a loro. Per un momento, lo spazio diventa un palcoscenico, completato dallo sguardo di chi assiste: scegliere dove stare significa già prendere parte.
Bach dà la misura. Il rigore del contrappunto attraversa i corpi e si traduce in una forza continua, in un’energia che si ripiega su se stessa senza riversarsi su chi guarda. I danzatori si toccano, si sostengono, si incastrano in figure simmetriche; le mani si afferrano in catena, mentre i corpi si lasciano cadere sul parquet e il pubblico forma un cerchio. La disposizione ricorda quella di chi si raccoglie intorno a un ferito senza sapere come intervenire; guardare significa, così, trovarsi di fronte a un corpo esposto, senza poterlo sottrarre alla propria vista.
Anche gli abiti, nei toni del rosso, del malva, del kaki e del nero, partecipano alla composizione. Le posture richiamano Schiele: il segno nervoso, la carne che si fa linea. Quando i cinque interpreti formano un cerchio, affiora invece Matisse. Come nella Danse, la figura sembra promettere armonia, ma qui l’anello è sul punto di spezzarsi. È in questa instabilità che la danza incontra il dolore, senza bisogno di rappresentarlo direttamente. La vulnerabilità diventa una forma di libertà in cui il sentimento non viene raccontato ma viaggia nella massa del corpo; Boldrini emerge per l’eleganza del movimento, Mureddu per la capacità di governare il peso e di abitarlo.
Vent’anni dopo, le immagini di guerra ci attraversano in un flusso continuo, sullo schermo che portiamo in tasca, tra una notifica e l’altra. La tragedia si confonde con il resto e si consuma nella successione delle immagini. Siamo saturi: non sappiamo più che cosa meriti di essere ricordato e forse non vogliamo neppure farlo insieme, come se ricordare significasse assumersi una responsabilità. In Davanti al dolore degli altri, Sontag interroga proprio questa distanza: che cosa significa osservare la sofferenza altrui? E che cosa può ancora fare un’immagine di fronte a chi la guarda?
Sieni cerca una risposta nella pittura antica, nella sacralità di Bach e soprattutto nel corpo, archivio vivente che conserva le tracce di ciò che non si lascia cancellare. La coreografia diventa così un rito che non offre spiegazioni ma lascia in chi vi assiste una sensazione, una domanda, forse una responsabilità.
Verso la fine, accanto alle grandi vetrate che si affacciano sul parco, un bambino in maglietta color corallo osserva i danzatori e chiama la sorella, vestita di bianco. Ora sono in due. Guardano rapiti e cercano di capire. Dove noi vediamo un vetro, loro sembrano andare oltre, senza schemi né aspettative. Forse è questo che lo spettacolo ci chiede: restare davanti a un corpo senza pretendere di sapere subito che cosa pensare e chiamare qualcun altro a guardare con noi. Non per trovare una risposta, ma per non essere soli davanti a ciò che vediamo.
Il percorso si chiude nella prima sala, là dove tutto era cominciato. Fogli di carta mimetica, disposti in una forma che richiama i confini del Ruanda, coprono i corpi senza cancellarne la presenza.
Quando lo spettacolo finisce, resta una domanda: in uno spazio che si è rarefatto, spostando le proprie immagini in un altrove, chi passerà ancora il proprio sguardo a qualcun altro?
Oksana Dupi
I corpi degli altri
coreografia, spazio e luci Virgilio Sieni
interpreti Jari Boldrini, Maurizio Giunti, Giulia Mureddu, Andrea Palumbo, Valentina Squarzoni
musica Johann Sebastian Bach – Tre sonate per viola e pianoforte (bwv 1027, 1028, 1029)
costumi Marysol Maria Gabriellu
produzione Centro di Produzione della Danza CANGO / Firenze
con il sostegno del Ministero della Cultura, Fondazione CR Firenze, Regione Toscana, Comune di Firenze