C’è un passaggio, in Vita da bionda, diretto e interpretato da Miriam Galanti, in cui il meccanismo dello spettacolo si rivela con chiarezza. È il momento in cui l’attrice racconta di essere stata spesso considerata inadatta ai ruoli drammatici perché bionda. Bionda: quindi troppo sorridente, probabilmente leggera e superficiale, tutta una collezione di stereotipi che l’attrice raccoglie, evidenzia e restituisce al pubblico attraverso gli strumenti della stand-up comedy.
Andato in scena all’Accademia del Comico, nuovo spazio del FringeMI 2026 nel quartiere Cenisio, lo spettacolo si presenta inizialmente come un racconto autobiografico costruito sull’ironia. Galanti parte dalla propria esperienza di donna e attrice per mettere in fila episodi che sembrano confermare un immaginario collettivo tanto radicato quanto difficile da scardinare: la bionda ride, la bionda è bella.
Ma il blonde-shaming è solo una porta d’accesso. Il vero bersaglio è più ampio e riguarda il modo con cui il corpo e la femminilità vengono osservati, interpretati e trasformati in aspettativa sociale. Nel racconto di Galanti, il mondo dello spettacolo funziona come una lente d’ingrandimento di dinamiche che attraversano la società nel suo complesso. Non si tratta soltanto di ottenere una parte, ma di aderire a un modello di conformità: essere abbastanza bella, abbastanza desiderabile allo sguardo altrui. Essere sempre “abbastanza” e mai di troppo. Meglio “non far rumore”. È su questo “rumore” che Miriam si appoggia per aprire una riflessione più ampia. Il suo sorriso, nonostante i lutti e le fragilità che attraversano la sua storia personale, viene spesso letto come leggerezza, mancanza di profondità. Come se ridere escludesse il dolore, come se la presenza scenica solare fosse incompatibile con una complessità drammatica. La bionda non soffre. O, se soffre, non è credibile nel dolore. Vita da bionda si sposta così progressivamente oltre la dimensione autobiografica per interrogare il rapporto tra immagine pubblica e vissuto privato. Chi legittima il dolore femminile? In che forma si può mostrare?
Galanti dimostra una solida padronanza del linguaggio della stand-up. Il ritmo è preciso, i passaggi tra personaggi e registri sono fluidi, la gestione del pubblico costante. All’interno di una forma ben consolidata e riconoscibile, ha la forza di mantenere una presenza scenica personale, capace di tenere insieme comicità e controllo narrativo. Lo spettacolo si muove su un terreno di apparente leggerezza, che nasconde però grande complessità. L’attrice attraversa situazioni che, proprio perché ironizzate, risultano ancora più rivelatrici: una donna espansiva scambiata per sessualmente disponibile, oppure che, in cerca di casa, riceve più avances che offerte immobiliari. La comicità non è qui una via di fuga, ma uno strumento di osservazione critica.
Verso la conclusione, l’attrice racconta di aver finalmente trovato in sé un maggiore equilibrio. Quella di Galanti è una conquista: la sua non è una liberazione definitiva ma la consapevolezza di poter riconoscere le parole per quello che a volte sono: giudizi. O, ancora meglio, pregiudizi. Attraverso il registro grottesco, Vita da bionda porta in scena dinamiche patriarcali profondamente radicate nella società italiana e ne rivela l’assurdità senza mai perdere leggerezza. Il viaggio di Miriam finisce così per parlare a chiunque abbia provato a misurarsi con aspettative che non ha scelto. E alla fine il gesto più semplice che resta è anche il più liberatorio: smettere di adattarsi e concedersi di ridere, forte o piano. Ma sempre alle proprie condizioni.
Arianna Bonazzi
immagine di copertina: foto di Alessandro Villa
VITA DA BIONDA
di Miriam Galanti e Giorgia Ciotola
regia Giorgia Ciotola
con Miriam Galanti
luci Andrea Ferraro
musiche Adriano Russo
produzione Miyagi Entertainment
La recensione fa parte dell’osservatorio critico dedicato a FringeMI Festival 2026